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I rami di santa Rosa: esposizione

Una nuova esposizione presso il Monastero di Santa Rosa prende il via il 22 maggio fino al 22 agosto 2021. Si tratta delle lastre calcografiche in rame (e due in ottone) utilizzate per stampare i miracoli di Rosa sui cuscinetti in stoffa. Questi, una volta messi a contatto con il Corpo Santo, divenivano reliquie da contatto. Le medesime lastre erano utilizzate anche per stampare su carta santini e immagini devozionali.

Per prenotare delle visite guidate scrivere a guide@centrostudisantarosa.org.

Workshop finale del laboratorio di edizione fonti liturgiche

A conclusione del laboratorio di edizioni di fonti liturgiche i partecipanti al laboratorio, insieme a qualche invitato esterno, propongono un seminario di approfondimento delle fonti analizzate, dei metodi utilizzati e delle indagini storiche sull’ufficio liturgico di Santa Rosa da Viterbo.

Il workshop si terrà sabato 19 giugno, la mattina dalle ore 9.30 alle ore 13.00 e il pomeriggio dalle ore 15.00 alle ore 17.00.
Chi lo desidera può partecipare al seminario attraverso la piattaforma Zoom, iscrivendosi gratuitamente a questo link.

  

Il monastero e la città nel XV secolo.

Leonarda Bonsignori è la vincitrice della seconda borsa di studio “S. Rosa”, bandita dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus con il contributo dell’Università della Tuscia, del Comune di Viterbo, della Fondazione CARIVIT e del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa da Viterbo e con il patrocinio gratuito della Provincia di Viterbo e della Diocesi di Viterbo.

La giovanissima studiosa ha proposto una ricerca dal titolo: «Il monastero e la città. Proprietà, amministrazione e territorio nelle carte di Santa Rosa di Viterbo tra XV e XVI secolo».  

 Intorno alla seconda metà del XV secolo, la nuova sensibilità rinascimentale per l’arte ed il decoro urbano, i proventi derivati dal transito dei pellegrini e l’azione munifica di alcuni papi favorirono il rilancio dei maggiori monasteri viterbesi. Il caso di Santa Rosa risulta in questo senso emblematico. Se nel 1415 la comunità religiosa era arrivata a contare appena cinque monache (un numero talmente basso da indurre le autorità comunali a deliberare circa la soppressione del monastero), a partire dal 1437 si assiste ad un graduale processo di ripresa, in termini economici e numerici, culminante nel 1450. Il Giubileo indetto per quell’anno, si rivelò determinante per la fortuna del monastero, non solo perché i pellegrini promossero il culto di Rosa al di fuori del contesto locale, ma soprattutto per le generose elemosine, che fruttarono circa 5000 ducati d’oro alla comunità religiosa. La somma, inizialmente causa di controversie con il Comune (che intendeva appropriarsene per portare a termine il processo di canonizzazione di Rosa), fu infine destinata ai lavori di ristrutturazione ed abbellimento del complesso monastico. Sempre in questo periodo, il monastero iniziò ad estendere il suo patrimonio fondiario, inserendosi pienamente nella vita economica della città. Tale fortuna andò esaurendosi nel corso dei primi decenni del Cinquecento, «ob defectum elemosinarum» (per mancanza di elemosine) e poiché, in seguito all’acquistato prestigio, la comunità era diventata così numerosa da renderne difficoltoso l’approvvigionamento.

Proprio negli anni di massimo splendore del monastero fu composto un registro, depositato presso il medesimo archivio conventuale, contenente quindici documenti (di cui nove originali e sei copie autenticate). Il contenuto eterogeneo del registro offre l’occasione per approfondire interessanti spunti tematici, legati alla vita economica del monastero e alla sua progressiva affermazione nel contesto urbano ed agricolo viterbese.

Tra questi documenti, infatti, si trova un inventario dei beni immobili del monastero, che consente di ricostruirne il patrimonio fondiario, oltre a restituire un panorama delle colture e delle tecniche praticate. Un altro argomento di interesse riguarda la gestione delle risorse idriche e degli impianti molitori, spesso causa di controversie tra le monache e altri membri della comunità viterbese. Ad esempio, si legge di una disputa nata tra le monache e i priori per i diritti sulle acque del Respoglio o di un compromesso tra il monastero di S. Rosa e quello di S. Francesco relativo alla spartizione di territori e risorse idriche nel territorio di Respampani. Si trovano, infine, vari contratti di enfiteusi a piccoli agricoltori, contratti di vendita di terreni, permute e donazioni. Tutti documenti che dimostrano come, in questa fase, la comunità di santa Rosa riuscì ad inserirsi vivacemente nella vita economica locale, ricorrendo perfino al tribunale pur di far valere le proprie prerogative.

Leonarda Bondognori si propone di curare l’edizione di questo registro ad oggi ancora inedito e di inserire il suo contenuto documentario nella vita quattrocentesca del monastero, rispetto ai suoi rapporti con le istituzioni cittadine e alla sua progressiva affermazione economica nel contesto locale.

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Archivio:

Liturgia e culto 2021

Per l’anno 2021 si sta puntando a tre fulcri:

  1. A cura di Sara Pretto. Redazione del catalogo codicologico dei manoscritti che riportano traccia del culto e della devozione di Rosa. Si tratta di redigere delle schede codicologiche complete su tutti i manoscritti ad oggi conosciuti che presentano una traccia della liturgia della Santa per comprendere la trasmissione e l’irradiazione.
  2. A cura di Francesco Nocco. Allestimento di un repertorio delle fonti archivisticheriguardanti il culto di Rosa da Viterbo nel corso dei secoli. Tenendo presente che non pochi sono gli Istituti di conservazione che sarà necessario passare al va­glio, la proposta desidera avviare l’indagine dall’Archivio della Congregazione delle Cause dei Santi, complesso documentario che, pur avendo versato in passato (quando si chiamava Congregazione dei Riti) la propria documentazione presso l’attuale Archivio Apostolico Vaticano, custodisce in se­de (piazza Pio XII, contigua a Piazza S. Pietro) una restante e consistente parte d’archivio. Tale nucleo documentario potrà essere esplorato per verificare la presenza di documenti relativi a concessioni di reliquie e patronati e, più in generale, attestazioni (carteggi e corrispondenza) legate alle vicende del culto (e alla sua evoluzione) della Santa di Viterbo.
  3. A cura di Tiziano Anzuini. Le prime edizioni a stampa della vita e messa di Santa Rosa. Il lavoro si prefigge di reperire e studiare gli esemplari a stampa dell’anonima Vita beatae virginis Rosae, anteriori all’edizione curata dal Bladius nel 1568. Attraverso l’analisi dei cataloghi e repertori sono stati infatti reperiti alcuni esemplari non censiti (Roma, Biblioteca Alessandrina) o perduti (Dresda), che si aggiungono agli altri finora conosciuti. Le posizioni degli studiosi oscillano per la datazione entro il primo quarto del XVI secolo e il solo Rhodes attribuisce la compilazione al piacentino Alessandro Ruinagia (1472-1556). La recensio completa di tali esemplari, acquisiti e confrontati sistematicamente secondo moderni criteri di bibliologia, permetterà di definire l’esistenza di emissioni o edizioni diverse. Il testo sarà inoltre collazionato con l’edizione critica curata da Attilio Bartoli Langeli, Eleonora Rava e Filippo Sedda (sia ed. Brepols 2020, sia ed. Antonianum 2018) al fine di reperire eventuali varianti e di spiegarne il significato testuale ed eventualmente liturgico. Infine, il lavoro filologico sarà intrecciato con i dati storici, in parte inediti e non valorizzati, al fine di supportare le ipotesi prettamente bibliologiche.

Altre collaborazioni:

Sarah Tiboni, che ha condotto una ricerca di materiale online

Laura Albiero (IRHT), che collabora come docente al laboratorio di edizione dell’ufficio e messa di santa Rosa

Alessandra Baldelli: call for evidence, allestimento mappe

 

Laboratorio estivo: edizione statuto di Castro

Ecco una nuova occasione formativa per imparare a fare l’edizione di uno statuto.
Si tratta del manoscritto C. 26 della collezione della Biblioteca Provinciale “Anselmo Anselmi”, conservato oggi presso l’Archivio Storico della Biblioteca Consorziale di Viterbo (Biblioteca Comunale degli Ardenti). Il manoscritto contiene una redazione trecentesca dello statuto del Comune di Castro, utilizzata come testo di lavoro per l’approntamento di un nuovo statuto nel 1537, allorquando fu costituito il Ducato di Castro.

Destinatari: chi ha una buona conoscenza del latino e della paleografia

Date: 5-9 luglio 2021, ore 9.30-12.30 / 16.30-19.30

Modulo iscrizione: https://forms.gle/vjZAbxLFfQbCuqaw7

Scadenza: 21 giugno 2021

Come: online e/o in presenza

Di seguito il dettaglio del bando. 

Vedi anche Laboratorio estivo “Edizione Documenti pontifici”.

Sulle tracce di santa Rosa in Messico

Parte I: La Rosa trionfante

a cura di Stefano Aviani Barbacci

Nell’epoca successiva alla caduta dell’impero degli Atzechi nel 1521, si realizza in Messico un sorprendente intreccio di aspetti culturali e religiosi autoctoni ed iberici che trova ben pochi termini di confronto nella storia del mondo, con frutti originali in molteplici campi comprese le arti figurative e la musica. Una sintesi audace che segna il sorgere di una civilizzazione che sarà detta “ibero-americana” e che in quel Paese trova il proprio simbolo peculiare nell’immagine della Virgen de Guadalupe e nel racconto delle sue apparizioni all’indio chichimeca Juan Diego Cuauhtlatoatzin, nel Dicembre del 1531. L’aspetto meticcio col quale la Morenita appare in un fascio di rose all’incredulo vescovo Juan de Zumarraga sembra alludere al sorgere di un popolo nuovo: il popolo messicano. Da allora è venerata come la “Rosa del Messico”. Di lì a poco, nel 1535, i territori spagnoli nell’America del Nord saranno riorganizzati a comporre il Virreinato de Nueva España con Città del Messico come capitale.

Trionfo di Santa Rosa da Viterbo (scultura napoletana del ‘700) a Querétaro

Juan de Zumarraga, vescovo di Città del Messico, apparteneva alla Orden Franciscana e proprio il ruolo preminente dei francescani nell’evangelizzazione del Nuovo Mondo spiega l’inserirsi della figura di Santa Rosa da Viterbo anche in questo Paese. Abbiamo documentato in precedenti articoli la sorprendente diffusione della Rosa viterbese nell’America meridionale e specificatamente nel Virreinato del Perú (nel mondo andino) interpretando il significato di questa presenza in relazione a tratti specifici della vicenda storica e della figura devozionale di questa santa. Qui ricorderemo appena che, ancora all’epoca delle indipendenze nazionali dell’Argentina e del Cile, ci si riferiva alla patrona di Viterbo come alla “Rosa delle Ande”, titolo che aveva avuto origine, evidentemente, in epoca coloniale ad indicare un patronato sulle popolazioni andine evangelizzate nei secoli XVII e XVIII. É dunque ben possibile che Rosa da Viterbo possa aver avuto un ruolo similare anche nell’evangelizzazione dei territori spagnoli dell’America del Nord. Qui le tracce sono in qualche modo ancor più sparse e confuse a causa della travagliatissima storia politica della República Federal de Mexico e del lungo predominio di una élite ben determinata a cancellare i segni della fede cattolica dalla vita del popolo messicano.

Rosa sfida l’eretica, dalla “Vida de Santa Rosa da Viterbo” di José de Nava

Molte evidenze indicano che la Rosa viterbese fosse conosciuta in Messico in epoca coloniale. Suoi ritratti furono commissionati ai grandi pittori del XVIII secolo, come nei casi di “Santa Rosa de Viterbo” di Carlos Clemente López, oggi nel Museo Nacional de Artes Plásticas di Città del Messico, e di “Santa Rosa de Viterbo predicando cuando era niña” di Francisco Eduardo Tresguerras, parte della Collección Andrés Blastein a Tlatelolco (Città del Messico). Quest’ultimo insiste sul tema della fanciullezza della santa caro al mondo ispanico ed ibero-americano, dove ci si riferiva affettuosamente a Rosa come alla Santa-Niña. Due raffigurazioni pittoriche entrambe titolate “Santa Rosa de Viterbo” si trovano a Tlaxacala: una è inserita in un retablo nella chiesa di San Francesco, l’altra consiste di una tela nel santuario di San Michele del Miracolo (edificato a memoria della conversione dei nativi Cacaxtlas). Entrambe rievocano il miracolo della prova del fuoco collocandolo tuttavia in un contesto rurale o montano. Il medesimo episodio è raffigurato anche a Guanajato, in un dipinto titolato “Santa Rosa de Viterbo franciscana de la Tercera Orden”, dove l’ordalia si risolve invece in un contesto urbano che compone uno sfondo audacemente surrealista. Committente dell’opera una fraternità dei terziari francescani, numerosi nel Messico novohispano. Queste ultime opere, di autori ignoti, sono da riferirsi ai secoli XVII e XVIII.

Il ricordo di una Mision Franciscana de Santa Rosa de Viterbo de los Nadadores (Coahuila de Zaragoza), attiva presso i Cotzales (dal 1675) e i Tlaxcaltecas (dal 1733), certifica il ruolo della Rosa viterbese nell’evangelizzazione dei nativi. Era stata fondata dai francescani Francisco Peñasco e Juan Barrera nel 1674 col semplice nome di “Mision de Santa Rosa”. Un contesto simile spiega la presenza di Santa Rosa da Viterbo nella Mision de San Xavier Del Bac, in Arizona (USA) dove è raffigurata nel tamburo della cupola del magnifico santuario d’epoca barocca. Nell’affresco, una pietra si solleva dal suolo consentendo a Rosa di farsi ascoltare anche dalle persone più distanti: memoria di un celebrato miracolo, ma anche evidente allusione al nuovo compito missionario assegnato alla Santa-Niña nelle lontane terre americane. La missione di San Saverio (San Xavier) fu stabilita per evangelizzare i cosiddetti Papagos (gli attuali Tohono O’odham) e si trova tutt’ora all’interno della loro riserva. Qui operarono sia i francescani (un cui vicino insediamento era stato distrutto dai bellicosi Apaches) che i gesuiti e qui pervenne, nel 1692, il celebre missionario della Compagnia di Gesù Eusebio Kino. Trascorsi pochi anni dall’indipendenza dalla Spagna, gli Stati Uniti sottrassero alla neocostituita República Federal de México i vasti e poco popolosi territori del Tejas, del Nuevo Mejico, dell’Alta California e dell’Arizona.

Ma Santa Rosa da Viterbo dovette esser popolare anche nel cuore del Virreinato, tra Veracruz e Città del Messico, dove si colloca la vicenda di Gertrudis Rosa de Ortiz De Cortés, conosciuta da tutti come “la Viterbo” anche per la concordanza di alcune circostanze della sua vita con noti episodi biografici attribuiti alla Rosa viterbese. Fu penitente e predicatrice di strada. Sostenne di vedere il Bambin Gesù (che le avrebbe parlato dall’età di 5 o 6 anni) la Vergine Maria e il Cristo sofferente. Le si attribuirono profezie e guarigioni miracolose. Sopportò avversità e malattie, invitando la popolazione e le pubbliche autorità a una fede sincera e a una vita di penitenza per evitare i castighi di Dio. Le fu rifiutato l’ingresso nei conventi della città cui aveva bussato (primo tra tutti quello di San Francesco) e, essendo illetterata e priva di una guida spirituale, attrasse su di se le attenzioni di una Santa Inquisizione sempre diffidente con mistici ed predicatori improvvisati. Fu giudicata una “debole di mente”, inviata a servizio presso un sanatorio e le fu interdetta ogni attività pubblica. Malgrado le radici “francescane”, Gertrudis Rosa indossò infine l’abito carmelitano che portò fino al giorno della morte, 11 Novembre del 1725.

La vicenda di Gertrudis Rosa certifica la popolarità della Rosa viterbese a Città del Messico, anche tra coloro che non sapevano leggere e scrivere. Interessante a questo riguardo la pubblicazione a Puebla di una “Vida de Santa Rosa de Viterbo” comprensiva di 33 tavole del celebre incisore José de Nava (1735-1817), un eloquente racconto per immagini della vita e dei miracoli della Patrona viterbese. Ma più di tutti furono la fondazione a Querétaro del Beaterio, poi Colegio e Real Colegio, di Santa Rosa da Viterbo e del connesso Templo ad offrire alla Patrona viterbese una straordinaria ribalta a cavallo dei secoli  XVII e XVIII. Di questo magnifico santuario ha trattato Alessandro Finzi in precedenti articoli e nel suo libro “Santa Rosa in Messico” (2006). Costruito sotto il patrocinio di Elisabetta Farnese (1692-1766), regina di Spagna, vi lavorarono i maggiori artisti dell’epoca e tuttora accoglie importanti opere d’arte ed un sontuoso arredo d’epoca barocca. Vi si trovano tre raffigurazioni scultoree della Rosa viterbese (una del ‘700 fatta venire da Napoli) all’interno, una quarta è inserita nella sontuosa decorazione esterna del portale d’ingresso. Il Real Colegio accolse nel periodo di massimo splendore una comunità femminile di quasi 100 giovani di varia provenienza ed estrazione sociale, chiamate Beatas Franciscanas, Madres Rosas o, più affettuosamente, Rositas.

Copia manoscritta del 1867 delle Costituzioni del Real Colegio di Querétaro

Invero, i cosiddetti Beateri furono tra le istituzioni maggiormente distintive della religiosità messicana dell’epoca del Virreinato. Si chiamarono Beatas quelle donne che intendevano vivere secondo uno status intermedio tra quello religioso propriamente detto e quello secolare, professando voti temporanei. Provenienti da ogni ceto sociale, erano dedite alla preghiera, allo studio e al lavoro manuale. Vestivano l’abito dei “terziari” del medesimo Ordine cui erano associate (più spesso i Francescani e i Domenicani, ma anche gli Agostiniani e i Carmelitani). Accoglievano bambine orfane, vedove e donne abbandonate. Offrivano penitenze e preghiere per le intenzioni di chiunque ne facesse loro richiesta. Queste istituzioni godevano di buona fama presso il popolo che le sosteneva con aiuti pratici ed elemosine, godevano anche della protezione di personaggi influenti della società del tempo. Beaterios e Colegios de Niñas titolati a Santa Rosa da Viterbo sono attestati in Messico non solo a Santiago de Querétaro, ma anche a Valladolid (Michoacán), a Veracruz (Veracruz de Ignacio de la Llave) e, probabilmente, a San Andrés de Cholula (Puebla). Delle Rositas di Querétaro e della loro vicenda eroica e drammatica diremo nella seconda parte di questo articolo.

Lezioni pubbliche

Nei mesi di aprile e maggio vi proponiamo tre lezioni pubbliche aperte a tutti.

In seno al laboratorio di edizioni di fonti giudiziarie si terranno:

23 aprile 2021 – ore 18

Attilio Bartoli LangeliLa confessione autografa di una strega: Bellezza Orsini, 1528

28 maggio 2021 – ore 18

Maria Grazia Nico, Stregoneria, processi, statuti. Un “racconto” perugino.

Per prenotarsi clicca su questo modulo


In seno al corso di paleografia pratica superiore : 

10 maggio 2021 – ore 16.00 (in inglese)

Margaret Connolly e Rachel Hart  (Università di St. Andrews) 

Panorama delle scritture in uso in Inghilterra e in Scozia dall’XI al XVI secolo

Per prenotarsi clicca sul seguente modulo

 

 

Costruire l’identità

Recensione de L’osservatore Romano al volume Memorie segrete

Tratto da L’osservatore romano del 10 aprile 2021 (a cura di Roberto Rosano)
 

Di Rosa di Viterbo, santa giovanissima, eroica, hanno detto e scritto Léon de Kerval, in un felice ritratto del 1896, e in tempi più vicini Frei Urbano Plens, Ernesto Piacentini, registi e sceneggiatori come Rosanna De Marchi, Luigi Avella… La statua della santa, innalzata sui tetti del più vasto centro storico d’Europa, per mezzo d’una gigantesca macchina a spalla, è ormai entrata nell’immaginario di molti, non solo nelle liste dei periti dell’Unesco. Insomma, Viterbo e la sua santa sono davvero unite in una intrecciatura inestricabile, come dimostra anche una recente pubblicazione, Memorie segrete. Una cronaca seicentesca del monastero di Santa Rosa di Viterbo (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2020, pagine XXVI -294, euro 31), a cura di Eleonora Rava.

Proprio a Viterbo, nelle immediate vicinanze della religiosità rosiana, un piccolo gruppo di studiosi ha riportato al nostro interesse un’antica cronaca monastica, risalente al XVII secolo, che costituisce, insieme ai suoi più illustri consimili, i memoriali di suor Arcangela Tarabotti, ad esempio, un esemplare specialissimo per la storia della Chiesa e della pietà. Memorie segrete è il risultato di una intensa ricognizione sul contesto dell’opera (la città, il monastero, le dinamiche interne alla comunità).

Pur rientrando in una tradizione che ha antecedenti nella Bella memoria anticha, la cronaca viterbese del Seicento si discosta dagli esempi di libri memoriali più noti. Non mancano alcuni degli elementi comuni ai diversi scritti narrativi delle famiglie monastiche, quali il numero e il nome delle professe, le vestizioni, l’elezione delle badesse e la descrizione dei beni monastici. Tuttavia le Memorie segrete sono interessate ad appuntare con scrupolo di verità gli eventi più notevoli, i mutamenti disciplinari ed economici che avvennero nella comunità tra la fine del secolo XVI e la prima metà del XVII . Non è, quindi, soltanto questione di nomi e cognomi, da ordo verborum, si tratta d’un pezzo di storia del nostro Paese e di un interessante sguardo psicologico e sociologico sulle dinamiche interne d’un gruppo di donne tra Cinquecento e Seicento.

Scritta tra il 1647 e il 1648, la cronaca di Santa Rosa ripercorre la storia precedente del monastero sulla base della documentazione, dei diversi libri memoriali e della testimonianza delle monache anziane. L’autrice inizia tuttavia nel 1591 a raccontare quanto ha visto personalmente. Nella storia si intrecciano notizie diverse, riguardanti la disciplina, la spiritualità, l’economia della famiglia monastica, che l’autrice racconta con grande senso di partecipazione, pur rimanendo nell’ombra. Alcune notizie sono davvero affascinanti.

Alludiamo in particolare alla narrazione del misterioso evento che tra il novembre 1617 e il maggio del 1618 sconvolse la vita del monastero di Santa Rosa: la presunta possessione diabolica di quindici monache, che ebbe tragiche conseguenze per cinque di esse. Di lì a poco, scoppiò una vera e propria epidemia europea di «possessioni diaboliche» in convento: dalle ben note Orsoline di Loudon, alle aristocratiche Clarisse di Carpi. Sappiamo oggi che simili concomitanze furono causate dalla claviceps purpurea, presente nella segale avariata del pane nero consumato nei conventi, invece che all’azione del demonio, come dimostrato da una doviziosa letteratura scientifica che non osiamo contestare.

In ogni caso, Memorie segrete colma un vuoto enorme, non soltanto «di ricerca», ma anche «di audacia»: basti pensare che il manoscritto finora non era mai stato oggetto di studio, perché ritenuto scandaloso, di cattivo esempio, riservato. La «segretezza», richiamata sin dal titolo, fu raccomandata vivamente da coloro che nei secoli successivi lessero e custodirono il manoscritto: «Lo tenga la M. Abb., segreto con li secolari e religiose».

Gabriella Zarri, storica, curatrice della serie Scritture nel chiostro, cui aderisce anche il testo in questione, spiega il motivo in una brillante premessa, che occupa lo spazio di ventidue pagine. Le scritture contabili e i libri di ricordi erano considerati da secoli prerogativa del Pater familias, basti ricordare il monito di Leon Battista Alberti ne I libri della famiglia (1. III ): «compili personalmente i libri e li custodisca nella sua stanza, lontani dagli occhi delle donne di casa». Con l’appropriarsi del compito di redigere le cronache, le monache non acquistavano soltanto l’occasione di mostrare la loro progressiva acculturazione, ma anche di costruire la propria identità e consegnare ai posteri la propria memoria, a cominciare dalle sorelle stesse del monastero. Nel 1990, Gianna Pomata scrisse un articolo assai fortunato, intitolato Storia particolare e storia universale: in margine ad alcuni manuali di storia delle donne («Quaderni Storici», nuova serie, XXV [1990], numero 74/2, pp. 341-385). Servirebbe leggerlo per rendersi conto dell’importanza storica di un testo come la cronaca del monastero di Santa Rosa (et similia). In quel celebre articolo Pomata distingueva tra «storia universale», scritta dagli uomini, e «storia particolare», scritta dalle donne. La ragione di questa definizione consisteva nel fatto che, specialmente nel passato, la condizione femminile addensava l’esperienza di vita e di conoscenza delle donne presso l’ambito domestico o altro luogo spazialmente e geograficamente circoscritto.

Lo stesso accesso ai libri era per lo più limitato alle biblioteche familiari e paterne o a quelle monastiche, così come la documentazione storica doveva essere conservata e resa consultabile nella sfera di vita delle stesse. Per secoli, dunque, la storia delle donne si espresse principalmente nell’ambito della storia familiare o di singole personalità o di istituzioni destinate alla vita religiosa o all’educazione femminile.

Le Cronache monastiche, perciò, possono considerarsi a pieno titolo espressione di quella “storia particolare” scritta nel passato dalle donne e in cui raggiunsero, in alcuni casi, risultati davvero eccellenti. La cronaca seicentesca di Santa Rosa è certamente uno di questi.

Rivedi il video della presentazione del volume

https://youtu.be/RgR71lbBOyM

Avviamento all’uso di CTE 2021

Classical Text Editor: modulo base e avanzato

Un applicativo comune come Word di Microsoft non soddisfa esigenze specifiche di filologi, paleografi, diplomatisti, che sovente incontrano problemi nel gestire i propri lavori o sono sottoposti a snervanti e meticolose correzioni di bozze. Diversamente, Classical Text Editor (CTE) può gestire diversi livelli di apparati e note critiche, gli indici e testi in scritture sinistrorse (come ebraico e arabo).

Classical Text Editor è un’iniziativa dell’Austrian Academy of Sciences e di CSEL, ideata da Stefan Hagel.

Obiettivo

Le lezioni mirano ad approfondire la conoscenza del programma CTE. La parte teorica si accompagnerà immediatamente con la pratica per permettere di prendere confidenza con l’applicativo. Verranno fatte esercitazioni mirate, da svolgere in classe e autonomamente. Finalità del corso è quella di costruire il modello di lavoro secondo le proprie esigenze testuali e critiche.

Visto il carattere fortemente individualizzato la partecipazione è a numero chiuso: massimo 15 persone. Per motivi organizzativi deve essere garantito un minimo di 6 iscritti.

Le lezioni si svolgeranno online sull’applicativo Zoom. Verrà approntata una classroom dedicata per la condivisione dei materiali didattici e la messa a disposizione delle lezioni registrate sulla piattaforma E-SPeS con un forum per facilitare l’interazione con il docente.

Programma

MODULO BASE

Lunedì 31 maggio dalle 16.30 alle 19.30 

Installazione (Win e Mac) – release – licenze – ambiente di prova – finestre di lavoro – visualizzazione di stampa – importazione file di testo – templates – salvataggio e formati

Martedì 1 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Layout pagina semplice, a colonne – margini e paragrafo – sezioni e capitoli – intestazione e piè di pagina 

Lunedì 7 giugno dalle 16.30 alle 19.30

 Apparati e note (setting) – Macro – sillabazione 

Martedì 8 giugno dalle 16.30 alle 19.30

file associati – sincronizzazione – inizio costruzione di un template personalizzato

MODULO AVANZATO 

Lunedì 21 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Funzioni di layout pagina – Setting apparati e note – File associati e sincronizzazione

Martedì 22 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Creazione indici – Lavorare con grafici e immagini – Bibliografia

Lunedì 28 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Sigle dei manoscritti – Finestra di collazione (new)

Martedì 29 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Costruzione di un modello personalizzato avanzato in base al proprio testo da editare

Contributo

Il contributo per il corso è di 150 € per ciascun modulo, di 200 € per chi frequenta entrambe. Potrà essere versato attraverso bonifico bancario al seguente IBAN: IT18I0100514500000000001267 o tramite paypal.me/cssrv cliccando il bottone “invia” (o nel bottone “Donate” del sito), precisando sempre la causale: “Contributo CTE 2021 – Nome cognome”.

Iscrizioni

Le iscrizioni dovranno pervenire attraverso questo modulo entro il 24 maggio 2021. Prima dell’inizio delle lezioni gli iscritti saranno inseriti in una classroom dedicata sulla piattaforma e-SPeS, in cui avranno a disposizione i materiali didattici, le registrazioni e le esercitazioni.

È previsto un attestato di partecipazione se si è frequentato il 75% delle lezioni.

Per scoprire tutti  i corsi e i laboratori SPES previsti per l’autunno clicca qui.