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Apertura straordinaria della cella di Armida Barelli

Il video

In occasione dell’edizione 2022 delle Giornate di valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiastico, dal 14 al 22 maggio sarà possibile visitare su prenotazione la cella della beata Armida Barelli presso il Monastero di S. Rosa da Viterbo, preservata dalle monache nella sua forma originaria.

Per un’introduzione alla figura della beata Armida Barelli, al suo legame con santa Rosa e alla sua stanza nel Monastero di S. Rosa ecco il video realizzato da Luca e Renzo Antonelli (regia), Angelo Sapio ed Elisabetta Storcè (testi). 

Per prenotarsi alla visita guidata, occorre obbligatoriamente iscriversi al seguente link: https://forms.gle/ifWU7Gx7er5rEaVN8.
Le visite saranno possibili nei seguenti orari:

lunedì: ore 11

martedì-venerdì: ore 11 e 17

sabato: ore 11, 17 e 18

domenica: ore 10, 17 e 18

Per conoscere meglio la figura di Armida Barelli vi consigliamo anche di consultare gli altri approfondimenti curati dal nostro Centro Studi:

Armida Barelli

In occasione della beatificazione di Armida Barelli, 30 aprile 2022, vi proponiamo un contributo di Marcella Serafini (Istituto teologico d’Assisi), che ha tenuto anche un intervento presso il santuario di S. Rosa a Viterbo il 3 marzo 2022. Qui il video della conferenza.

Francescana, laica, appassionata

C’è un legame profondo e significativo che congiunge Armida Barelli (1882-1952) alla città di Viterbo e alla sua patrona santa Rosa, un legame che si fonda nella comune ispirazione francescana e si traduce per entrambe in apostolato laico, passione civile. L’amicizia con Dio, intensamente vissuta, porta entrambe a vivere la propria umanità nel dono totale, osando con l’audacia dell’amore. C’è anche un altro tassello che congiunge in modo indissolubile Armida alla città di Viterbo: la Gioventù Femminile di Azione Cattolica (GF); è proprio nella chiesa di santa Rosa, infatti, che nel 1868 matura nel giovane viterbese Mario Fani, allora ventitreenne, l’intuizione dell’Azione Cattolica.

Grazie a santa Rosa, a cui era particolarmente affezionata a motivo della comune vocazione francescana, Armida frequenta spesso Viterbo: tiene incontri per la GF, sosta presso il Monastero – chiedendo l’intercessione della giovane santa – e si intrattiene con le monache.

La beatificazione di Armida Barelli, ormai prossima (il 30 aprile), è un dono che la città di Viterbo è chiamata ad accogliere come una responsabilità e un nuovo appello. Ma chi era Armida Barelli? Quale l’attualità della sua testimonianza?

Nata nel 1882 da una famiglia dell’alta borghesia milanese che le ha trasmesso senso del dovere e alti valori civili e morali, Armida mostra sin da bambina un carattere vivace e intraprendente, deciso e piuttosto insofferente verso le regole. È dotata di grandi capacità organizzative e di profonda sensibilità, come dimostra durante gli anni di permanenza presso il Collegio S. Croce di Menzingen, dove era stata mandata dalla famiglia per completare gli studi. Agli anni di collegio risalgono il primo incontro con la spiritualità francescana e con la devozione al S. Cuore.

Conclude gli studi nel 1900, con pieni voti, un’ottima formazione e la conoscenza di tre lingue; il suo progetto di vita è ben chiaro: “O sarò suor Elisabetta missionaria in Cina, oppure madre di dodici figli; ma zitella mai e poi mai!”.

Tale simpatica dichiarazione esprime con chiarezza il carattere della giovane, aperta a grandi ideali e poco incline ai compromessi; lo manifesta nei modi permessi dalla mentalità del tempo, che non prevedeva altra possibilità di vocazione oltre a quella religiosa e matrimoniale. Eppure Armida sarebbe stata pioniera di una strada nuova, inedita, di consacrazione a Dio per la missione, non attraverso la ‘fuga mundi’, ma cercando di colmare la distanza tra ambiti apparentemente opposti e inconciliabili: fede e mondo, religione e scienza, fede e cultura, religione e impegno politico-sociale, portando il mondo a Dio nella preghiera e Dio al mondo attraverso l’apostolato.

L’accoglienza di tale chiamata non è facile per Armida, che deve mediare tra i pregiudizi del tempo e le sue inclinazioni, talvolta incomprensibili persino a se stessa: il rifiuto sempre più consapevole delle proposte di matrimonio, l’attrazione irresistibile verso Dio, una predisposizione innata ad aiutare gli altri. Il suo cammino vocazionale – piuttosto lungo e tormentato – passa attraverso incertezze, crisi e combattimenti interiori, ma trova il sostegno unanime dei sacerdoti che hanno la grazia di accompagnarla.

L’incontro con p. Agostino Gemelli, avvenuto l’11 febbraio 1920, segna una svolta nella vita di Armida. Ella apprezza la concretezza e l’umanità di p. Gemelli; quest’ultimo, da parte sua, è colpito dal ‘candore’ e dalla determinazione della giovane, dal suo desiderio di apostolato, ma anche dalle notevoli capacità umane, organizzative e pragmatiche. Decide così di coinvolgerla nelle sue iniziative, affidandole alcune traduzioni per la Rivista di Filosofia Neoscolastica. Dopo l’incontro con p. Gemelli, tutte le esitazioni vocazionali di Armida scompaiono: entra nel Terz’Ordine Francescano e si consacra a Dio per l’apostolato nel mondo. La loro collaborazione diventa stabile e durerà per 42 anni, fino alla morte di Armida. Il primo frutto di tale azione comune è la consacrazione di soldati al S. Cuore, a cui fa seguito una intensa attività di formazione dei laici, attraverso l’Opera della Regalità, l’Opera Impiegate e una serie di opuscoli sulla liturgia. Una molteplicità di iniziative che scaturiscono da un ampio progetto di formazione cristiana dell’Italia, a tutti i livelli, dalla base (operai, laici, popolo) fino ai vertici intellettuali e politici. Il culmine di tale progetto è l’università Cattolica, inaugurata il 7 dicembre 1921.

Il ruolo di Armida Barelli nella costituzione dell’Ateneo va ben oltre la raccolta di fondi di cui ella è promotrice come cassiera, ma è strettamente legata alla sua straordinaria tenacia e grande fede, manifestata già nel contesto del Comitato fondatore. Ella ha dimostrato di saper sperare  contro ogni speranza e di credere fortemente nella possibilità di realizzazione di quest’opera, sebbene in assoluta povertà di mezzi, solo perché promessa e dedicata al S. Cuore. È merito esclusivo della fede di Armida Barelli se il nome e titolo dell’Ateneo – dedicato al S. Cuore – si sono concretizzati, secondo per una motivazione teologica ben precisa: “il S. Cuore è la sede di ogni sapienza e scienza”. Non è ingenuità, anche se a prima vista potrebbe sembrare, ma fede profonda, biblicamente e teologicamente fondata.

Il progetto culturale promosso in collaborazione con p. Gemelli, si coniuga perfettamente con l’altra impegnativa attività svolta da Armida Barelli nel fondare la Gioventù Femminile prima nella Diocesi di Milano, su richiesta del Card. Ferrari, e successivamente, su esplicita richiesta del Pontefice, di estenderla su tutto il territorio italiano. Armida, che si sente inadeguata per svariati motivi, avanza tutte le possibili obiezioni, ma poi, “solo per amore del Sacro Cuore” e per obbedienza alla Chiesa, accetta. Intraprende così un’opera che avrebbe favorito la formazione umana e cristiana, su tutto il territorio nazionale, di ragazze, e in seguito anche bambine, che altrimenti sarebbero state irraggiungibili dall’azione formativa dello Stato. Il modello antropologico e femminile trasmesso dalla GF costituisce un’alternativa efficace e significativa a quanto propagandato dal Fascismo, tanto da suscitare la preoccupazione del Regime stesso.  

Università, Gioventù Femminile e formazione dei laici, sono opere che Armida Barelli ha potuto realizzare perché radicata in Dio, centro unificatore del suo essere e operare. Questa sua attitudine si concretizza nel 1919, nella fondazione, insieme a p. Gemelli, di una comunità di consacrate secolari – un primo gruppo di dodici sorelle – che avrebbe preso in seguito il nome di Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo. Il nucleo di tale vocazione è sintetizzato da p. Gemelli con i termini consacrazione (totale appartenenza a Dio), secolare (operando nel mondo), secondo la spiritualità francescana.

L’indole francescana di Armida Barelli è una caratteristica ‘naturale’ di Armida Barelli, come testimoniano p. Gemelli e Maria Sticco. Quest’ultima, docente presso l’Università Cattolica e tra le prime consacrate dell’Istituto secolare da loro fondato, scrive pagine di estrema chiarezza: «In virtù della sua semplicità e fede mirava dritto al fine per la via più breve, non aveva complessi, non si ripiegava su se stessa, semplice e decisa, e perciò veramente libera. Libera da perplessità interiori, libera nelle circostanze, nulla la intimidiva. Libera dal mondo, non curava come frenanti i giudizi altrui. Libera dal dolore, lo considerava nell’amore di Dio a andava avanti. La spiritualità francescana, che corrispondeva alle sue tendenze naturali, lei la sovrannaturalizzò promuovendo la sua semplicità e fede in volontà dinamica e azione costante, che aveva centro vitale nella sua devozione al Sacro Cuore e alla Regalità di Cristo»[1].

Il nucleo centrale e motore della vita di Armida era l’amore con Dio e la comunione con lui, che ella raggiungeva, pur restando immersa nell’azione, attraverso una preghiera trasformante, che sotto i tratti della devozione nascondeva una intensa vita di comunione soprannaturale. Maria Sticco attesta che ella «viveva nella comunione dei santi. Come viveva fra gli uomini, così viveva fra i santi e li interpellava, parlava con loro, come con uomini in cammino»[2].

La preghiera vocale era per lei “avviamento alla contemplazione”: riusciva a vivere la contemplazione «nel cuore dell’azione, contemplazione senza visioni, senza estasi, contemplazione del suo Signore, del suo Cuore, del suo amore incomprensibile e immenso»[3]. La sua vita interiore “era un continuo colloquio con Dio”, semplice e confidenziale, lo sentiva presente in tutti i momenti e attività della giornata. Il lavoro era servizio di Dio e incontro con i fratelli; dalla consapevolezza di operare per i fratelli e quindi di amare i fratelli, obbedendo così al comando evangelico, nasceva la sua calma, l’ascolto attento, tranquillo, il «dominio sereno di sé»[4]. Questa unione continua con gli uomini e con Dio nel lavoro non escludeva il tempo dedicato unicamente alla preghiera; non identificava infatti preghiera e azione né sostituiva la preghiera con il lavoro. Non diceva “lavoro dunque prego”, ma  «nel mezzo del lavoro era sempre unita a Dio, nel cuore dell’azione pregava, avendo sempre vivo e presente nella fede e nell’amore la persona di Cristo»[5].

L’esperienza di Armida Barelli testimonia la bellezza di una vita spesa per Dio, nella limpida consapevolezza che chi si dona e affida a Lui non perde nulla ma tutto riceve. La sua missione incarna in modo sublime alcune predisposizioni della sua personalità, perfettamente armonizzate grazie alla spiritualità francescana, conosciuta grazie a p. Gemelli:

  • L’attitudine alla sintesi tra Dio e mondo, religione e cultura, raccoglimento e impegno socio-politico, preghiera e attività, contemplazione e azione; è un’attitudine a superare separatismi e divisioni per costruire ponti e custodire le relazioni.
  • L’importanza decisiva della formazione: Armida Barelli e p. Gemelli avevano capito il valore imprescindibile della formazione a tutti i livelli (culturale, civile e religioso), in tutti gli stati e condizioni di vita, per favorire dialogo e dinamismo. L’impegno civile e politico è finalizzato a trasformare in vita concreta la Regalità e il primato del S. Cuore.
  • La fiducia nel mondo giovanile, in particolare le ragazze, di cui ella si prendeva cura, attraverso l’ascolto attento e libero da pregiudizi, che consentiva di far emergere da loro doni, talenti, predisposizioni e capacità, dando loro fiducia anche nei casi di maggiore difficoltà.
  • L’intuizione della peculiarità del genio femminile, l’impegno decisivo nel percorso di promozione della donna attraverso l’attività formativa, associativa, di confronto, dialogo e impegno che – soprattutto in quegli anni – risultava profetica.
  • La necessità di una filosofia cristiana – che traduca in idee, mentalità e stile l’insegnamento evangelico – di un pensiero ‘sano’ a sostegno dell’azione, di una prospettiva antropologica che non sia riduttiva né trascuri alcunché di ciò che è umano.
  • Il valore decisivo della fede, quale tessuto connettivo della vita e della società, e della preghiera, antidoto contro la dispersione e la frammentarietà. La profonda vita interiore coltivata da Armida Barelli, la comunione costante con Dio alimentata nella preghiera, nei sacramenti e nell’adorazione eucaristica, sono il segreto della sua vita: della molteplicità di opere ma anche della pacatezza e forza d’animo, della calma e dell’equilibrio che la caratterizzano (raggiunti con un grande ‘lavoro’ interiore), della capacità di discernimento e di ascolto dell’altro, individuando qualità e talenti.
  • La ricchezza e fecondità, spirituale e umana, della spiritualità francescana, che ella incarna come un abito naturale, ma di cui p. Gemelli – che ne ha teorizzato e sintetizzato in modo eccellente i tratti nel volume Il Francescanesimo – l’ha resa cosciente.

Armida Barelli costituisce un esempio emblematico di santità laicale fuori dal chiostro e dagli spazi riservati. È testimone della santità radicale che nel Battesimo apre a tutti la possibilità della sequela di Cristo per farsi accanto a ogni persona nelle pieghe della storia. La dimensione religiosa unifica e indirizza tutte le sue dimensioni della sua vita e la qualifica come una tra le protagoniste più eminenti del rinnovamento spirituale che caratterizza la storia religiosa d’Italia nella prima metà del Novecento.

L’originalità di Armida Barelli consiste nella capacità di superare il contrasto tra la religiosità, vissuta come una serie di rinunce e privazioni, appesantita da un’ascesi ‘inumana’, e il profondo desiderio di Assoluto che le arde nel cuore. A motivo di questo suo profondo desiderio di Assoluto ha accolto con gioia la proposta di p. Gemelli di abbracciare la santità francescana, “la più alta e la più difficile, perché non uccide l’uomo, ma lo lascia vivere e lo fa santo nella sua qualità di uomo”.

Una santità appassionata e femminile che trova il suo fulcro nel Sacro Cuore: non si tratta di devozionismo ingenuo, ma di consapevolezza, teologicamente fondata nel dogma dell’Incarnazione, dell’assolutezza dell’amore divino, che è entrato nella storia, quotidianamente si fa storia e va reso presente nella cultura (nelle idee, nel modo di pensare e progettare), nella società e nella politica, per essere collaboratori e promuovere l’attuazione del Regno. Un modello di perfezione che affascina e attrae, perché non rifiuta nulla di ciò che è umano, ma francescanamente tutto rinnova e fa risplendere nella luce dell’amore divino. È questa santità quotidiana e laica capace di coniugare preghiera e azione, spiritualità e impegno, che Armida Barelli invita a riscoprire e valorizzare: una santità ‘in uscita’, che abbandoni la quiete delle sacrestie e scenda nelle piazze della politica, della cultura, della società, per evangelizzarli, coniugando e facendo dialogare Vangelo e mondo, preghiera e competenze professionali, superando le dicotomie. Una testimonianza che invita alla radicalità, alla riflessione e al serio discernimento, nella convinzione che il Vangelo promuove e perfeziona l’uomo, che ciò che è cristiano è anche pienamente umano, perché la grazia non distrugge ma perfeziona la natura.

Una spiritualità inclusiva e accogliente, luminosa, di ampio respiro, che porta il Vangelo nei luoghi dell’umano, fa risplendere il Regno di Dio nel Regno dell’uomo, che nell’amore abbraccia e trasfigura anche la sofferenza e il dolore. È forse questa la sintesi più radicale che Armida è riuscita a realizzare al culmine della sua vita, che ha raggiunto la piena verità nel dono totale delle propri fragilità, limiti e paure, superando, grazie alla fiducia nel Sacro Cuore, anche la paura più radicale e spaventosa, quella della morte, come testimonia p. Gemelli, che l’ha accompagnata anche in questo ultimo tratto di cammino:

La morte perde il suo orribile volto per creature così preparate dal Divino artefice; Armida Barelli quando con la mano mi salutò per l’ultima volta, poche ore prima di morire, sorrise. Forse il Signore le aveva già fatto capire che l’attendeva di lì a poco la gioia di vederlo faccia a faccia. Ed era questo il compenso di una vita spesa esclusivamente per lui[6].

L’esempio di Armida invita ancora oggi ogni battezzato a interrogarsi sulla propria chiamata a incarnare il Vangelo nelle pieghe della storia. Una storia piena di contraddizioni e incoerenze, ma già salvata, perché profondamente amata; una storia che, tuttavia, bisognosa di attualizzare e rendere operante questa salvezza, chiede ai cristiani di esserne artefici, diventando ‘artigiani’ di speranza, testimoni credibili del Regno[7].

 

[1] M. Sticco, I nostri Fondatori: due grandi francescani, in Sulle orme di Francesco, a cura del Consiglio centrale dell’Istituto secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo, Roma 1981, 46.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Cf. ivi, p. 47.

[5] Cf. ibidem.

[6] Ivi, p. xli.

[7] Per approfondire: A. Picicco, Armida Barelli, Padova 2007; M. R. Del Genio, Armida Barelli. Un’esperienza di mistica apostolica laicale, Città del Vaticano 2002; Ead. Donne nuove. Armida Barelli tra le donne del suo tempo, Torino 2021; B. Pandolfi, Vivi una vita piena. Armida Barelli scrive ai giovani, Roma 2021; Ead., Armida Barelli. Una donna oltre i secoli. Con DVD, Roma 2014; M. Serafini (a c. di), Agostino Gemelli e Armida Barelli. Una sintesi francescana per l’Italia, sez. monografica della rivista Convivium Assisiense (XXIII/1 [2021]), Assisi 2021.

Un’altra curiosità su Armida e santa Rosa

Padre Pietro Messa ci ha segnalato questa citazione tratta da E. Preziosi, La zingara del buon Dio. Armida Barelli, storia di una donna che ha cambiato un’epoca, prefazione di papa Francesco, Cinisello Balsamo 2022, p. 176, nota 92:  
“Per il  santuario di Loreto Armida avrà un’attenzione speciale, tanto che vi è una cappella dedicata, la quinta laterale della navata destra, che nel 1933 fu decorata dal pittore Tino Ridolfi (1886-1956) con le giovani sante patrone della Gioventù Femminile: sant’Agnese, santa Rosa da Viterbo e santa Giovanna d’Arco, la beata Imelda Lambertini, Maria Bambina e santa Teresa del Bambin Gesù, nel 1953 sostituita, dopo la canonizzazione, da santa Maria Goretti”.
Un video della cappella dell’Immacolata nella Basilica lauretana – in cui s. Rosa da Viterbo è denominata erroneamente “da Lima” – in questo video.

Letture … frizzanti nel chiostro

Giornata nazionale per la promozione della lettura, 24 marzo 2022

I Convegni di studio sono capaci anche di questo. Portare alla luce una storia – o un frammento di storia – che prima non si conosceva, facendo emergere, dopo attente e non sempre agevoli ricerche, fatti del tutto inediti (o poco indagati) e persone dimenticate o almeno non molto note.

Questo è quanto è avvenuto a Viterbo lo scorso novembre, durante il Convegno Microstoria e storia della vita quotidiana dalla documentazione dei monasteri di clausura femminili (XV-XIX secc.): nello specifico, pratiche e strategie di lettura delle clarisse di S. Rosa sono state presentate svelando esempi concreti di vicende testimoniate tra i libri antichi a stampa usati dalla comunità religiosa lungo i secoli.

E non deve sorprendere se episodi anche insoliti hanno fatto capolino tra le pagine vissute, rendendo più curiose ed ‘effervescenti’ le letture del tempo, ma anche offrendo interessanti spunti per chi oggi si ritrova a sfogliare questi volumi.

È il caso di un’opera edita a Padova nel 1709, ovvero Delle lettere spirituali di san Francesco di Sales: l’edizione non sembra in Italia molto diffusa, tuttavia l’esemplare conservato a Viterbo riserva inaspettate sorprese.

In una delle pagine iniziali (per essere precisi: sulla carta di guardia anteriore) una monaca del Settecento ha voluto lasciare un segno del suo passaggio e a mano riporta, non senza qualche inesattezza grammaticale, questa annotazione:

Io Marianna

Capalti mano

propia e nissuno

se la propi, che que-

sto sì ch’è mio, mio,

nissuno me lo tocchi.

Un battibecco, che rende il tutto più gustoso, è però dietro l’angolo: poco tempo dopo Livia, una nipote di Marianna (al secolo: la zia Teresa), anche lei clarissa nel monastero di S. Rosa, utilizza la parte finale del medesimo libro (la carta di guardia posteriore) per precisare:

Io Livia Capalti

ò pregato istantemente

la zia Teresa

a non scrivere quel-

la falsità da capo

a questo libro, ma non

mi a voluto dare udien-

za, assolutamente l’à vo-

luto scrivere, sicché

abbino pazienza.

Insomma, piccole storie familiari, di monache ma soprattutto di lettrici, che hanno voluto quasi passarsi il testimone nell’uso e nella tutela – estremamente scrupolosa – di un volume a stampa, custode di contenuti spirituali da assaporare nello studio (nonché nella lettura personale) e da far propri.

Per concludere: ancora più caratteristiche appaiono le tre righe che un’altra mano ha fatto seguire alla dichiarazione di Livia: «E la sig.ra Lugrezia pare viterbese, per quanto pianta carote, capite?». Significati e allusioni sono con ogni evidenza da cercare altrove, ad esempio tra i documenti dell’archivio del monastero di S. Rosa… o forse più in là, oltre le grate della clausura.

FRANCESCO NOCCO

Strenna di Natale: il presepio da Greccio a S. Rosa

Tempo di Avvento, tempo di attesa… Intanto però la Natività si prepara a fare il suo ingresso nelle case. Quello del Presepio rappresenta l’elemento senza tempo per eccellenza al centro della devozione popolare cristiana, molto più del laico albero di importazione nordica, sebbene tragga origine da tradizioni tardo antiche e medievali. Ne rintracciamo le primitive testimonianze già all’interno dei reperti sepolcrali romani, come nel caso delle pitture rinvenute a Roma nelle Catacombe di Priscilla lungo la Via Salaria (III° sec.), o i bassorilievi del Sarcofago di Adelfia estratto dalle Catacombe siracusane di San Giovanni (IV sec.).

Per giungere a quell’usanza, tipicamente italiana nei primordi, poi estesa a tutto il mondo cristiano, di raffigurare la scena della Natività bisogna però attendere l’intuizione del Santo di Assisi, quando questi, di ritorno dal suo viaggio in Terra Santa, dove era rimasto particolarmente colpito alla visita di Betlemme, pensò di rievocare la nascita di Gesù in un piccolo borgo dell’Appennino umbro a lui caro che trovava tanto simile alla città palestinese. Ottenuta preventivamente un’autorizzazione da papa Onorio III e successivamente il nulla osta del castellano di Greccio, Francesco diede forma per la prima volta in quel luogo alla riproduzione della sacra scena. In quella primissima rievocazione nella notte di Natale del 1223 c’erano solo la grotta, il bue e l’asino; nessuno prese i ruoli di Gesù, Maria e Giuseppe per non darne un eccessivo spettacolo. I popolani accorsi ad assistervi divennero invece inconsapevolmente parte di un quadro più grande, oggetto in futuro per innumerevoli riferimenti.

Tommaso da Celano, biografo del Santo, descrive così la scena nella prima Vita:

 Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora la semplicità, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme”.

Su impulso di quanto san Francesco aveva fatto a Greccio, ben presto l’iconografia sacra avrebbe riservato un grande interesse a questo soggetto evangelico, attraverso una produzione iconografica destinata a divenire nel tempo sempre più cospicua e fortunata. Dai primi affreschi realizzati da Giotto ad Assisi per la Basilica Superiore o a Padova per la Cappella degli Scrovegni, al primo esempio di gruppo scultoreo eseguito da Arnolfo di Cambio nel 1283 ed oggi conservato nella cripta della Basilica di S. Maria Maggiore a Roma, il Presepio via via passò dall’ambito prettamente artistico a quello popolare, soprattutto a seguito del Concilio di Trento, per poi consacrarsi definitivamente a partire dal sec. XVIII° con la nascita delle grandi tradizioni presepistiche regionali in pieno periodo Barocco.

A Roma, in particolar modo, “esplodeva” l’arte dei “Pupazzari” che si specializzò proprio nella produzione di statuine in terracotta per la costruzione dei presepi tridimensionali. A Napoli invece la tradizione presepistica ha trovato una dimensione del tutto particolare, divenendo parte non secondaria del patrimonio storico, artistico e culturale della città, tanto da far affermare al locale collezionista Michele Cuciniello che «il presepio è Vangelo tradotto in dialetto partenopeo».

La ricchezza simbolica ed allegorica del presepio napoletano generò infatti un decalogo di “regole” da seguire più o meno pedissequamente per la realizzazione di un’opera in cui la Natività doveva trovare spazio all’interno di un contesto molto più ampio, riuscendo a catturare l’attenzione dell’osservatore pur non posizionandosi necessariamente al centro della scena. Immancabile quindi trovare elementi come lo scoglio di sughero che si presta a collina, ma anche a sistema di grotte e ricoveri per personaggi di contorno come artigiani e pastori; le vestigia di un anonimo tempio romano dove il più delle volte trova rifugio la Sacra Famiglia, l’elemento dell’acqua imbrigliato sotto forma di rivo, specchio, fontanili o pozzi, oppure gli stessi Magi che giungono in visita a Gesù, i quali, più che come antichi sacerdoti zoroastriani dalla remota Persia, sono riproposti in sfarzosi abiti orientali che risentono molto del gusto turco-ottomano settecentesco. Questi ultimi personaggi hanno rivestito un ruolo fondamentale anche nella durata del presepio. In molti casi infatti esso rimaneva esposto fino al 2 febbraio, la Candelora, giorno in cui secondo la tradizione i Magi ripartirono da Betlemme.

La ricchezza di particolari, la minuziosità nel replicare scene di vita contadina o popolare contemporanea, affiancate anche da un supporto tecnologico sempre più sofisticato, ma soprattutto le dimensioni considerevoli di queste opere di ingegno portarono infine alla costruzione anche di presepi permanenti all’interno di palazzi nobiliari o vescovili, in chiese e monasteri.

Uno di questi è possibile ammirarlo presso il Monastero di S. Rosa a Viterbo, precisamente all’interno della Casa della Santa. Tutto ebbe inizio quando un sacerdote del viterbese, Mons. Aroldo Gasbarri, già arciprete di Oriolo Romano negli anni ’30 del secolo scorso, poi divenuto Economo del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide, ricevette in dono un folto gruppo di statuine in legno d’acero intagliate a mano e dipinte con colorazioni ad olio dai maestri artigiani della Val Gardena. Si trattava dei personaggi tipici del presepio sud-tirolese, alcuni dei quali anche con repliche in pose diverse, utili a rappresentare più di una scena. Il sacerdote le conservò gelosamente per tutta la vita, ma promise che un giorno queste sarebbero andate al monastero della patrona di Viterbo a cui pare fosse molto devoto…e così avvenne.

Le statuine giunsero a Viterbo nei primi anni ’70 e vennero temporaneamente impiegate per allestire un presepio nel Santuario. Per motivi logistici si scelse poi di spostarle presso la Casa di s. Rosa in attesa di trovare loro una sistemazione più consona. L’occasione si presentò proprio quando nel 1980 le monache Clarisse iniziarono delle opere di ristrutturazione della Casa al fine di consentire una maggiore fruizione da parte dei pellegrini. In quell’occasione si scelse di mettere mano anche al piano superiore dove, da secoli, resistevano ancora in condizioni molto precarie un antico fienile e una nicchia incavata nel muro che, secondo la tradizione, corrispondeva alla cella in cui si ritirava la Santa.

L’intenzione delle monache era quella di ricavare uno spazio ad hoc per la costruzione di un grande presepio permanente dove poter ricreare l’ambiente in cui si svolse la vita di Gesù ed utilizzare le pregiate statue lignee per trasporvi i racconti evangelici. Grazie allo sforzo di alcuni volontari del Monastero, sotto la meticolosa regia di Suor M. Celeste Ciancialla, in poco tempo venne completato un presepio poliscenico di circa 15 mq suddiviso in sette “quadri” che vanno dall’Annunciazione a Maria fino ad arrivare persino alla Resurrezione di Gesù, passando ovviamente per la scena della Natività, riproposta in due quadri distinti per permettere l’aggiunta dei Magi scortati da maestosi elefanti, dromedari e camelli ed infine l’ambientazione della fuga in Egitto (idealizzata nella forma della “cornice” e soprattutto nella presenza in primo piano di una grandiosa sfinge).

Per realizzare le scenografie dello sfondo venne presa ispirazione da alcune delle trecento fotografie dei paesaggi palestinesi eseguite in esclusiva per una rara pubblicazione che si conservava in Monastero, “Il Vangelo e gli Atti degli Apostoli” (Traduzione e note di P. Angelico Poppi o.f.m. conv., Edizioni Messaggero, Padova, 1961). Oltre che per la completezza della narrazione, questo presepio si distingue pertanto per la grande attenzione riservata ai particolari. Ogni personaggio, casa o albero è disposto in maniera tale da rispettare le dovute proporzioni nelle distanze prospettiche. Il cielo e le montagne sullo sfondo presentano inoltre un meccanismo aurora-tramonto in rigenerazione automatica, così come avviene per il passaggio della stella cometa; il tutto proiettato sul telo bianco che fa da quinta. Completa l’insieme un sottofondo sonoro fatto di rumori di acqua in movimento e un leggero accompagnamento musicale

Nel tempo, va detto anche che il presepio permanente della Casa di s. Rosa ha subito diverse opere di ristrutturazione, soprattutto dopo nuovi lavori di sistemazione che hanno interessato il tetto del locale, che ne hanno impedito la fruizione per alcuni anni. Molti sono stati i volontari che si sono susseguiti nel corso del tempo per fornire anche solo piccoli contributi, tutti utili alla manutenzione del presepio artistico di S. Rosa. Tutt’oggi esso necessita infatti di continue accortezze per far sì che possa essere sempre conservato e trasmesso a chi sceglierà di venire a visitarlo.

Una visita e… quasi un diario di viaggio

La mostra “Sulle tracce di santa Rosa”

a cura di Francesco Nocco

Per chi non è di Viterbo e, dopo vari percorsi e itinerari, arriva nel capoluogo tra la fine di agosto e gli inizi di settembre non può immaginare il movimento di persone, le iniziative e le manifestazioni che si organizzano in onore di una fanciulla, Rosa, vissuta quasi ottocento anni fa, che ha lasciato un’impronta indelebile nella vita culturale, politica e religiosa cittadina.

Negli ultimi due anni, a motivo delle ben note vicende legate al Covid, non si è potuto svolgere il tradizionale trasporto della Macchina di santa Rosa, massima testimonianza di devozione tributata alla Santa nel corso dei secoli e vera e propria cifra identitaria del DNA viterbese.

C’è un luogo, però, che più di tutti parla di questa giovanissima donna ed è, naturalmente, il monastero custode del suo corpo, casa religiosa che sin dal 1258 è diventata lo scrigno di un tesoro troppo importante per i viterbesi e non solo: conservare le spoglie di una fanciulla che ha segnato la storia cittadina è un onere e un onore non da poco, che le Clarisse Urbaniste hanno portato avanti per lunghissimi anni, sino a quando nel 2015 è arrivato l’aiuto della fraternità delle Suore Francescane Alcantarine, attualmente presenti tra le antiche mura del monastero.

Visitare questo luogo, varcare le soglie interne di porte un tempo sottratte all’accesso più ampio, vuol dire prepararsi per un nuovo viaggio; questa volta non conta se si proviene da Viterbo o da fuori regione, se si è molto o poco disposti a mettersi in gioco: significa andare indietro nei secoli, immergersi in un mondo che parla di donne, conoscenze e abilità di epoche passate.

Allo stesso modo è un’esperienza che non ti aspetti la Mostra “Sulle tracce di santa Rosa”: curata dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus in collaborazione con altri importanti Enti e Istituzioni, dà voce agli antichi spazi del monastero, offrendo l’opportunità al visitatore di entrare in contatto con una parte del notevole patrimonio culturale conservato in ambienti così ricchi di memoria, tra materiali archivistici e librari e testimonianze storico-artistiche.

Il titolo scelto, che allude a delle ‘tracce’ sulle quali mettersi in cammino, fa da giusto richiamo per un percorso che si snoda lungo i locali adiacenti alla chiesa della Santa (interessando due dei lati del chiostro), articolandosi in quattro sezioni, allestite con l’intento di intrecciare i fili di un racconto rosiano, ma anche di leggere la poliedrica e affascinante storia della presenza monastica in loco attraverso i secoli.

La prima e la seconda sezione della Mostra, che trovano spazio rispettivamente nella sala del Capitolo e nel seicentesco refettorio, ospitano l’urna con il corpo della Santa – spostata nell’ultima settimana di agosto di quest’anno dalla chiesa e poi ricollocata nella sua sede intorno alla metà di settembre –, nonché la ricostruzione storico-documentaria di quel grande evento che è stato la ricognizione del corpo di Rosa nel 1921, circostanza che vide l’estrazione del cuore e il suo collocamento in un reliquiario, per la prima volta portato in processione il 13 novembre 1921 (si ricorda dunque nel 2021 il centenario); prosegue la visita con il refettorio, protagonista di teche espositive che fanno conoscere quindici lastre di rame, usate in età moderna per realizzare calcografie, ognuna con una vicenda legata alla vita della Viterbese.

Con la terza e la quarta sezione della Mostra il viaggio nella memoria non si ferma e altri due ambienti del monastero, il vecchio refettorio quattrocentesco e le antiche cucine, schiudono le loro porte: nel primo si possono osservare i prodotti delle attività manuali (decorazioni a papiers roulés e fiori di stoffa) svolte dalle religiose sino al Novecento, nel secondo il visitatore si confronta con utensili da cucina e strumenti per il lavoro, attestazioni che danno prova degli spazi e dei tempi dedicati tra le antiche mura non solo alla preghiera, costituendo inoltre una sorta di anteprima del museo della quotidianità, percorso espositivo di prossimo allestimento.

La Mostra “Sulle tracce di santa Rosa” si conclude: prima di uscire è possibile visitare anche il salone del Quattrocento, ammirando alcuni costumi del corteo storico che affianca il cuore della Santa nella tradizionale processione; lo stesso salone immette nella cappella delle reliquie, suggestivo e intimo spazio inaugurato lo scorso mese di giugno a seguito di importanti restauri dei più significativi reliquiari conservati in monastero.

E così anche il viaggio in questo interessante itinerario ha il suo punto di arrivo: negli occhi restano immagini che hanno fatto riflettere, forse hanno anche incuriosito. Il racconto però è solo all’inizio, c’è ancora tanto da scoprire (e far scoprire ai visitatori) e da ascoltare: per questi motivi la Mostra, che si sarebbe dovuta chiudere a ottobre, è stata prorogata per continuare a permettere un’escursione nella memoria, sulle tracce della Santa di Viterbo.

Armida Barelli e santa Rosa da Viterbo

a cura di Angelo Sapio

Sabato 30 aprile 2022 il card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco, presiederà nel duomo di Milano al rito di beatificazione della Venerabile Armida Barelli (1882-1952), a conclusione di un processo aperto già nel 1970. Storica laica cattolica militante durante tutta la prima metà del XX° secolo, la Barelli si è sempre contraddistinta per l’affermazione dei diritti delle donne e per lo sviluppo di politiche per il lavoro e la formazione. Tra i principali risultati da lei ottenuti spiccano sicuramente la fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Istituto secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo, ma soprattutto della Gioventù Femminile Cattolica Italiana (G.F.C.I.).

Già dal febbraio del 1917, sull’esempio di quell’Azione Cattolica fondata nel 1868 dal viterbese Mario Fani, aveva istituito la Gioventù Femminile Cattolica della diocesi milanese. La fortunata esperienza aveva attratto l’interesse di Benedetto XV°, il Pontefice che si era sin da subito prodigato per arrivare all’abolizione del celebre “Non expedit” di Pio IX° che aveva impedito fino a quel momento l’impegno politico dei cattolici italiani, nonché per contrastare le derive culturali portate dal modernismo e dal socialismo. Un’Unione femminile cattolica italiana (UFCI) in realtà già esisteva da qualche anno, ma l’esperimento delle giovani milanesi aveva convinto il Papa che lo stesso andasse replicato su scala nazionale.

Nel settembre del 1918 Armida Barelli venne pertanto convocata in udienza privata da Benedetto XV° per l’investitura. Fu in quell’occasione che la donna ebbe modo di manifestare il suo legame con la figura di s. Rosa da Viterbo. Nelle sue memorie racconta che fu in quel giorno che aveva scelto la Santa viterbese come patrona della futura Gioventù Femminile Cattolica Italiana. Inizialmente aveva tentato di rifiutare l’incarico perché non vi si sentiva all’altezza, ma poi…

«Quando il S. Padre aveva capito che… capitolavo, mi chiese se avevo visto le bozze dello Statuto e se avevo osservazioni da fare».

«Sì, le avevo lette, ma non ero d’accordo su tutto: in primo luogo sul limite d’età. Venticinque anni erano troppo pochi. Avrei cominciato io ad essere fuori legge. Almeno trenta. Santo padre!»

«Che vuol dire ‘almeno trenta’? Ne vorrebbe trentacinque?»

«Precisamente».

«E sia, vada per trentacinque! E poi?».

«E poi non vorrei per Patrona s. Caterina da Siena».

«Che le ha fatto s. Caterina?».

«Oh, non mi ha fatto nulla, anzi l’ammiro e la venero, ma è già Patrona delle Donne Cattoliche ed io vorrei una Santa più giovane. Abbiamo già s. Agnese di 14 anni, s. Giovanna d’Arco di 18 e ne vorrei un’altra: giovane, laica e propagandista».

«Per esempio?».

«Per esempio s. Rosa da Viterbo».

«Dica la verità: Lei vuole una Santa francescana…Gliela do volentieri! Sono terziario francescano anch’io!»

Sempre all’interno delle memorie troviamo un altro interessante passaggio in cui la Barelli racconta del suo primissimo approccio con la città di Viterbo, nella primavera del 1919, che curiosamente tratteggia degli aneddoti dal sapore quasi tragicomico:

“Da Roma andai a Perugia, e di lì mi recai a Viterbo per chiedere a S. Rosa di ottenermi la grazia di poter parlare senza leggere. Per recarmi a Viterbo, inesperta com’ero delle linee ferroviarie, pensai di fermarmi la sera a dormire a Civitacastellana, telegrafando ad un albergo, trovato su una guida, per impegnare la camera. Ma arrivando la sera alle nove a Civitacastellana, seppi che l’albergo era a nove chilometri e non v’era nessun mezzo per recarmi colà; nessun altro treno potevo prendere fino all’indomani mattina.

Decisi di dormire nella sala d’aspetto, perché credevo di essere sola, ma ecco che un soldato ubriaco entra e viene a sedersi accanto a me, con un atteggiamento tutt’altro che rassicurante. Mentre ero indecisa sul da fare, un agente entrò per chiudere a chiave la sala, dato che non passavano più treni. Allora corsi dal capostazione e gli dissi:

«Io non posso star chiusa in una stanza tutta una notte con un ubriaco! mi chiuda almeno nel suo studio».

«Non posso signorina, c’è un divieto formale».

 Mi prese tale angoscia che esclamai:

«Non ha lei una figliola, una sorella, la sposa, insomma una persona cara la cui purezza le stia a cuore? E la lascerebbe una notte chiusa in una stanza con un ubriaco?».

Il capostazione comprese e mi disse:

«Venga con me signorina. C’è a poca distanza, una bettola. La presenterò alla padrona e Lei può stare sicura anche se è… una bettola».

La padrona aveva occupate tutte le stanze, ma alla preghiera del capostazione disse che poteva mettere a mia disposizione una branda nella camera della persona di servizio.

Accettai e, vestita, mi sdraiai sulla branda, ben avvolta nello spolverino da viaggio.

Il russare della persona di servizio e la situazione nella quale mi trovavo in quel disagiato giaciglio non mi permisero di chiudere occhio, ma ero lieta di offrire quel pellegrinaggio di penitenza per ottenere la grazia che desideravo, pel bene della mia Gioventù Femminile.

Quanti rosari, quante preghiere, quanta meditazione in quella notte!

Verso le quattro del mattino, quando mancava un’ora circa per la partenza del treno, vedo entrare in camera un uomo con un fucile. Pensai subito che fosse uno di quegli uomini che mi avevano vista quando era entrata nella bettola e che venisse per derubarmi e forse anche peer uccidermi. Credetti giunta la mia ultima ora e pregai:

 «Sacro Cuore di Gesù, mi son sempre fidata di te in vita e voglio fidarmi di te anche in morte».

Invece l’uomo dal fucile attraversò la stanza e uscì dalla parte opposta. Dopo di lui, un secondo, un terzo, un quarto e altri ancora col fucile a tracolla, attraversarono la camera; compresi allora che erano cacciatori che andavano a caccia, e per uscire, dovevano attraversare la camera di passaggio della persona di servizio.

Arrivata a Viterbo, vi rimasi una giornata intiera in preghiera; affidai a S. Rosa tutte le propagandiste presenti e future della Gioventù Femminile, e le chiesi di intercedere presso il buon Dio, per ottenere a me e a tutte le propagandiste future della G.F. la grazia di parlare con convinzione lasciando il nostro Dio e non il nostro “io” nella propaganda.

Promisi anche alla giovane Santa apostola di tornare con un bel numero di dirigenti e propagandiste a ringraziarla, se avesse ottenuto alla Gioventù Femminile, cominciando da me, la grazia che chiedevo.”

Tre anni più tardi avrebbe organizzato un pellegrinaggio nazionale di tutta la G.F.C.I. presso il Monastero di S. Rosa a Viterbo.

In ricordo della permanenza di Armida Barelli presso il monastero di S. Rosa, le sorelle Alcantarine stanno allestendo la sua camera nel corridoio del Noviziato, che sarà presto visitabile!

Dante ha scritto realmente la Commedia?

L’intervento di Attilio Bartoli Langeli presidente del Centro Studi S. Rosa da Viterbo onlus

Il 23 giugno 2021 (ore 16.30), Attilio Bartoli Langeli è intervenuto su La scrittura di Dante presso il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria. Crediamo che valga la pena riproporre il contenuto della relazione che forse è passata un po’ in sordina e vogliamo farlo in questo periodo in cui anche le iniziative per l’anno dantesco vanno pian piano scemando. 

Lo studioso perugino, già docente di paleografia e diplomatica a Perugia, Venezia, Padova e Roma, disserta sulla scrittura di Dante di cui non si conosce nessun codice della Commedia autografo, ossia attribuita con certezza alla sua mano. Contrariamente si conosce una produzione interamente o parzialmente autografa documentata sia per Petrarca sia per Boccaccio.  

Neppure nell’iconografia è stata tramandata un’immagine di Dante intento a scrivere la sua massima opera; la stessa testimonianza di Leonardo Bruni (1436, Della vita, studi e costumi di Dante), che parla di una scrittura magra e lunga e corretta che il poeta avrebbe usato per alcune sue lettere, ci porta a immaginarlo mentre scrive missive piuttosto che nell’attimo in cui fissa su pergamena i Canti della Commedia…

L’ipotesi avanzata dal paleografo perugino è che Dante non abbia mai messo per iscritto, ma piuttosto composto e recitato a memoria le terzine, dettando ai figli o ad adiutores/assistenti al suo servizio, i quali alla sua morte avrebbe provveduto a confezionare l’opera consegnata alla storia come Commedia o Divina Commedia. La proposta ardita e affascinante è sostenuta con perizia e articolate argomentazioni da Attilio Bartoli Langeli, che ha messo a disposizione la registrazione della conferenza tenuta al Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria, nell’ambito delle iniziative legate alla mostra “Charun demonio e l’immaginario mitologico dantesco”.

Dante Alighieri, Commedia, con un commento latino derivato da Pietro di Dante. 1380 Ms. A.322

Tra immagini sacre e dissacranti: verso una nuova iconologia rosiana?

A CURA DI ANGELO SAPIO

Da sempre le immagini svolgono una funzione comunicativa, sono il concetto che oggi sta alla base della moderna pubblicità, così come un tempo fissava lo strumento per poter veicolare altri tipi di messaggi, come avveniva in campo religioso. Nella tradizione cristiana le rappresentazioni iconografiche delle scene bibliche o delle vite dei santi servivano appunto ad istruire i fedeli, creando una sorta d’immaginario collettivo attorno a delle figure sempre più idealizzate. Proprio ai santi venivano attribuiti dei particolari elementi connotativi che servivano a renderli riconoscibili gli uni dagli altri; nel caso di santa Rosa, ad esempio, la troviamo quasi sempre con una corona di rose in capo, altre volte con delle rose raccolte nella veste, con una croce in mano, o ancora con una pietra o delle fiamme sotto i piedi: tutti indizi che rimandano ai vari episodi agiografici maggiormente noti.

Altri aspetti legati invece alla semplice apparenza esteriore mostrano piuttosto una tendenza all’appiattimento attorno a dei canoni estetici comuni un po’ a tutti. Nel caso delle figure femminili osserviamo quasi esclusivamente espressioni serafiche o estatiche che servono a darci la misura di una certa idea di purezza e di distacco dal mondo terreno.

Diversamente, il vestiario contribuisce meglio alla cristallizzazione di certe idealizzazioni: santa Rosa la ritroviamo, nella maggior parte dei casi, in abiti da monaca clarissa, perché “vestire l’abito” sarebbe stato il suo desiderio quando era in vita e perché il suo Corpo a pochi anni dalla morte venne traslato in quel Monastero dove ella aveva chiesto di entrare. Tutto questo partecipa inevitabilmente alla formazione di una percezione collettiva sempre più radicata ed accettata attorno ad un determinato personaggio.

Nonostante la società occidentale abbia intrapreso ormai da tempo un profondo processo di secolarizzazione, certe percezioni, quanto meno sotto il profilo tradizional-popolare, sono rimaste intatte e per tale motivo spesso mal disposte ad accogliere grandi stravolgimenti. Eppure le moderne espressioni artistiche sono giunte ad intaccare perfino questi secolari equilibri ed anche i santi patroni sono diventati oggetto di libere reinterpretazioni che non sempre riescono ad incontrare il pubblico favore.

Già da tempo, anche in Italia, sulla scorta delle influenze della cultura pop-underground anglosassone, generazioni di “street artists” hanno imparato a cimentarsi nella realizzazione di murales di grande pregio artistico che si sono dimostrate anche serie opportunità di riqualificazione urbana in contesti periferici sempre più anonimi, se non addirittura degradati in talune circostanze. Trattandosi il più delle volte di arte figurativa, essa, per sua natura, risulta facilmente intellegibile e godibile da parte del grande pubblico. Nondimeno se questo tipo di arte raggiunge l’ambito religioso, di fatto rischia di incontrare forti resistenze.

A Viterbo, città non certo nota per l’alta concentrazione di murales, in una delle vie maggiormente trafficate dalle auto, è recentemente comparsa una grande rappresentazione ispirata a santa Rosa che ha fatto subito parlare di sé. È stata realizzata da un artista locale nell’ambito di un concorso indetto dall’Enel e finalizzato ad adornare le vecchie cabine di distribuzione dell’energia elettrica. “La tua Rosa”, questo il titolo dell’opera, vuole essere un omaggio alla fierezza della Patrona viterbese e uno stimolo per le giovani di oggi a perseguire le proprie aspirazioni senza lasciarsi condizionare dai giudizi altrui.

“La tua Rosa”, Murales di via Francesco Baracca Viterbo

L’aspetto della Santa è riproposto in una chiave marcatamente moderna allo scopo di cercare di incontrare i nuovi linguaggi in voga. Tutti più o meno concordi nel riconoscere un lavoro tecnicamente impeccabile, ma il ritratto in sé appare così inedito da esser risultato a molti piuttosto provocatorio, se non proprio dissacrante. Inevitabilmente in questi casi si sfocia nel campo della soggettività e delle diverse sensibilità individuali; c’è chi si scandalizza, chi invece ne apprezza l’audacia, chi si sente persino offeso nel suo animo di credente e chi non riesce a vederci nulla di svilente e anzi vi trova una sua personale chiave di lettura.

I più critici puntano il dito sulla mancata aderenza storica con “la vera santa Rosa”, ma benché non fosse quello l’intento della raffigurazione, la tentazione di cercare dei paragoni con le immagini a noi più familiari arriva immediata. Ecco però che si cade in contraddizione. Se pensiamo alla tela del Podesti che giganteggia alle spalle dell’altare maggiore della chiesa santuario di S. Rosa a Viterbo, o ai numerosi affreschi, agli innumerevoli santini e canivet, agli ex-voto e alle tavolette votive che la ritraggono, il più delle volte, come detto, troviamo una Santa in abiti monacali, quando invece sappiamo che ella fu una semplice laica penitente (nemmeno una terziaria francescana come spesso si legge). Le stesse Sacre spoglie sono state oggetto nel tempo di numerosi cambi d’abito: fino al 1615 esse vestivano un abito di velluto cremisi ricamato a fiorami in oro circonfuso da perle e gemme…Una sontuosità ostentata non proprio in linea con la semplicità della vita di Rosa. Poi gradualmente si è passati alle più ieratiche vesti monastiche e solo nell’ultimo secolo a quelle più sobrie color grigio, certamente più rispettose della sua personalità. Nel corso del tempo pare che anche questo tipo di cambiamenti non sia stato scevro dalle polemiche da parte dell’opinione pubblica.

Scetticismi di vario genere, anzi, si sono susseguiti in ogni circostanza. In piazza S. Pietro a Roma, ad esempio, la vulgata popolare viterbese ha sempre erroneamente individuato nella settima statua del braccio destro del colonnato del Bernini la figura di santa Rosa (si tratta in realtà di santa Isabella d’Aragona, regina del Portogallo, anch’ella ritratta nell’atto di sorreggere dei fiori), criticandone l’eccessiva dimensione a dispetto della corporatura minuta della giovane. Al di là dell’errore concettuale in sé, la difficoltà nel comprendere che certe sproporzioni siano state frutto di una scelta stilistica-funzionale comune a tutte le altre statue del colonnato dimostra come l’individuo sia naturalmente portato a ricercare in ciò che vede il messaggio che ritiene più affine alle proprie concezioni.

Santa Rosa (ricostruzione)

Un’immagine di s. Rosa che non si può certo tralasciare di ricordare è la recente ricostruzione dell’aspetto facciale che la giovane aveva quando era in vita, ottenuta partendo dall’analisi dei tessuti ossei e dei resti dei tessuti molli in occasione dell’ultima ricognizione scientifica effettuata sul Corpo nel 1998. Potrebbe sembrare a dire il vero un ritratto forse un po’ troppo lusinghiero, che tuttavia oggi troviamo riprodotto su uno dei santini più diffusi a Viterbo, tale ne è stato il gradimento riscontrato nell’opinione pubblica.

 

 

Le ultimissime raffigurazioni hanno riacceso il dibattito sulla riproduzione delle immagini della Santa. Solo nel 2020 era comparso un primo “graffito” su un muro di via dei Pellegrini, nel centro di Viterbo, che ritraeva una Rosa in versione un po’ scanzonata e vivace, circondata da cuori e la scritta ripetuta “love”. I colori, lo stile giovanile e la citazione a lato, “I sentimenti sono realtà”, ne fanno quasi un fumetto che, anche se apparentemente decontestualizzato dall’ambiente circostante, provoca una piacevole sorpresa a chi passa di lì.

S. Rosa, Grafito di via dei Pellegrini Viterbo

Il recente murales di via Francesco Baracca invece, vuoi per la posizione più esposta, vuoi per le dimensioni, vuoi per il genere figurativo chiaramente più definito, ha attirato su di sé maggiori reazioni. Più che il messaggio, in questo caso, è la scelta del “linguaggio” a risultare predominante su tutto il resto. L’opera mostra infatti un carattere alquanto provocante a cui nessuno in fondo poteva dirsi preparato: il viso della Santa è posizionato di profilo e mette in mostra la bellezza dei lineamenti e dell’incarnato in generale, oltre che un trucco ed un agghindamento volutamente ostentati.

In realtà non sarebbe neppure la prima volta osservare certi riferimenti alla fisicità di un’icona religiosa. Se pensiamo alla primissima rappresentazione iconografica di santa Rosa giunta sino a noi, ovvero a quello schizzo rudimentale disegnato sul retro della pergamena duecentesca (conosciuta volgarmente come Vita Prima), possiamo forse trovarvi un contributo utile a quest’analisi.

S. Rosa, verso della pergamena duecentesca

Sembrerebbe trattarsi di una Rosa semplicissima che sorregge in una mano un libro e nell’altra la palma del martirio, eppure, tra gli scarni dettagli si nota anche un accenno dei seni che premono dalla veste. A quanto pare, un particolare di questo tipo all’epoca poteva anche passare inosservato (o magari serviva semplicemente a tratteggiare delle generiche linee femminili)[1], mentre nelle moderne rappresentazioni d’oggi assumerebbe sicuramente ben altra valenza o finanche creare motivo di scandalo.

Un fatto poco noto, ma non per questo meno significativo, ci lascia invece testimonianza di un’azione estrema compiuta dai Viterbesi sulla statua in cima alla Macchina di Santa Rosa. Il 19 dicembre del 1798, alla vigilia dell’arrivo delle truppe francesi comandate dal general Kellerman, l’eccitazione popolare per la corsa alla difesa delle mura raggiunse il culmine e prese figura in esternazioni esaltate di devozione religiosa: alle tre del pomeriggio venne fatta passare per le strade una processione straordinaria della Macchina, con la santa che, per l’occasione, era stata vestita degli abiti trafugati alle dame francesi al seguito della delegazione diplomatica rivoluzionaria già presente da alcuni giorni in città. Secondo la testimonianza del funzionario Alexandre-Edme Méchin “S. Rosa quella sera fu abbigliata in piccola maestra parigina”[2].

Altro esempio lampante proveniente dal folklore popolare viterbese, in cui il rapporto con la santa Patrona si sia spontaneamente manifestato in un modo non proprio reverenziale, ma comunque affettuoso, lo possiamo rintracciare in alcuni vecchi giocattoli che venivano venduti durante la fiera di S. Rosa già dal XIX secolo. Erano i cosiddetti ciuffoletti: dei pupazzetti in terracotta dotati di un fischietto nella parte posteriore, che avevano la forma di cavalieri, galletti, carabinieri, o appunto della Santa. Pare fossero particolarmente apprezzati da grandi e piccini, tanto da meritarsi anche un motto scherzoso che recitava così: “E cche le santarose col fischietto mal culo ce ll’ete vantre?”[3]. Un’evoluzione di questi fischietti si poteva ancora acquistare, fino a non molti anni fa, da uno storico ambulante forestiero che veniva appositamente a Viterbo per la festa, da molti etichettato come “l’omo ciuco” (data la bassa statura), ma ormai questi avevano assunto le sembianze di un Pulcinella ed avevano una parte in tela che si alzava e si abbassava per mezzo di uno stantuffo interno.

A dare completezza al quadro è infine un documento fotografico alquanto singolare che venne scattato alla salma di santa Rosa in occasione della ricognizione scientifica che si è svolta nel 1921. Nella foto la Santa è immortalata svestita, mentre viene sostenuta in mano da alcuni prelati e da un medico dell’equipe del prof. Neri, posizionata di fianco con le spalle rivolte verso l’obbiettivo.Nelle successive ricognizioni si è volutamente evitato di riproporre questo tipo di testimonianza, ritenuta da tutti non propriamente riguardosa nei confronti della Reliquia. Se non altro, l’immagine ricorda molto la consuetudine invalsa soprattutto in epoca vittoriana, ma ancora in uso nei primi anni del ‘900, delle cosiddette “fotografie post-mortem”, in cui i defunti venivano immortalati circondati da famigliari o parenti prima dell’estremo saluto.

Foto della ricognizione del Corpo Santo del 1921

Quell’aura di sacralità che si vorrebbe attribuire a tutti i costi ad un’icona religiosa, come si può vedere, rischia alle volte di scontrarsi con una realtà contingente che procede in direzione opposta. Cultura, mentalità, o condizionamenti vari del momento possono influenzare non poco l’interpretazione di quell’icona e la sua cognizione.

Oggi però siamo di fronte ad uno sdoganamento culturale netto e sempre più accelerato rispetto al passato che ci pone di fronte a dei mutamenti difficili da decifrare. La massiccia condivisione di informazioni a cui siamo sottoposti e la conseguente contaminazione di idee hanno “aggredito” le identità popolari, che sono tendenti per loro natura all’autoconservazione, grazie soprattutto alla spinta impressa dalla rete, lasciandole prive di mezzi adeguati per difendersi ed adattarsi. Se da un lato le immagini, attraverso il loro massiccio utilizzo, amplificano questo fenomeno, dall’altro sono esse stesse a subirne gli effetti. Lo abbiamo ben visto nell’ambito religioso, laddove possiamo già notare come le libere reinterpretazioni di oggi si svincolino totalmente dai canoni del passato ed anzi pongano l’attenzione su dei particolari che definiremmo quanto meno insoliti. Sotto questa inedita prospettiva, si potrà infine verificare se nel medio-lungo periodo si aprirà uno spazio utile per avviare un nuovo tipo di indagine iconologica e raccoglierne le opportune soluzioni.

La forza e l’immediatezza di un’immagine, come può essere ancora oggi quella di santa Rosa per i Viterbesi, costituiscono certamente un vettore eccezionale anche per la comunicazione di messaggi di diverso tenore. La ricerca di un aspetto estetico oggettivamente perfetto secondo i nostri canoni attuali parrebbe dunque rappresentare, da quel che vediamo, la cifra comunicativa da utilizzare per poter arrivare alle giovani dei nostri giorni. Tuttavia sarebbe lecito domandarsi se un rossetto appariscente o un paio di vistosi orecchini lucenti da abbinare ad un “velo medievale” siano effettivamente così necessari per accattivarsi l’interesse di questo target di persone. Si rischierebbe oltretutto di illudersi di riuscire a richiamare l’attenzione sull’esempio di una ragazza vissuta nel XIII secolo se non si approfondisce quello specifico esempio, rimandando piuttosto a delle vaghe formulazioni sui concetti “sempreverdi” di coraggio e perseveranza. Attualizzare, pertanto, non dovrebbe mai coincidere con snaturare o addirittura ridisegnare, altrimenti non dovrebbe neppure avvertirsi la necessità di scomodare delle icone storiche che della propria vita hanno fatto tutto, meno che un elogio dell’esteriorità. Resta dunque da capire se queste forme di contaminazione riusciranno effettivamente ad aggiornare un linguaggio che appare, di sicuro, sempre più obsoleto, o se tracceranno semplicemente nuove strade parallele svuotate del significato originario.


 [1] Tuttalpiù, esso avrebbe potuto suggerire agli agiografi che, all’epoca del suo apostolato pubblico, Rosa fosse già una ragazza grandicella e non più una bambina, data l’antichità di tale testimonianza.

[2] F. Funari, Memorie. Alexandre-Edme Mèchin: la resistenza viterbese nel biennio giacobino (1798-1799), Ed. Archeoares, Viterbo, 2011.

 [3] F. Petroselli, Blasoni popolari della provincia di Viterbo, Viterbo, 1978.

LA FIERA DI S. ROSA A VITERBO

Di Angelo Sapio

Il 4 settembre si celebra a Viterbo la festa di santa Rosa. Com’è noto, non si tratta della ricorrenza del Transito, che è invece il 6 marzo, bensì quella della Traslazione del corpo della Santa dalla Chiesa di S. Maria in Poggio a quella di S. Maria delle Damianite avvenuta, secondo la tradizione, il 4 settembre 1258 per volere di Papa Alessandro IV. Rappresenta certamente la ricorrenza più avvertita e partecipata dalla comunità viterbese, se non altro, per i numerosi appuntamenti che si concentrano nei giorni immediatamente precedenti a questa data. Il trasporto della Macchina di s. Rosa che si svolge la sera del 3 è, senza dubbio, l’evento più atteso dell’anno da tutta la città, il momento apicale delle manifestazioni folkloriche in onore della Patrona. Nella giornata del 4 si assolvono invece le funzioni religiose vere e proprie presso la chiesa della Santa: fiumi di persone si riversano al Monastero per lasciare un saluto alla loro protettrice. In quelle stesse ore però, nelle vie e nelle piazze di Viterbo si rinnova un’altra attesissima e radicata tradizione popolare, la Fiera di s. Rosa.

Non è chiaro né a quando risalga la prima menzione, né se inizialmente fosse un semplice contorno dei vari momenti della festa, oppure un evento ben preciso con il suo giorno dedicato. Di sicuro sappiamo che nel tempo essa ha assunto le fattezze di una comune fiera come tante che si svolgevano nelle città e nei villaggi in concomitanza delle feste patronali per l’afflusso di forestieri che queste richiamavano. Sappiamo inoltre che a Viterbo erano usanza consolidata anche i celebri mercati rionali che si svolgevano nel corso dell’anno, come quelli di Piazza Fontana Grande, di San Silvestro o quello di San Faustino (tutt’ora esistente). La Fiera di s. Rosa pertanto trovava già terreno fertile per potersi ben impiantare.

Fino a pochi decenni or sono, esisteva anche un’altra fiera ancor più blasonata della prima, che alcuni storici vorrebbero far risalire addirittura al privilegio conferito alla “fedele” città di Viterbo dall’Imperatore Federico II nel 1240 che prevedeva, per l’appunto, la concessione di una grande fiera annuale internazionale da tenersi nel mese di settembre, per la durata di quindici giorni, con piena guarentigia per i commercianti provenienti da ogni dove. L’antica Fiera della Madonna della Quercia si teneva a pochi giorni di distanza dalle feste di s. Rosa movimentando, già con largo anticipo, una enorme quantità di bestiame che doveva essere preparata per l’esposizione ufficiale. È ipotizzabile che molti degli stessi ambulanti di minutaglia che affluivano al Santuario de La Quercia per approfittare dell’occasione fossero gli stessi che si vedevano girare per Viterbo nei giorni di S. Rosa e che magari sceglievano di prolungare appositamente la loro permanenza in zona. Nell’ultimo secolo la società è mutata radicalmente e la Fiera della Madonna della Quercia ha perso via via la sua ragion d’essere, mentre le feste di s. Rosa si sono trasformate in un appuntamento pop anche di richiamo turistico.

Ancora oggi, nella moderna società dei consumi e degli acquisti on-line, il fascino che esercita una fiera generalista, come è quella di s. Rosa, rimane sempre molto forte.

Abbiamo una colorita testimonianza della Fiera di s. Rosa in un testo del 1832, I fasti di Viterbo per la festa di Santa Rosa di Giovanni Panzadoro. Si tratta di una novella che l’autore aveva recitato il 4 settembre del 1826 presso l’Accademia degli Ardenti di Viterbo, in cui racconta di un siparietto avvenuto tra un ambulante sul sagrato della chiesa ed un alto prelato che passava di lì. Un breve spaccato della vita di duecento anni fa, con una bella descrizione di particolari ed una sua morale in fondo…

Foto gentilmente fornite dal Sig. Roberto Innocenzi


La Fiera avanti la Chiesa di S. Rosa”

novella

         Mentre applaudon le Muse al fausto giorno sagro alla Vergin Rosa che si onora; fra Voi, Ardenti, ancor io faccio ritorno, come ognun sa, che praticai finora; ma che adorni il mio crin, come Voi fate con delfico allor; non lo sperate.

Non è figlia del Ciel la Musa mia, Essa è nata fra i boschi, e le capanne; delle cetre non cerca l’armonia, ma sol zampogne, e pastorali canne, e allor quando cantare ad essa tocca, dice quello che vien nella sua bocca.

Spesso cantai la Verginella Diva con carmi alieni ai suoi gloriosi fatti, perché il proverbio nuovo non arriva quanto i poeti sian bizzarri, e matti; e per mostrar nelle follie se io sfoggi, sentite una Novella ancor quest’oggi.

Era appunto quel dì, che a torme, a torme correvano le Genti al sagro altare ove la Verginella intatta dorme, e vive ancor, quantunque estinta appare: e di un immenso Popolo al fracasso quivi devoto anch’io rivolsi il passo.

Viddi la larga via sparsa di tende dai Mercanti inalzate, e dai Spazzini per scampare dal sol: chi compra, e vende le Chincaglie, le Stoffe, i Musolini, viddi sparsi qua e là sopra i banchetti i Cembali, i tamburri, i ciuffoletti.

Del Tempio poi nell’ultime sue scale un Sabinese nato nel Soratte vendea fra gente rozza, e rusticale Dottrine, Sante Croci, e Giosafatte, la Suocera, e la Nora in gelosia, il Guerrino, il Bertoldo, il Casa mia.

Un vecchio poco lungi a lato destro aghi, spille, orecchini, e rozzi anelli, poca bambace involta in un Canestro, pietre da foco, l’esca, i solfanelli, i ferri da calzette, li detali, e più mazzi di stringhe coi puntali.

Quando in mezzo a quel popolo minuto esce fuori dal Tempio all’improvviso Monsiù delle Fables pingue, e panciuto del più caldo sudor bagnato il viso, e mentre il volto asciuga, e si sventaglia s’udiva replicar, “Largo canaglia!”.

Dando una spinta a questo, a quei un urtone lungi dicea: “Di qua genti malnate, nella bettola a far conversazione non nella Chiesa ad impacciar restate, perché recarci qui un fetor di fogna, di Vino, di Cipolla, e di Ascalogna?”

Oh! Perché qui non torna il Redentore a dare a tutti il memorando esempio, e di flagelli armato con furore voi tutti discacciar da questo Tempio, ove più vil di tortore, ed agnelli vendete esca, lunarj, e solfanelli?

Via, via lungi di qua”… Ma quel Libraro: “Ehi! Ehi! Monsiù” rispose, “e che figura? Pensa forse che io sia tanto somaro che letta mai non abbia la scrittura? So chi i poveri Cristo ha sempre amati quanto i ricchi negletti e minacciati.

Se mal io non compresi l’Evangelio che ad ascoltar mi reco ogni Domenica, quando il Curato nostro Don Aurelio dal sacro Altare a tutti quanti predica, mi sembra di sentir, che il Redentore mai nauseò dei poveri il fetore.

Se Egli comparisse in questa Chiesa come fu in quella un dì di Salomone, non saprei contro chi l’ira sua accesa la sferza adoperasse ed il bastone? Se contro chi ha il fetor di un galeotto o chi olezza di muschio e belgamotto.

No caccierebbe via quel Ciabattino di moglie carco, e Figli sì indigenti, che per nudrirli tutti il poverino sta sempre il cuojo a stiracchiar coi denti, ma caccierebbe via quei Parasiti delle crapule obbrobrio, e dei conviti.

Non caccierebbe via quell’uom d’onore nella sua povertà tanto negletto, che per sciugare il suo fabril sudore, mai non ottien dai ricchi un fazzoletto, ma chi con un cuor duro, e senza fede usurpa spesso a lui fin la mercede.

Non chi rozzo, inesperto, ed ignorante tutto umile si reca in questo loco, ma colui, che ambizioso, ed arrogante mostra per suo gran pregio, il creder poco, non quei che sta in ginocchio all’Eleisonne, ma chi sta assiso a corteggiar le Donne.

Or dunque sia pur certo mio Padrone, che con Lazzaro da Cristo discacciato mai rimarrebbe al par di un Epulone, qual è vossignoria grasso impappato, e si concluda insomma fra noi, che discaccierebbe via più lei che me.

Così parlò quel Sabinese accorto, e Monsiù Le Fables, pien di rossore ravvisò ben che non parlava a torto; tacque confuso senza far rumore ed io che il tutto intesi in un cantone non ommisi si far tal riflessione.

Oh! Mondo, esclamai tosto; ed è pur vero che il costume a dì nostri è così rio, ch’anche nei Tempj l’uom è mensognero, ed anche in Chiesa si fa oltraggi a Dio perché coi labbri, chi gli rende onore lungi ha spesso la mente e d’altri è il core?

Oh! Rosa tu, che innanzi al sommo Nume risplendi come il nitido raggio, tu rimiri dal Ciel l’annuo costume, con cui la Patria ti tributa omaggio, ma l’interno del cuor quando ravvisi vedrai quanti da te l’avran divisi.

Ardon più faci all’ara tua d’accanto, scende vittima Dio sopra dell’ara, ma il Popolo, che affolla ogni canto sempre umile al tuo piè non sta a pregare, oh! Da quanti amator Dalile ardite a te stessa vedrai più preferite.

Pur troppo; ognuno lo sa… soccorso o Diva, di un santo amor l’alma m’infiamma adesso, perdona i falli miei, la fè ravviva… son reo… lo veggo… il fallo mio confesso… perch’io, che tanto zelo ora dimostro, nemmen dico talvolta un Padrenostro.

“All’ombra della cupola”

In memoria di Jaromir Czernin

qui caduto il 12 luglio 1921

Quella che segue è la storia di un dramma famigliare accaduto a Viterbo cento anni or sono.

Le Strenne nascono come una rubrica con la finalità di rendere una platea di attenti osservatori, edotta su fatti storici poco o affatto noti, su risultanze di studi e attività condotti da membri e collaboratori del CSSRV e su aggiornamenti in merito a iniziative e novità gravitanti attorno alla città di Viterbo e alla sua Patrona.

In questo caso vogliamo raccontare una breve pagina di cronaca cittadina solo per poter rendere omaggio alla figura di un ragazzino sconosciuto (o dimenticato) che si trovò a passare da questa città in uno sfortunato pomeriggio d’estate del 1921 e qui sarebbe rimasto per sempre.

Percorrendo viale Raniero Capocci si costeggia una lunga porzione delle mura cittadine e ad un tratto si giunge fin sotto l’ingresso posteriore del Monastero di S. Rosa. Imponenti lavori di sbancamento realizzati al piano stradale alla fine del XIX secolo riportarono alla luce in questo punto le fondamenta di quello che fu il palazzo dell’imperatore Federico II di Svevia. Se non a passo d’uomo, è assai difficile accorgersi di una modesta croce in peperino abbarbicata sul pendio che fatica ad emergere tra quel “disordine” di rovine sparse, costituite dello stesso grigio materiale locale. Quella croce venne lì posta un secolo fa a perenne memoria di Jaromir Czernin, quindicenne austriaco vittima innocente di una sventurata concatenazione di eventi che coinvolsero anche una piccola città di provincia quale era Viterbo.

L’Italia tutta viveva in quegli anni una delle fasi transitorie certamente tra le più complicate della sua storia. L’immediato primo dopo-guerra fu infatti connotato da una serie di sconquassi politico-economici che avevano minato seriamente la tenuta sociale del Paese. La difficile riconversione industriale post-bellica accompagnata da un’inflazione galoppante spinta dall’aumento esponenziale dei prezzi al consumo, una disoccupazione sempre più dilagante che faceva il paio con gli scioperi di massa nelle fabbriche, i colpi falcidianti della febbre spagnola e non ultima la disillusione per una vittoria definita “mutilata” furono tutti i segnali di un’Italia ormai destinata a cambiare dalle fondamenta di fronte al tramonto definitivo del sogno liberale che l’aveva accompagnata sin dalle prime battaglie per l’unificazione nazionale.

I primi due anni dalla fine dei combattimenti furono investiti dal vento nuovo che soffiava dall’Est Europa e videro il diffondersi del fenomeno del sindacalismo rivoluzionario e di altre forme di dimostrazioni sovversive. Esaurita però la spinta propulsiva di questo, passato alla storia come “biennio rosso”, nuove espressioni, questa volta di matrice reazionaria e nazionalista, cominciavano ad affacciarsi prepotentemente sulla scena politica italiana. In diverse città della penisola iniziarono a moltiplicarsi episodi di guerriglia tra le sempre più numerose formazioni dello squadrismo nero e le organizzazioni della sinistra. Viterbo non fece eccezione.

Tra azioni provocatorie, comizi di piazza, regolamenti di conti personali mascherati tra gli scontri di fazione, si arriva alla domenica del 10 luglio 1921 con l’inaugurazione ufficiale del gagliardetto del fascio italiano di combattimento di Viterbo a cui prendono parte pure diversi aggregati forestieri. Camicie nere da una parte ed anarchici e socialisti dall’altra vengono facilmente alle mani, ma nelle colluttazioni rimane ucciso Tommaso Pesci, un inerme contadino che pare sia anche estraneo alla zuffa. L’atmosfera si surriscalda al punto che i fascisti devono abbandonare la città, ma promettono di tornare in forze e soprattutto in armi per restituire lo smacco. Gli eventi prendono dunque una piega inaspettata dal momento che la minaccia di rappresaglia è ritenuta seria e fondata per la mobilitazione delle squadre umbre e le conferme che giungono anche da ambienti della politica nazionale. Si costituisce velocemente un comitato di difesa cittadina a cui prendono parte anche gli Arditi del Popolo, un’organizzazione paramilitare nata proprio pochi giorni prima che si ispirava ai reparti scelti degli Arditi dell’esercito italiano distintisi particolarmente durante le battaglie del Piave contro gli Austriaci.

Il 12 luglio è il giorno dei funerali di Tommaso Pesci, ma anche il giorno in cui si attende l’assalto dei gruppi armati. Mentre il campanone del Comune suona a lutto, le forze di pubblica sicurezza presidiano i punti di accesso alla città, mentre le truppe del 60° Reg. Fanteria all’epoca stanziate alle caserme di Viterbo, sono chiamate a controllare le porte urbiche e a sbarrarne l’ingresso con cavalli di Frisia. Si ravvisa inoltre la presenza di numerosi cittadini sugli spalti delle mura, non tutti affiliati agli Arditi del Popolo, equipaggiati con armi da fuoco, attrezzi da lavoro ed altri mezzi di fortuna. Durante tutta la mattina si susseguono allarmi ed allarmismi con telegrammi e segnalazioni di vario genere sull’avvicinamento di gruppi armati e l’aggiramento dei posti di blocco della polizia e dei Carabinieri. Quando poi i primi colpi di fucileria vengono esplosi nei pressi di Porta Romana, il Campanone della torre comunale viene suonato a stormo con una tale veemenza da rompersi. Il segnale passa allora dal suono congiunto delle campane delle chiese di S. Sisto e di S. Angelo.

Tutto è pronto, persino una mitragliatrice controlla dal Palazzo della Prefettura l’accesso a Piazza del Plebiscito da Via Cavour. In uno stato di indefinitezza logorante che attanagliava gli animi, com’è nella natura umana in casi come questi, la tensione continuava ad auto alimentarsi minuto dopo minuto. Lunghi silenzi spettrali venivano di tanto in tanto interrotti da qualche grido di concitazione in lontananza quando, tutt’un tratto, accade l’imprevedibile.

Intorno alle ore 16,30 il rombo di un’autovettura (!), una lussuosa Alfa Romeo Torpedo, irrompe a piazzale Umberto I (attuale p.le Gramsci) come un inatteso preannuncio dei ruggenti anni venti nell’assopito contesto viterbese. Alla guida una nobildonna inglese, la Sig.ra Lucille Catherine Beckett, figlia del II° Barone di Grimthorpe ed ex consorte del conte Otto von Czernin, ambasciatore per conto dell’Impero Austro-Ungarico presso la Santa Sede durante la prima guerra mondiale. Con lei tre dei suoi quattro figli, Paul, Edmund e Jaromir e l’autista italiano Enrico Pastecchi. La comitiva è in viaggio di ritorno verso Roma da una gita fuori porta ad Assisi, dove ha assistito alla messa e da una tappa intermedia ad Orvieto. L’idea ora è quella di attraversare Viterbo per una breve visita ai monumenti e rientrare, ma arrivati di fronte a Porta Fiorentina la strada è sbarrata dai militari dell’Esercito. Il maggiore Sacchetti illustra alla signora la situazione e le consiglia caldamente di aggirare la città e di andarsene velocemente; ma anziché suggerirle di tornare indietro e cambiare strada, la fa proseguire lungo la Cassia costeggiando il circuito delle mura.

L’errore tanto grossolano quanto fatale commesso dall’ufficiale tradisce il reale stato della disorganizzazione e la mancanza di comunicazione tra i vari attori in campo in quel delicato frangente. Non appena l’auto scoperta svolta su viale Capocci e supera Porta Murata, viene subito centrata da una fitta scarica di colpi di fucile esplosi dagli spalti delle mura e dal prospiciente terrapieno della ferrovia, probabilmente scambiata per un mezzo degli assalitori. Il veicolo sbanda ma continua la sua corsa a velocità sempre più sostenuta nella speranza di riuscire a mettersi in salvo. I colpi iniziano a diradare in corrispondenza dell’attuale imbocco di via Fratelli Rosselli per piazza Verdi, dove all’epoca si apriva la cosiddetta Gabbia del Cricco, un varco delle mura protetto da una barriera di colonnine di pietra da cui filtrava in città il fosso Urcionio. Sotto le mura del Monastero di S. Rosa gli spari sembrano cessare, ma subito dopo riprendono violenti dai merli che precedono l’ex convento di S. Simeone. Molti dei passeggeri sono stati colpiti e quando la donna si accorge che sul sedile posteriore Jaromir ormai è morto, centrato da un tiro in testa, finalmente ferma la macchina, ma nel disperato tentativo di trovar riparo sotto l’auto, anche Paul rimane gravemente offeso. A quel punto la madre esce allo scoperto e grida in italiano ai tiratori di fermarsi…ed essi si fermano.

Poco dopo sopraggiunge dal posto di blocco del passaggio a livello una pattuglia di carabinieri. La situazione appare disperata. Vengono fatti tutti salire di nuovo sull’auto e due carabinieri li scortano sventolando dal predellino un drappo bianco fino all’ex Ospedale Grande degli Infermi, dove a Paul verrà amputata una gamba. La giornata di sangue invece si chiuderà così, senza ulteriori spargimenti… Gli assalitori se ne vanno, i difensori abbandonano le loro postazioni. Ogni velleità si ritira e lascia il campo libero alla costernazione per una tragedia che nessuno avrebbe mai potuto presagire.

La croce che s’incontra lungo la strada si trova in prossimità del punto in cui l’auto si era fermata, esattamente alle spalle del Monastero di S. Rosa, dove in quei giorni erano in corso i lavori sulla ricognizione delle spoglie della Patrona.

I funerali di Jaromir si terranno pochi giorni dopo l’accaduto a Viterbo e la salma inumata nel cimitero di San Lazzaro, dove riposa ancora oggi. La Sig.ra Beckett (che più tardi assumerà in seconde nozze anche il cognome Frost) detterà il toccante epitaffio che tutt’ora si può leggere sulla tomba del figlio:

“In memoria di Jaromir Czernin, straniero,

passando per Viterbo il 12 luglio 1921

cadde vittima di cuori infocati da odi e rancori.

Beati i puri di cuore perciocché vedranno Iddio”.