Tutti gli articoli di Angelo Sapio

“All’ombra della cupola”

In memoria di Jaromir Czernin

qui caduto il 12 luglio 1921

Quella che segue è la storia di un dramma famigliare accaduto a Viterbo cento anni or sono.

Le Strenne nascono come una rubrica con la finalità di rendere una platea di attenti osservatori, edotta su fatti storici poco o affatto noti, su risultanze di studi e attività condotti da membri e collaboratori del CSSRV e su aggiornamenti in merito a iniziative e novità gravitanti attorno alla città di Viterbo e alla sua Patrona.

In questo caso vogliamo raccontare una breve pagina di cronaca cittadina solo per poter rendere omaggio alla figura di un ragazzino sconosciuto (o dimenticato) che si trovò a passare da questa città in uno sfortunato pomeriggio d’estate del 1921 e qui sarebbe rimasto per sempre.

Percorrendo viale Raniero Capocci si costeggia una lunga porzione delle mura cittadine e ad un tratto si giunge fin sotto l’ingresso posteriore del Monastero di S. Rosa. Imponenti lavori di sbancamento realizzati al piano stradale alla fine del XIX secolo riportarono alla luce in questo punto le fondamenta di quello che fu il palazzo dell’imperatore Federico II di Svevia. Se non a passo d’uomo, è assai difficile accorgersi di una modesta croce in peperino abbarbicata sul pendio che fatica ad emergere tra quel “disordine” di rovine sparse, costituite dello stesso grigio materiale locale. Quella croce venne lì posta un secolo fa a perenne memoria di Jaromir Czernin, quindicenne austriaco vittima innocente di una sventurata concatenazione di eventi che coinvolsero anche una piccola città di provincia quale era Viterbo.

L’Italia tutta viveva in quegli anni una delle fasi transitorie certamente tra le più complicate della sua storia. L’immediato primo dopo-guerra fu infatti connotato da una serie di sconquassi politico-economici che avevano minato seriamente la tenuta sociale del Paese. La difficile riconversione industriale post-bellica accompagnata da un’inflazione galoppante spinta dall’aumento esponenziale dei prezzi al consumo, una disoccupazione sempre più dilagante che faceva il paio con gli scioperi di massa nelle fabbriche, i colpi falcidianti della febbre spagnola e non ultima la disillusione per una vittoria definita “mutilata” furono tutti i segnali di un’Italia ormai destinata a cambiare dalle fondamenta di fronte al tramonto definitivo del sogno liberale che l’aveva accompagnata sin dalle prime battaglie per l’unificazione nazionale.

I primi due anni dalla fine dei combattimenti furono investiti dal vento nuovo che soffiava dall’Est Europa e videro il diffondersi del fenomeno del sindacalismo rivoluzionario e di altre forme di dimostrazioni sovversive. Esaurita però la spinta propulsiva di questo, passato alla storia come “biennio rosso”, nuove espressioni, questa volta di matrice reazionaria e nazionalista, cominciavano ad affacciarsi prepotentemente sulla scena politica italiana. In diverse città della penisola iniziarono a moltiplicarsi episodi di guerriglia tra le sempre più numerose formazioni dello squadrismo nero e le organizzazioni della sinistra. Viterbo non fece eccezione.

Tra azioni provocatorie, comizi di piazza, regolamenti di conti personali mascherati tra gli scontri di fazione, si arriva alla domenica del 10 luglio 1921 con l’inaugurazione ufficiale del gagliardetto del fascio italiano di combattimento di Viterbo a cui prendono parte pure diversi aggregati forestieri. Camicie nere da una parte ed anarchici e socialisti dall’altra vengono facilmente alle mani, ma nelle colluttazioni rimane ucciso Tommaso Pesci, un inerme contadino che pare sia anche estraneo alla zuffa. L’atmosfera si surriscalda al punto che i fascisti devono abbandonare la città, ma promettono di tornare in forze e soprattutto in armi per restituire lo smacco. Gli eventi prendono dunque una piega inaspettata dal momento che la minaccia di rappresaglia è ritenuta seria e fondata per la mobilitazione delle squadre umbre e le conferme che giungono anche da ambienti della politica nazionale. Si costituisce velocemente un comitato di difesa cittadina a cui prendono parte anche gli Arditi del Popolo, un’organizzazione paramilitare nata proprio pochi giorni prima che si ispirava ai reparti scelti degli Arditi dell’esercito italiano distintisi particolarmente durante le battaglie del Piave contro gli Austriaci.

Il 12 luglio è il giorno dei funerali di Tommaso Pesci, ma anche il giorno in cui si attende l’assalto dei gruppi armati. Mentre il campanone del Comune suona a lutto, le forze di pubblica sicurezza presidiano i punti di accesso alla città, mentre le truppe del 60° Reg. Fanteria all’epoca stanziate alle caserme di Viterbo, sono chiamate a controllare le porte urbiche e a sbarrarne l’ingresso con cavalli di Frisia. Si ravvisa inoltre la presenza di numerosi cittadini sugli spalti delle mura, non tutti affiliati agli Arditi del Popolo, equipaggiati con armi da fuoco, attrezzi da lavoro ed altri mezzi di fortuna. Durante tutta la mattina si susseguono allarmi ed allarmismi con telegrammi e segnalazioni di vario genere sull’avvicinamento di gruppi armati e l’aggiramento dei posti di blocco della polizia e dei Carabinieri. Quando poi i primi colpi di fucileria vengono esplosi nei pressi di Porta Romana, il Campanone della torre comunale viene suonato a stormo con una tale veemenza da rompersi. Il segnale passa allora dal suono congiunto delle campane delle chiese di S. Sisto e di S. Angelo.

Tutto è pronto, persino una mitragliatrice controlla dal Palazzo della Prefettura l’accesso a Piazza del Plebiscito da Via Cavour. In uno stato di indefinitezza logorante che attanagliava gli animi, com’è nella natura umana in casi come questi, la tensione continuava ad auto alimentarsi minuto dopo minuto. Lunghi silenzi spettrali venivano di tanto in tanto interrotti da qualche grido di concitazione in lontananza quando, tutt’un tratto, accade l’imprevedibile.

Intorno alle ore 16,30 il rombo di un’autovettura (!), una lussuosa Alfa Romeo Torpedo, irrompe a piazzale Umberto I (attuale p.le Gramsci) come un inatteso preannuncio dei ruggenti anni venti nell’assopito contesto viterbese. Alla guida una nobildonna inglese, la Sig.ra Lucille Catherine Beckett, figlia del II° Barone di Grimthorpe ed ex consorte del conte Otto von Czernin, ambasciatore per conto dell’Impero Austro-Ungarico presso la Santa Sede durante la prima guerra mondiale. Con lei tre dei suoi quattro figli, Paul, Edmund e Jaromir e l’autista italiano Enrico Pastecchi. La comitiva è in viaggio di ritorno verso Roma da una gita fuori porta ad Assisi, dove ha assistito alla messa e da una tappa intermedia ad Orvieto. L’idea ora è quella di attraversare Viterbo per una breve visita ai monumenti e rientrare, ma arrivati di fronte a Porta Fiorentina la strada è sbarrata dai militari dell’Esercito. Il maggiore Sacchetti illustra alla signora la situazione e le consiglia caldamente di aggirare la città e di andarsene velocemente; ma anziché suggerirle di tornare indietro e cambiare strada, la fa proseguire lungo la Cassia costeggiando il circuito delle mura.

L’errore tanto grossolano quanto fatale commesso dall’ufficiale tradisce il reale stato della disorganizzazione e la mancanza di comunicazione tra i vari attori in campo in quel delicato frangente. Non appena l’auto scoperta svolta su viale Capocci e supera Porta Murata, viene subito centrata da una fitta scarica di colpi di fucile esplosi dagli spalti delle mura e dal prospiciente terrapieno della ferrovia, probabilmente scambiata per un mezzo degli assalitori. Il veicolo sbanda ma continua la sua corsa a velocità sempre più sostenuta nella speranza di riuscire a mettersi in salvo. I colpi iniziano a diradare in corrispondenza dell’attuale imbocco di via Fratelli Rosselli per piazza Verdi, dove all’epoca si apriva la cosiddetta Gabbia del Cricco, un varco delle mura protetto da una barriera di colonnine di pietra da cui filtrava in città il fosso Urcionio. Sotto le mura del Monastero di S. Rosa gli spari sembrano cessare, ma subito dopo riprendono violenti dai merli che precedono l’ex convento di S. Simeone. Molti dei passeggeri sono stati colpiti e quando la donna si accorge che sul sedile posteriore Jaromir ormai è morto, centrato da un tiro in testa, finalmente ferma la macchina, ma nel disperato tentativo di trovar riparo sotto l’auto, anche Paul rimane gravemente offeso. A quel punto la madre esce allo scoperto e grida in italiano ai tiratori di fermarsi…ed essi si fermano.

Poco dopo sopraggiunge dal posto di blocco del passaggio a livello una pattuglia di carabinieri. La situazione appare disperata. Vengono fatti tutti salire di nuovo sull’auto e due carabinieri li scortano sventolando dal predellino un drappo bianco fino all’ex Ospedale Grande degli Infermi, dove a Paul verrà amputata una gamba. La giornata di sangue invece si chiuderà così, senza ulteriori spargimenti… Gli assalitori se ne vanno, i difensori abbandonano le loro postazioni. Ogni velleità si ritira e lascia il campo libero alla costernazione per una tragedia che nessuno avrebbe mai potuto presagire.

La croce che s’incontra lungo la strada si trova in prossimità del punto in cui l’auto si era fermata, esattamente alle spalle del Monastero di S. Rosa, dove in quei giorni erano in corso i lavori sulla ricognizione delle spoglie della Patrona.

I funerali di Jaromir si terranno pochi giorni dopo l’accaduto a Viterbo e la salma inumata nel cimitero di San Lazzaro, dove riposa ancora oggi. La Sig.ra Beckett (che più tardi assumerà in seconde nozze anche il cognome Frost) detterà il toccante epitaffio che tutt’ora si può leggere sulla tomba del figlio:

“In memoria di Jaromir Czernin, straniero,

passando per Viterbo il 12 luglio 1921

cadde vittima di cuori infocati da odi e rancori.

Beati i puri di cuore perciocché vedranno Iddio”.

 

 

 

Cento anni dalla prima ricognizione del corpo di Rosa

3 Aprile 1921 – 3 Aprile 2021

È nota ormai a tutti l’attenzione che la scienza ha rivolto al corpo di s. Rosa nel corso dell’ultimo secolo. Solo pochi anni fa, presso l’aula magna dell’Università degli Studi della Tuscia, si è tenuto un grande convegno che ha riunito i protagonisti dell’ultima ricognizione operata sulle sacre spoglie della Santa nel 1998, occasione in cui si è fatto il punto sullo stato dell’arte relativa all’indagine paleopatologica tuttora in esame. Sappiamo invece che i primissimi lavori documentati risalgono a cento anni fa esatti. Il tutto prese inizio, come sarebbe poi accaduto anche negli anni ’90, da una segnalazione, partita probabilmente dalle monache di S. Rosa, su alcuni segni di deperimento della Salma, che avrebbe messo in allarme il vescovo di allora Mons. Emidio Trenta.

Si pensò di agire subito informando finanche la Santa Sede di quanto stava accadendo, preoccupati che la situazione potesse addirittura precipitare rapidamente. Va detto che da secoli il Corpo si trovava in una condizione di perenne esposizione alla “contaminazione” con l’ambiente esterno causata dalla continua apertura dell’anta frontale dell’urna per permettere il bacio della mano ai fedeli (che aveva causato oltretutto una frattura del braccio con conseguente perdita di tessuti) o il lavaggio delle superfici cutanee per ricavarne l’acqua di lotura da destinare a coloro che impetravano grazie di natura fisica. Tali consuetudini plurisecolari si interruppero bruscamente nel 1921 allorquando il papa Benedetto XV dispose le necessarie facoltà per avviare un’accurata perizia scientifica sulla Reliquia. Tale Papa conosceva bene la Santa di Viterbo, avendola da poco eletta patrona della Gioventù Femminile di Azione Cattolica su espressa richiesta della coordinatrice nazionale Armida Barelli. Venne dunque incaricato del delicato compito il dott. Pietro Neri, medico chirurgo in Roma, il quale vi si dedicò immediatamente con la massima solerzia. Così cita l’Atto ufficiale della Ricognizione:

“Addì tre aprile millenovecentoventuno alle ore dieci. Per le speciali facoltà da S. E. Rev.ma Monsignor Emidio Trenta, Vescovo di Viterbo e Tuscania, precedentemente ottenute “vivae vocis oraculo” dalla medesima Santità Sua, sono presenti alla canonica ricognizione:

  1. Lo stesso Ecc.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo Emidio Trenta,
  2. E. Rev.ma Monsignor Giacomo Sinibaldi, Vescovo Titolare di Tiberiade,
  3. Don Saverio Mastini, Canonico della Cattedrale di Viterbo e confessore del Monastero,
  4. D. Roberto Mordacchi, Parroco di S. Marco,
  5. Comm. Giulio Paganini, Sindaco di Viterbo
  6. Giuseppe Meta, Regio Sottoprefetto di Viterbo
  7. Comm. Pietro Neri, medico chirurgo, quale perito tecnico nominato da S. Santità Benedetto XV,
  8. Luigi Anselmi, Presidente della Giunta Diocesana,
  9. Signora Boninzella Paganini, consorte del Sindaco,
  10. Signora Maria Meta, consorte del Sottoprefetto,
  11. Signora Maria Neri, consorte del professor Neri,
  12. Signorina Rosa Paganini,
  13. da Suor Marianna Geltrude Mengoni, Abbadessa, con tutte le religiose,
  14. Sestilio Giulianelli, Arciprete della Cattedrale e Cancelliere Vescovile.

Inizia poi la descrizione dei fatti con l’apertura dell’urna e l’estrazione della salma prima della perizia vera e propria a cui assistettero anche la moglie del dott. Neri ed alcune monache autorizzate. Il medico dovette purtroppo constatare che la Reliquia si avviava al disfacimento. In realtà l’ultima ricognizione ha chiarito che la salma si trovava (e si trova ancor oggi) in uno stato di ottima conservazione, frutto di un processo di mummificazione naturale che ne aveva mantenuto intatta la connessione ossea e degli organi interni, attraverso la repentina disidratazione dei tessuti successiva alla prima inumazione della salma stessa.

La reazione dell’epoca tuttavia fu tale che, senza tergiversare oltre, il dott. Neri si apprestò nell’estate dello stesso anno a compiere un’opera di restauro conservativo non poco invasiva. Si registrarono peraltro voci di opposizione che si erano levate da parte di alcuni Viterbesi, i quali avevano criticato il ricorso ad un intervento medico-chirurgico quando, a loro detta, si sarebbe potuto semplicemente effettuare una disinfezione antisettica all’interno dell’urna con conseguente chiusura ermetica della stessa. L’intervento consistette invece in un utilizzo cospicuo di cere, lucidature e balsamo del Perù per integrare le parti di tessuti deperite e soprattutto per coprire tutta la superficie corporea, al fine di proteggerla dall’aggressione di parassiti e microrganismi. 

Preoccupato seriamente per la tenuta dell’intero corpo per il futuro e spinto dalla volontà di “salvare il salvabile”, il medico ebbe facoltà di asportare il cuore della Santa, attraverso un’apertura toracica condotta con estrema diligenza per le conoscenze del tempo. Il piccolissimo organo, che venne in seguito esposto in un primo reliquiario inviato da Benedetto XV e poi in quello attuale, prezioso dono di papa Pio XI, costituisce l’elemento peculiare al centro del dibattito sorto su quella sindrome sfuggente che ha accompagnato la vita di Rosa sin dalla nascita e che oggi la scienza tende ormai ad identificare come “Anomalia di s. Rosa”.

In una lettera pastorale del 29 ottobre 1921, a conclusione dei lavori, il vescovo Trenta comunicò ai fedeli che da quel momento il bacio della mano sarebbe stato sostituito col bacio di questa nuova preziosa reliquia e a coronamento di questi eventi una solenne processione religiosa col trasporto del corpo e del reliquiario con il cuore della Santa si sarebbe tenuta a Viterbo il 13 novembre 1921 con gran concorso di popolo.

6 marzo: Dies natalis

Angelo Sapio

Il 6 marzo ricorre la festività del Transito di santa Rosa. Si tratta ovviamente di uno degli appuntamenti principali del calendario liturgico viterbese. Tuttavia, come è noto, proprio a Viterbo la festa patronale di santa Rosa ricade il 4 settembre, giorno della Traslazione del corpo, (avvenuta secondo la tradizione nel 1258 per volere di papa Alessandro IV). Il culto di santa Rosa è sempre ruotato attorno a questa seconda data, ritenuta di fatto quella del primo riconoscimento della sua santità. Le fonti antiche, peraltro, non menzionano mai date precise sulla vita di Rosa, motivo per cui esse sono sempre state oggetto di disputa tra gli storici. I primi tentativi per individuare il giorno della morte della Patrona di Viterbo, quello che per la Chiesa rappresenta il Dies natalis (la nascita al cielo), sarebbero arrivati solo agli inizi del secolo XVII, in piena fase controriformista. Un po’ ovunque, di fatti, i culti locali iniziavano a rifiorire sotto la spinta delle autorità civili ed ecclesiastiche e così anche nella città della Tuscia riprendeva definitivamente vigore la venerazione verso s. Rosa, dopo le fasi alterne dei secoli precedenti. Nell’arco di tutto il Seicento si assistette ad un profluvio di biografie rosiane in lingua volgare che avrebbero contribuito ad una larga circolazione di nuove informazioni.

A dare un primo forte impulso fu Pietro Coretini, segretario comunale di Viterbo, che nel 1638, su incarico delle magistrature locali, aveva dato alle stampe la prima opera completa sulla vita di s. Rosa. Il compito del Coretini fu quello di raccogliere quante più informazioni possibili dalle fonti antiche e cercare di metterle insieme al fine di ricavarne un racconto organico e convincente. In realtà Girolamo Vittori, confessore delle Monache di S. Rosa, nella sua biografia inedita (1616) propone per la morte di Rosa il mese di aprile senza specificare il giorno. Alla stessa maniera il Coretini andò oltre: fu in grado di fornire anche una data precisa del beato transito della Santa: 6 marzo 1258. Tale fu il riscontro di popolo che evidentemente molti altri autori, di lì a pochi anni, decisero di cimentarsi nella stesura di nuove vite della Santa Patrona, concepite tutte sulla falsariga de “L’historia di S. Rosa Viterbesedi Pietro Coretini. Ci vollero molti anni prima che si riuscisse a fare un’opera di “pulizia” delle mille aggiunte e fioriture popolari che si erano sedimentate nel tempo, ma neppure l’attento studio dei Padri Bollandisti (1748), volto a correggere le molte inesattezze cronologiche che circolavano, ebbe sufficienti ragioni per non accettare la ricorrenza del 6 marzo individuata dal Coretini e ormai entrata di diritto a far parte delle nostre tradizioni religiose.

In che modo però l’autore era riuscito a ricavare questo dato? Innanzitutto era partito dai pochi punti fermi che si apprendono dalla vita latina allegata agli atti del Processo di Canonizzazione del 1457, ossia il 4 settembre (data della traslazione del Corpo), il nome di papa Alessandro IV (autore della stessa) e il dato dei diciotto mesi che separerebbero il momento della morte e quello della traslazione. Il ragionamento del Coretini molto probabilmente fu quello di fissare il 4 settembre in un determinato anno e contare diciotto mesi indietro, ovvero un anno e mezzo prima. Ponendo dunque la Traslazione al mese di settembre dell’anno X, la morte cadrebbe nel mese di marzo dell’anno X-1. A ben vedere, di fatti, a Viterbo celebriamo s. Rosa due volte l’anno, in due momenti esattamente speculari, a sei mesi di distanza l’uno dall’altro: 6 marzo e 4 settembre. Tutto parrebbe plausibile se non fosse per alcuni errori evidenti commessi dal biografo. Il Coretini afferma che la Santa sarebbe deceduta il 6 marzo 1258 e che la salma sarebbe stata riesumata e traslata al monastero delle damianite diciotto mesi più tardi, ossia il 4 settembre 1260; ma tra queste due date non passano diciotto, bensì trenta mesi (due anni e mezzo). L’errore tuttavia non sarebbe stato rilevato prima di alcuni anni, quando altri autori, avvedutisi, avrebbero cercato in qualche modo di correggerlo: alcuni anticipando la Traslazione al 1259, altri invece sottolineando che i mesi intercorrenti tra i due momenti sono effettivamente trenta e non diciotto.

Il problema principale per l’autore però derivò da un’informazione aggiuntiva che circolava da qualche tempo. Solo pochi anni prima (1625) infatti, l’irlandese Luke Wadding pubblicava gli Annales Minorum, un ricco compendio della storia francescana in cui trovò spazio anche un capitolo sulla vita della Santa viterbese. A tal proposito il Wadding riportò un documento probabilmente dimenticato da diverso tempo: la lettera inviata da Papa Innocenzo IV alla cittadinanza di Viterbo il 25 novembre 1252, con la quale dava il suo consenso ad una raccolta di testimonianze sulla vita e le virtù di Rosa, forse in preparazione di un processo di canonizzazione. Ciò significa che la giovane doveva essere già morta a quella data e perciò molto tempo prima rispetto al 1258.

Va da sé che questo dato abbia creato notevoli problemi ai calcoli del Coretini, il quale però sarebbe corso ai ripari con uno stratagemma alquanto fantasioso ma efficace. Non potendo negare l’autenticità della lettera papale, ma non volendo neppure rinunciare alle sue deduzioni, si limitò ad affermare che le virtù eroiche di Rosa erano tali e note da tempo che già il predecessore di Alessandro IV volle canonizzarla mentre ella era ancora in vita, nonché giovanissima! Curiosamente, sull’onda degli entusiasmi iniziali, anche questo dettaglio venne subito accettato dai più. Solo in una seconda fase, con l’avvio di un certo approccio critico allo studio delle fonti, la storiografia riuscì gradualmente a mettere ordine ai tanti dubbi sulla cronologia rosiana. Gli anni della nascita e della morte della Santa che conosciamo noi oggi (1233-1251) sono frutto di questo lungo lavoro di “scavo” che ha coinvolto e continua tuttora a coinvolgere in molti.

Tra i pochi punti fermi che hanno saputo resistere al tempo, troviamo però proprio quel 6 marzo in cui la Chiesa celebra ancora oggi il Dies natalis di santa Rosa e che la tradizione ha preservato nonostante risulti ormai del tutto svincolato dai calcoli cronologici di Pietro Coretini.

Strenne da Viterbo

a cura di Angelo Sapio

Con questo titolo si vuole dare avvio ad una nuova iniziativa del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, che ormai da oltre dieci anni è impegnato nel recupero della figura storica della santa patrona viterbese attraverso un’attenta analisi critica delle fonti antiche, a cui ha fatto seguito tutta una serie di pubblicazioni e progetti volti a comunicare informazioni e spunti di riflessione ad un pubblico di interessati sempre più ampio, fatto non più solo di addetti ai lavori, ma anche di appassionati e devoti da tutto il mondo.

Questo riscontro ha suggerito l’idea di creare una finestra comunicativa più agile in cui canalizzare dati, curiosità, pillole di storia meno note, annunci o novità gravitanti attorno al Monastero della Santa e alla comunità viterbese in generale. Dunque il titolo di “Strenne da Viterbo” intese come doni che il Centro Studi vuole regalare ai suoi sostenitori in questo nuovo anno, che possano essere anche di buon auspicio per i tempi a venire. Già i più attenti si saranno accorti della netta somiglianza che c’è tra questo nome, dall’aspetto un po’ desueto, e quello di una vecchia conoscenza del Capoluogo della Tuscia. Nella seconda metà dell’Ottocento, precisamente tra il 1869 ed il 1890, a Viterbo veniva pubblicata annualmente una rivista intitolata “La Rosa. Strenna Viterbese”, organo di stampa del Circolo S. Rosa, primo avamposto locale della Società della Gioventù Cattolica Italiana (futura A.C.I.) fondato da Mario Fani.

Quello della strenna era infatti un prodotto editoriale molto diffuso nel corso del XIX secolo, che consisteva in un libro-dono offerto come augurio in occasione delle festività natalizie che conteneva poesie e testi letterari. “La Rosa, Strenna Viterbese” consisteva nello specifico in un annuario con articoli vari sotto forma di saggi e dialoghi, novelle e racconti moralistici, inni, sonetti, preghiere e aneddoti storici sulle antiche gesta della città e della sua patrona intrecciati a vicende attuali. Sulla scorta di quanto ci viene suggerito dal passato, pertanto, senza ambire certo ad un obiettivo troppo ardito, il CSSRV proporrà questa rubrica divulgativa per chiunque abbia il desiderio di saperne sempre qualcosa di più. Non c’è modo migliore, quindi, che aprire con un estratto dall’articolo di apertura de “La Rosa, Strenna Viterbese pel 1870”:

Che cosa è strenna?

Strenne chiamavansi i doni che facevansi il primo giorno dell’anno, e la loro origine si fa risalire al tempo in cui regnarono insieme Romolo e Tazio. Dicesi che Tazio, avendo ricevuto al cominciare del novello anno coi buoni augurii alcuni rami tagliati in un bosco sacro a Strenna, dea della forza, autorizzasse in seguito un tal uso e loro desse il nome di strenne in onore di quella. Per i Romani solennissimo riesciva il primo giorno dell’anno, e lo dedicarono a Giano, rappresentato con due volti, siccome quegli che guarda l’anno passato, e quello eziando che sta per incominciare. In questa occasione tutti a vicenda scambiavansi prosperi e felicissimi augurii e donavano fichi, datteri e miele per indicare con siffatti segni, ch’essi desideravano agli amici una vita ricolma di dolcezza e felicità. Sotto Augusto il popolo, i cavalieri ed i senatori presentavano strenne all’Imperatore: e quando trovavasi assente le portavano al Campidoglio. Tiberio proibì le strenne dopo il primo giorno dell’anno, perché il popolo si occupava per otto continui giorni di siffatta ceremonia. Claudio, di lui successore, proibì che l’importunassero colle strenne. Nullameno l’usanza non venne meno fra il popolo, ed i Greci l’ebbero dai Romani.