Archivi categoria: Strenne da Viterbo

Cento anni dalla prima ricognizione del corpo di Rosa

3 Aprile 1921 – 3 Aprile 2021

È nota ormai a tutti l’attenzione che la scienza ha rivolto al corpo di s. Rosa nel corso dell’ultimo secolo. Solo pochi anni fa, presso l’aula magna dell’Università degli Studi della Tuscia, si è tenuto un grande convegno che ha riunito i protagonisti dell’ultima ricognizione operata sulle sacre spoglie della Santa nel 1998, occasione in cui si è fatto il punto sullo stato dell’arte relativa all’indagine paleopatologica tuttora in esame. Sappiamo invece che i primissimi lavori documentati risalgono a cento anni fa esatti. Il tutto prese inizio, come sarebbe poi accaduto anche negli anni ’90, da una segnalazione, partita probabilmente dalle monache di S. Rosa, su alcuni segni di deperimento della Salma, che avrebbe messo in allarme il vescovo di allora Mons. Emidio Trenta.

Si pensò di agire subito informando finanche la Santa Sede di quanto stava accadendo, preoccupati che la situazione potesse addirittura precipitare rapidamente. Va detto che da secoli il Corpo si trovava in una condizione di perenne esposizione alla “contaminazione” con l’ambiente esterno causata dalla continua apertura dell’anta frontale dell’urna per permettere il bacio della mano ai fedeli (che aveva causato oltretutto una frattura del braccio con conseguente perdita di tessuti) o il lavaggio delle superfici cutanee per ricavarne l’acqua di lotura da destinare a coloro che impetravano grazie di natura fisica. Tali consuetudini plurisecolari si interruppero bruscamente nel 1921 allorquando il papa Benedetto XV dispose le necessarie facoltà per avviare un’accurata perizia scientifica sulla Reliquia. Tale Papa conosceva bene la Santa di Viterbo, avendola da poco eletta patrona della Gioventù Femminile di Azione Cattolica su espressa richiesta della coordinatrice nazionale Armida Barelli. Venne dunque incaricato del delicato compito il dott. Pietro Neri, medico chirurgo in Roma, il quale vi si dedicò immediatamente con la massima solerzia. Così cita l’Atto ufficiale della Ricognizione:

“Addì tre aprile millenovecentoventuno alle ore dieci. Per le speciali facoltà da S. E. Rev.ma Monsignor Emidio Trenta, Vescovo di Viterbo e Tuscania, precedentemente ottenute “vivae vocis oraculo” dalla medesima Santità Sua, sono presenti alla canonica ricognizione:

  1. Lo stesso Ecc.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo Emidio Trenta,
  2. E. Rev.ma Monsignor Giacomo Sinibaldi, Vescovo Titolare di Tiberiade,
  3. Don Saverio Mastini, Canonico della Cattedrale di Viterbo e confessore del Monastero,
  4. D. Roberto Mordacchi, Parroco di S. Marco,
  5. Comm. Giulio Paganini, Sindaco di Viterbo
  6. Giuseppe Meta, Regio Sottoprefetto di Viterbo
  7. Comm. Pietro Neri, medico chirurgo, quale perito tecnico nominato da S. Santità Benedetto XV,
  8. Luigi Anselmi, Presidente della Giunta Diocesana,
  9. Signora Boninzella Paganini, consorte del Sindaco,
  10. Signora Maria Meta, consorte del Sottoprefetto,
  11. Signora Maria Neri, consorte del professor Neri,
  12. Signorina Rosa Paganini,
  13. da Suor Marianna Geltrude Mengoni, Abbadessa, con tutte le religiose,
  14. Sestilio Giulianelli, Arciprete della Cattedrale e Cancelliere Vescovile.

Inizia poi la descrizione dei fatti con l’apertura dell’urna e l’estrazione della salma prima della perizia vera e propria a cui assistettero anche la moglie del dott. Neri ed alcune monache autorizzate. Il medico dovette purtroppo constatare che la Reliquia si avviava al disfacimento. In realtà l’ultima ricognizione ha chiarito che la salma si trovava (e si trova ancor oggi) in uno stato di ottima conservazione, frutto di un processo di mummificazione naturale che ne aveva mantenuto intatta la connessione ossea e degli organi interni, attraverso la repentina disidratazione dei tessuti successiva alla prima inumazione della salma stessa.

La reazione dell’epoca tuttavia fu tale che, senza tergiversare oltre, il dott. Neri si apprestò nell’estate dello stesso anno a compiere un’opera di restauro conservativo non poco invasiva. Si registrarono peraltro voci di opposizione che si erano levate da parte di alcuni Viterbesi, i quali avevano criticato il ricorso ad un intervento medico-chirurgico quando, a loro detta, si sarebbe potuto semplicemente effettuare una disinfezione antisettica all’interno dell’urna con conseguente chiusura ermetica della stessa. L’intervento consistette invece in un utilizzo cospicuo di cere, lucidature e balsamo del Perù per integrare le parti di tessuti deperite e soprattutto per coprire tutta la superficie corporea, al fine di proteggerla dall’aggressione di parassiti e microrganismi. 

Preoccupato seriamente per la tenuta dell’intero corpo per il futuro e spinto dalla volontà di “salvare il salvabile”, il medico ebbe facoltà di asportare il cuore della Santa, attraverso un’apertura toracica condotta con estrema diligenza per le conoscenze del tempo. Il piccolissimo organo, che venne in seguito esposto in un primo reliquiario inviato da Benedetto XV e poi in quello attuale, prezioso dono di papa Pio XI, costituisce l’elemento peculiare al centro del dibattito sorto su quella sindrome sfuggente che ha accompagnato la vita di Rosa sin dalla nascita e che oggi la scienza tende ormai ad identificare come “Anomalia di s. Rosa”.

In una lettera pastorale del 29 ottobre 1921, a conclusione dei lavori, il vescovo Trenta comunicò ai fedeli che da quel momento il bacio della mano sarebbe stato sostituito col bacio di questa nuova preziosa reliquia e a coronamento di questi eventi una solenne processione religiosa col trasporto del corpo e del reliquiario con il cuore della Santa si sarebbe tenuta a Viterbo il 13 novembre 1921 con gran concorso di popolo.

Le nostre convenzioni

A cura di Luca Polidoro

A conferma del fondamentale legame con il territorio di Viterbo, il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo ha recentemente siglato importanti accordi con due importanti istituzioni della città.

Il primo è il protocollo di intesa per attività di collaborazione presso l’Archivio di Stato di Viterbo, sottoscritto tra il presidente del Centro, prof. Attilio Bartoli Langeli, e il direttore dell’Archivio, dott. Angelo Allegrini, con l’obiettivo di promuovere la valorizzazione del patrimonio archivistico conservato presso l’Istituto, nonché di realizzare attività didattiche nei settori della paleografia, della diplomatica, dell’archivistica e dell’edizione ed esegesi delle fonti. È altresì prevista la condivisione di iniziative scientifiche e progettuali, di ricerca e di consulenza, in particolare per l’elaborazione e la pubblicazione di ricerche, studi e dossier, anche multimediali, come pure la partecipazione congiunta a programmi di ricerca nazionali e internazionali.

Il secondo è la convenzione sottoscritta lo scorso 10 marzo dal presidente del Centro e dal presidente del Consorzio per la gestione delle biblioteche provinciale “Anselmo Anselmi” e comunale degli Ardenti, dott. Paolo Pelliccia, è relativo al patrimonio archivistico e bibliografico dell’istituto, che conserva, oltre a preziosi fondi librari (manoscritti, incunaboli, cinquecentine, seicentine), l’archivio storico del Comune di Viterbo, complesso documentario ricchissimo nonostante le distruzioni e le dispersioni subite nel corso dei secoli, comprendente esattamente 4.148 pergamene (la Biblioteca Consorziale ha recuperato, in questi anni, tre pergamene) eterogenee per forma e contenuto. Tale cospicuo fondo, sommariamente descritto nel Catalogo delle Pergamene Sciolte, compilato più di un secolo fa dalla Commissione appositamente istituita dal Municipio per il riordino dell’Archivio Storico Comunale, attende dunque la realizzazione di un nuovo inventario redatto secondo criteri scientifici e auspicabilmente la regestazione, nonché la digitalizzazione delle singole pergamene. La sinergia tra le competenze del Centro e quelle del Consorzio consentirà dunque in primo luogo quegli interventi di catalogazione del patrimonio librario e di inventariazione di quello archivistico che costituiscono imprescindibile punto di partenza per il successivo approfondimento, studio e divulgazione della documentazione, riconnettendo la comunità locale e poi il più ampio pubblico a tali fonti culturali nel senso più ampio, favorendo l’investigazione sulle identità e sulle relazioni tra persone e luoghi. A tale scopo è infatti prevista l’organizzazione di seminari, conferenze, incontri di studio, lezioni tematiche, presentazioni di libri e convegni, unitamente alla collaborazione nella redazione della rivista Biblioteca e Società e nell’allestimento di mostre.

Video della firma della convenzione con la Biblioteca Consorziale di Viterbo

Discorso tenuto in questa occasione da Attilio Bartoli Langeli

L’occasione è per me così importante che leggerò un testo scritto. Non la si prenda per pedanteria, ma come una forma di rispetto per i miei interlocutori e per chi ci ascolta. E’ un omaggio che faccio alle mie personalità di riferimento in questo campo, cioè Roberto Abbondanza, Pietro Scarpellini e Gherardo Ortalli.

Nella politica dei beni culturali oggi prevale una logica mercantile. Agli occhi di chi ci governa il patrimonio storico, artistico e naturale si propone sempre più come una realtà non da preservare e difendere ma da sfruttare. Ricordiamo come si è impiantata e diffusa, nella nostra classe politica, quest’idea.

Negli anni Settanta Mario Pedini, ministro della cultura, teorizzava che i beni culturali sono il nostro petrolio. Poi gli Ottanta e l’invenzione dei giacimenti culturali di Gianni De Michelis. Poi la cartolarizzazione, estesa (con tutte le cautele, ma estesa) ai beni culturali, per definizione inalienabili.

Un’idea che trovava ricetto anche nelle sedi istituzionali più alte. Aderendo nel 2012 al Manifesto per la cultura lanciato dal Sole 24 ore il presidente Giorgio Napolitano scrisse: «Se vogliamo più sviluppo economico, ma anche più occupazione, bisogna saper valorizzare, sfruttare fino in fondo la risorsa della cultura e del patrimonio storico-artistico». Ecco la bandiera dello sfruttamento fino in fondo. Un teorema perfetto, tra petrolio e giacimenti e sfruttamento.

Per carità: se Caravaggio porta un bel ristoro, come si dice oggi, al bilancio del Ministero, ben venga. Ma piegare a questa logica l’intera politica dei beni culturali sarebbe cosa assai negativa. Non voglio insistere, oggi che parliamo della Biblioteca degli Ardenti e degli archivi che essa conserva, in primis l’Archivio storico del Comune di Viterbo, sulla “povertà” dei beni archivistici e librari. Povertà, sia inteso, rispetto a quei beni culturali che attraggono le folle. Il vittimismo e i complessi d’inferiorità non portano da nessuna parte. La salvezza vera di questi beni è un altro modo di pensare i beni culturali nel loro complesso.

Dichiarava nel 1986 la Corte Costituzionale che la «primarietà del valore estetico-culturale (…) non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici» e anzi, horribile dictu, diceva che la stessa economia deve ispirarsi alla cultura. Dichiaravano quel modo di pensare due altri Presidenti della Repubblica. Carlo Azeglio Ciampi nel 2003: «La cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani, per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l’obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione». E Sergio Mattarella nel 2017: «Siamo custodi di un patrimonio straordinario, unico al mondo. Un tesoro che trae origine dalla nostra storia, dalla creatività, dalla cultura, dai territori, dalle comunità che l’hanno forgiato e incrementato nel tempo. (…) La fruizione dei beni e delle attività culturali è un valore e ha carattere pubblico».

In parole povere: i beni culturali non servono per far soldi. Sono i soldi che servono per un buon governo dei beni culturali. E le biblioteche e gli archivi sono lì per dimostrare, proprio in quanto beni “poveri”, la natura profonda, civile e nazionale, del patrimonio culturale. La non-economicità dei beni librari e archivistici ne fa i simboli più puri, meno condizionali dei beni culturali (al plurale) come bene comune (al singolare): come unico, totale, indivisibile bene comune. La consapevolezza dei beni culturali come bene comune si misura dal comportamento dello Stato non verso le punte di eccellenza, non verso le supreme evidenze archeologiche e artistiche, ma, per esempio, verso le biblioteche, verso gli archivi. Verso cioè quell’insieme enorme di libri e documenti che essi, biblioteche e archivi, conservano: libri e documenti alti e bassi, belli e brutti, importanti e umili. E’ questo insieme puntiforme, questi milioni di scritture a costituire quel tessuto continuo, quello spessore profondo, quel fondamento forte e diffuso sui quali si costruisce la cultura e la memoria di un Paese.

Se tutto questo è vero e condiviso, specialmente da chi ci governa, ben volentieri il Centro studi Santa Rosa da Viterbo si mette all’opera per rinforzare e valorizzare, cioè, quanto a noi, studiare e catalogare e pubblicare, quel patrimonio culturale cittadino e nazionale che è la Biblioteca degli Ardenti.

 

6 marzo: Dies natalis

Angelo Sapio

Il 6 marzo ricorre la festività del Transito di santa Rosa. Si tratta ovviamente di uno degli appuntamenti principali del calendario liturgico viterbese. Tuttavia, come è noto, proprio a Viterbo la festa patronale di santa Rosa ricade il 4 settembre, giorno della Traslazione del corpo, (avvenuta secondo la tradizione nel 1258 per volere di papa Alessandro IV). Il culto di santa Rosa è sempre ruotato attorno a questa seconda data, ritenuta di fatto quella del primo riconoscimento della sua santità. Le fonti antiche, peraltro, non menzionano mai date precise sulla vita di Rosa, motivo per cui esse sono sempre state oggetto di disputa tra gli storici. I primi tentativi per individuare il giorno della morte della Patrona di Viterbo, quello che per la Chiesa rappresenta il Dies natalis (la nascita al cielo), sarebbero arrivati solo agli inizi del secolo XVII, in piena fase controriformista. Un po’ ovunque, di fatti, i culti locali iniziavano a rifiorire sotto la spinta delle autorità civili ed ecclesiastiche e così anche nella città della Tuscia riprendeva definitivamente vigore la venerazione verso s. Rosa, dopo le fasi alterne dei secoli precedenti. Nell’arco di tutto il Seicento si assistette ad un profluvio di biografie rosiane in lingua volgare che avrebbero contribuito ad una larga circolazione di nuove informazioni.

A dare un primo forte impulso fu Pietro Coretini, segretario comunale di Viterbo, che nel 1638, su incarico delle magistrature locali, aveva dato alle stampe la prima opera completa sulla vita di s. Rosa. Il compito del Coretini fu quello di raccogliere quante più informazioni possibili dalle fonti antiche e cercare di metterle insieme al fine di ricavarne un racconto organico e convincente. In realtà Girolamo Vittori, confessore delle Monache di S. Rosa, nella sua biografia inedita (1616) propone per la morte di Rosa il mese di aprile senza specificare il giorno. Alla stessa maniera il Coretini andò oltre: fu in grado di fornire anche una data precisa del beato transito della Santa: 6 marzo 1258. Tale fu il riscontro di popolo che evidentemente molti altri autori, di lì a pochi anni, decisero di cimentarsi nella stesura di nuove vite della Santa Patrona, concepite tutte sulla falsariga de “L’historia di S. Rosa Viterbesedi Pietro Coretini. Ci vollero molti anni prima che si riuscisse a fare un’opera di “pulizia” delle mille aggiunte e fioriture popolari che si erano sedimentate nel tempo, ma neppure l’attento studio dei Padri Bollandisti (1748), volto a correggere le molte inesattezze cronologiche che circolavano, ebbe sufficienti ragioni per non accettare la ricorrenza del 6 marzo individuata dal Coretini e ormai entrata di diritto a far parte delle nostre tradizioni religiose.

In che modo però l’autore era riuscito a ricavare questo dato? Innanzitutto era partito dai pochi punti fermi che si apprendono dalla vita latina allegata agli atti del Processo di Canonizzazione del 1457, ossia il 4 settembre (data della traslazione del Corpo), il nome di papa Alessandro IV (autore della stessa) e il dato dei diciotto mesi che separerebbero il momento della morte e quello della traslazione. Il ragionamento del Coretini molto probabilmente fu quello di fissare il 4 settembre in un determinato anno e contare diciotto mesi indietro, ovvero un anno e mezzo prima. Ponendo dunque la Traslazione al mese di settembre dell’anno X, la morte cadrebbe nel mese di marzo dell’anno X-1. A ben vedere, di fatti, a Viterbo celebriamo s. Rosa due volte l’anno, in due momenti esattamente speculari, a sei mesi di distanza l’uno dall’altro: 6 marzo e 4 settembre. Tutto parrebbe plausibile se non fosse per alcuni errori evidenti commessi dal biografo. Il Coretini afferma che la Santa sarebbe deceduta il 6 marzo 1258 e che la salma sarebbe stata riesumata e traslata al monastero delle damianite diciotto mesi più tardi, ossia il 4 settembre 1260; ma tra queste due date non passano diciotto, bensì trenta mesi (due anni e mezzo). L’errore tuttavia non sarebbe stato rilevato prima di alcuni anni, quando altri autori, avvedutisi, avrebbero cercato in qualche modo di correggerlo: alcuni anticipando la Traslazione al 1259, altri invece sottolineando che i mesi intercorrenti tra i due momenti sono effettivamente trenta e non diciotto.

Il problema principale per l’autore però derivò da un’informazione aggiuntiva che circolava da qualche tempo. Solo pochi anni prima (1625) infatti, l’irlandese Luke Wadding pubblicava gli Annales Minorum, un ricco compendio della storia francescana in cui trovò spazio anche un capitolo sulla vita della Santa viterbese. A tal proposito il Wadding riportò un documento probabilmente dimenticato da diverso tempo: la lettera inviata da Papa Innocenzo IV alla cittadinanza di Viterbo il 25 novembre 1252, con la quale dava il suo consenso ad una raccolta di testimonianze sulla vita e le virtù di Rosa, forse in preparazione di un processo di canonizzazione. Ciò significa che la giovane doveva essere già morta a quella data e perciò molto tempo prima rispetto al 1258.

Va da sé che questo dato abbia creato notevoli problemi ai calcoli del Coretini, il quale però sarebbe corso ai ripari con uno stratagemma alquanto fantasioso ma efficace. Non potendo negare l’autenticità della lettera papale, ma non volendo neppure rinunciare alle sue deduzioni, si limitò ad affermare che le virtù eroiche di Rosa erano tali e note da tempo che già il predecessore di Alessandro IV volle canonizzarla mentre ella era ancora in vita, nonché giovanissima! Curiosamente, sull’onda degli entusiasmi iniziali, anche questo dettaglio venne subito accettato dai più. Solo in una seconda fase, con l’avvio di un certo approccio critico allo studio delle fonti, la storiografia riuscì gradualmente a mettere ordine ai tanti dubbi sulla cronologia rosiana. Gli anni della nascita e della morte della Santa che conosciamo noi oggi (1233-1251) sono frutto di questo lungo lavoro di “scavo” che ha coinvolto e continua tuttora a coinvolgere in molti.

Tra i pochi punti fermi che hanno saputo resistere al tempo, troviamo però proprio quel 6 marzo in cui la Chiesa celebra ancora oggi il Dies natalis di santa Rosa e che la tradizione ha preservato nonostante risulti ormai del tutto svincolato dai calcoli cronologici di Pietro Coretini.

Strenne da Viterbo

a cura di Angelo Sapio

Con questo titolo si vuole dare avvio ad una nuova iniziativa del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, che ormai da oltre dieci anni è impegnato nel recupero della figura storica della santa patrona viterbese attraverso un’attenta analisi critica delle fonti antiche, a cui ha fatto seguito tutta una serie di pubblicazioni e progetti volti a comunicare informazioni e spunti di riflessione ad un pubblico di interessati sempre più ampio, fatto non più solo di addetti ai lavori, ma anche di appassionati e devoti da tutto il mondo.

Questo riscontro ha suggerito l’idea di creare una finestra comunicativa più agile in cui canalizzare dati, curiosità, pillole di storia meno note, annunci o novità gravitanti attorno al Monastero della Santa e alla comunità viterbese in generale. Dunque il titolo di “Strenne da Viterbo” intese come doni che il Centro Studi vuole regalare ai suoi sostenitori in questo nuovo anno, che possano essere anche di buon auspicio per i tempi a venire. Già i più attenti si saranno accorti della netta somiglianza che c’è tra questo nome, dall’aspetto un po’ desueto, e quello di una vecchia conoscenza del Capoluogo della Tuscia. Nella seconda metà dell’Ottocento, precisamente tra il 1869 ed il 1890, a Viterbo veniva pubblicata annualmente una rivista intitolata “La Rosa. Strenna Viterbese”, organo di stampa del Circolo S. Rosa, primo avamposto locale della Società della Gioventù Cattolica Italiana (futura A.C.I.) fondato da Mario Fani.

Quello della strenna era infatti un prodotto editoriale molto diffuso nel corso del XIX secolo, che consisteva in un libro-dono offerto come augurio in occasione delle festività natalizie che conteneva poesie e testi letterari. “La Rosa, Strenna Viterbese” consisteva nello specifico in un annuario con articoli vari sotto forma di saggi e dialoghi, novelle e racconti moralistici, inni, sonetti, preghiere e aneddoti storici sulle antiche gesta della città e della sua patrona intrecciati a vicende attuali. Sulla scorta di quanto ci viene suggerito dal passato, pertanto, senza ambire certo ad un obiettivo troppo ardito, il CSSRV proporrà questa rubrica divulgativa per chiunque abbia il desiderio di saperne sempre qualcosa di più. Non c’è modo migliore, quindi, che aprire con un estratto dall’articolo di apertura de “La Rosa, Strenna Viterbese pel 1870”:

Che cosa è strenna?

Strenne chiamavansi i doni che facevansi il primo giorno dell’anno, e la loro origine si fa risalire al tempo in cui regnarono insieme Romolo e Tazio. Dicesi che Tazio, avendo ricevuto al cominciare del novello anno coi buoni augurii alcuni rami tagliati in un bosco sacro a Strenna, dea della forza, autorizzasse in seguito un tal uso e loro desse il nome di strenne in onore di quella. Per i Romani solennissimo riesciva il primo giorno dell’anno, e lo dedicarono a Giano, rappresentato con due volti, siccome quegli che guarda l’anno passato, e quello eziando che sta per incominciare. In questa occasione tutti a vicenda scambiavansi prosperi e felicissimi augurii e donavano fichi, datteri e miele per indicare con siffatti segni, ch’essi desideravano agli amici una vita ricolma di dolcezza e felicità. Sotto Augusto il popolo, i cavalieri ed i senatori presentavano strenne all’Imperatore: e quando trovavasi assente le portavano al Campidoglio. Tiberio proibì le strenne dopo il primo giorno dell’anno, perché il popolo si occupava per otto continui giorni di siffatta ceremonia. Claudio, di lui successore, proibì che l’importunassero colle strenne. Nullameno l’usanza non venne meno fra il popolo, ed i Greci l’ebbero dai Romani.