Archivi categoria: Strenne da Viterbo

Tra immagini sacre e dissacranti: verso una nuova iconologia rosiana?

A CURA DI ANGELO SAPIO

Da sempre le immagini svolgono una funzione comunicativa, sono il concetto che oggi sta alla base della moderna pubblicità, così come un tempo fissava lo strumento per poter veicolare altri tipi di messaggi, come avveniva in campo religioso. Nella tradizione cristiana le rappresentazioni iconografiche delle scene bibliche o delle vite dei santi servivano appunto ad istruire i fedeli, creando una sorta d’immaginario collettivo attorno a delle figure sempre più idealizzate. Proprio ai santi venivano attribuiti dei particolari elementi connotativi che servivano a renderli riconoscibili gli uni dagli altri; nel caso di santa Rosa, ad esempio, la troviamo quasi sempre con una corona di rose in capo, altre volte con delle rose raccolte nella veste, con una croce in mano, o ancora con una pietra o delle fiamme sotto i piedi: tutti indizi che rimandano ai vari episodi agiografici maggiormente noti.

Altri aspetti legati invece alla semplice apparenza esteriore mostrano piuttosto una tendenza all’appiattimento attorno a dei canoni estetici comuni un po’ a tutti. Nel caso delle figure femminili osserviamo quasi esclusivamente espressioni serafiche o estatiche che servono a darci la misura di una certa idea di purezza e di distacco dal mondo terreno.

Diversamente, il vestiario contribuisce meglio alla cristallizzazione di certe idealizzazioni: santa Rosa la ritroviamo, nella maggior parte dei casi, in abiti da monaca clarissa, perché “vestire l’abito” sarebbe stato il suo desiderio quando era in vita e perché il suo Corpo a pochi anni dalla morte venne traslato in quel Monastero dove ella aveva chiesto di entrare. Tutto questo partecipa inevitabilmente alla formazione di una percezione collettiva sempre più radicata ed accettata attorno ad un determinato personaggio.

Nonostante la società occidentale abbia intrapreso ormai da tempo un profondo processo di secolarizzazione, certe percezioni, quanto meno sotto il profilo tradizional-popolare, sono rimaste intatte e per tale motivo spesso mal disposte ad accogliere grandi stravolgimenti. Eppure le moderne espressioni artistiche sono giunte ad intaccare perfino questi secolari equilibri ed anche i santi patroni sono diventati oggetto di libere reinterpretazioni che non sempre riescono ad incontrare il pubblico favore.

Già da tempo, anche in Italia, sulla scorta delle influenze della cultura pop-underground anglosassone, generazioni di “street artists” hanno imparato a cimentarsi nella realizzazione di murales di grande pregio artistico che si sono dimostrate anche serie opportunità di riqualificazione urbana in contesti periferici sempre più anonimi, se non addirittura degradati in talune circostanze. Trattandosi il più delle volte di arte figurativa, essa, per sua natura, risulta facilmente intellegibile e godibile da parte del grande pubblico. Nondimeno se questo tipo di arte raggiunge l’ambito religioso, di fatto rischia di incontrare forti resistenze.

A Viterbo, città non certo nota per l’alta concentrazione di murales, in una delle vie maggiormente trafficate dalle auto, è recentemente comparsa una grande rappresentazione ispirata a santa Rosa che ha fatto subito parlare di sé. È stata realizzata da un artista locale nell’ambito di un concorso indetto dall’Enel e finalizzato ad adornare le vecchie cabine di distribuzione dell’energia elettrica. “La tua Rosa”, questo il titolo dell’opera, vuole essere un omaggio alla fierezza della Patrona viterbese e uno stimolo per le giovani di oggi a perseguire le proprie aspirazioni senza lasciarsi condizionare dai giudizi altrui.

“La tua Rosa”, Murales di via Francesco Baracca Viterbo

L’aspetto della Santa è riproposto in una chiave marcatamente moderna allo scopo di cercare di incontrare i nuovi linguaggi in voga. Tutti più o meno concordi nel riconoscere un lavoro tecnicamente impeccabile, ma il ritratto in sé appare così inedito da esser risultato a molti piuttosto provocatorio, se non proprio dissacrante. Inevitabilmente in questi casi si sfocia nel campo della soggettività e delle diverse sensibilità individuali; c’è chi si scandalizza, chi invece ne apprezza l’audacia, chi si sente persino offeso nel suo animo di credente e chi non riesce a vederci nulla di svilente e anzi vi trova una sua personale chiave di lettura.

I più critici puntano il dito sulla mancata aderenza storica con “la vera santa Rosa”, ma benché non fosse quello l’intento della raffigurazione, la tentazione di cercare dei paragoni con le immagini a noi più familiari arriva immediata. Ecco però che si cade in contraddizione. Se pensiamo alla tela del Podesti che giganteggia alle spalle dell’altare maggiore della chiesa santuario di S. Rosa a Viterbo, o ai numerosi affreschi, agli innumerevoli santini e canivet, agli ex-voto e alle tavolette votive che la ritraggono, il più delle volte, come detto, troviamo una Santa in abiti monacali, quando invece sappiamo che ella fu una semplice laica penitente (nemmeno una terziaria francescana come spesso si legge). Le stesse Sacre spoglie sono state oggetto nel tempo di numerosi cambi d’abito: fino al 1615 esse vestivano un abito di velluto cremisi ricamato a fiorami in oro circonfuso da perle e gemme…Una sontuosità ostentata non proprio in linea con la semplicità della vita di Rosa. Poi gradualmente si è passati alle più ieratiche vesti monastiche e solo nell’ultimo secolo a quelle più sobrie color grigio, certamente più rispettose della sua personalità. Nel corso del tempo pare che anche questo tipo di cambiamenti non sia stato scevro dalle polemiche da parte dell’opinione pubblica.

Scetticismi di vario genere, anzi, si sono susseguiti in ogni circostanza. In piazza S. Pietro a Roma, ad esempio, la vulgata popolare viterbese ha sempre erroneamente individuato nella settima statua del braccio destro del colonnato del Bernini la figura di santa Rosa (si tratta in realtà di santa Isabella d’Aragona, regina del Portogallo, anch’ella ritratta nell’atto di sorreggere dei fiori), criticandone l’eccessiva dimensione a dispetto della corporatura minuta della giovane. Al di là dell’errore concettuale in sé, la difficoltà nel comprendere che certe sproporzioni siano state frutto di una scelta stilistica-funzionale comune a tutte le altre statue del colonnato dimostra come l’individuo sia naturalmente portato a ricercare in ciò che vede il messaggio che ritiene più affine alle proprie concezioni.

Santa Rosa (ricostruzione)

Un’immagine di s. Rosa che non si può certo tralasciare di ricordare è la recente ricostruzione dell’aspetto facciale che la giovane aveva quando era in vita, ottenuta partendo dall’analisi dei tessuti ossei e dei resti dei tessuti molli in occasione dell’ultima ricognizione scientifica effettuata sul Corpo nel 1998. Potrebbe sembrare a dire il vero un ritratto forse un po’ troppo lusinghiero, che tuttavia oggi troviamo riprodotto su uno dei santini più diffusi a Viterbo, tale ne è stato il gradimento riscontrato nell’opinione pubblica.

 

 

Le ultimissime raffigurazioni hanno riacceso il dibattito sulla riproduzione delle immagini della Santa. Solo nel 2020 era comparso un primo “graffito” su un muro di via dei Pellegrini, nel centro di Viterbo, che ritraeva una Rosa in versione un po’ scanzonata e vivace, circondata da cuori e la scritta ripetuta “love”. I colori, lo stile giovanile e la citazione a lato, “I sentimenti sono realtà”, ne fanno quasi un fumetto che, anche se apparentemente decontestualizzato dall’ambiente circostante, provoca una piacevole sorpresa a chi passa di lì.

S. Rosa, Grafito di via dei Pellegrini Viterbo

Il recente murales di via Francesco Baracca invece, vuoi per la posizione più esposta, vuoi per le dimensioni, vuoi per il genere figurativo chiaramente più definito, ha attirato su di sé maggiori reazioni. Più che il messaggio, in questo caso, è la scelta del “linguaggio” a risultare predominante su tutto il resto. L’opera mostra infatti un carattere alquanto provocante a cui nessuno in fondo poteva dirsi preparato: il viso della Santa è posizionato di profilo e mette in mostra la bellezza dei lineamenti e dell’incarnato in generale, oltre che un trucco ed un agghindamento volutamente ostentati.

In realtà non sarebbe neppure la prima volta osservare certi riferimenti alla fisicità di un’icona religiosa. Se pensiamo alla primissima rappresentazione iconografica di santa Rosa giunta sino a noi, ovvero a quello schizzo rudimentale disegnato sul retro della pergamena duecentesca (conosciuta volgarmente come Vita Prima), possiamo forse trovarvi un contributo utile a quest’analisi.

S. Rosa, verso della pergamena duecentesca

Sembrerebbe trattarsi di una Rosa semplicissima che sorregge in una mano un libro e nell’altra la palma del martirio, eppure, tra gli scarni dettagli si nota anche un accenno dei seni che premono dalla veste. A quanto pare, un particolare di questo tipo all’epoca poteva anche passare inosservato (o magari serviva semplicemente a tratteggiare delle generiche linee femminili)[1], mentre nelle moderne rappresentazioni d’oggi assumerebbe sicuramente ben altra valenza o finanche creare motivo di scandalo.

Un fatto poco noto, ma non per questo meno significativo, ci lascia invece testimonianza di un’azione estrema compiuta dai Viterbesi sulla statua in cima alla Macchina di Santa Rosa. Il 19 dicembre del 1798, alla vigilia dell’arrivo delle truppe francesi comandate dal general Kellerman, l’eccitazione popolare per la corsa alla difesa delle mura raggiunse il culmine e prese figura in esternazioni esaltate di devozione religiosa: alle tre del pomeriggio venne fatta passare per le strade una processione straordinaria della Macchina, con la santa che, per l’occasione, era stata vestita degli abiti trafugati alle dame francesi al seguito della delegazione diplomatica rivoluzionaria già presente da alcuni giorni in città. Secondo la testimonianza del funzionario Alexandre-Edme Méchin “S. Rosa quella sera fu abbigliata in piccola maestra parigina”[2].

Altro esempio lampante proveniente dal folklore popolare viterbese, in cui il rapporto con la santa Patrona si sia spontaneamente manifestato in un modo non proprio reverenziale, ma comunque affettuoso, lo possiamo rintracciare in alcuni vecchi giocattoli che venivano venduti durante la fiera di S. Rosa già dal XIX secolo. Erano i cosiddetti ciuffoletti: dei pupazzetti in terracotta dotati di un fischietto nella parte posteriore, che avevano la forma di cavalieri, galletti, carabinieri, o appunto della Santa. Pare fossero particolarmente apprezzati da grandi e piccini, tanto da meritarsi anche un motto scherzoso che recitava così: “E cche le santarose col fischietto mal culo ce ll’ete vantre?”[3]. Un’evoluzione di questi fischietti si poteva ancora acquistare, fino a non molti anni fa, da uno storico ambulante forestiero che veniva appositamente a Viterbo per la festa, da molti etichettato come “l’omo ciuco” (data la bassa statura), ma ormai questi avevano assunto le sembianze di un Pulcinella ed avevano una parte in tela che si alzava e si abbassava per mezzo di uno stantuffo interno.

A dare completezza al quadro è infine un documento fotografico alquanto singolare che venne scattato alla salma di santa Rosa in occasione della ricognizione scientifica che si è svolta nel 1921. Nella foto la Santa è immortalata svestita, mentre viene sostenuta in mano da alcuni prelati e da un medico dell’equipe del prof. Neri, posizionata di fianco con le spalle rivolte verso l’obbiettivo.Nelle successive ricognizioni si è volutamente evitato di riproporre questo tipo di testimonianza, ritenuta da tutti non propriamente riguardosa nei confronti della Reliquia. Se non altro, l’immagine ricorda molto la consuetudine invalsa soprattutto in epoca vittoriana, ma ancora in uso nei primi anni del ‘900, delle cosiddette “fotografie post-mortem”, in cui i defunti venivano immortalati circondati da famigliari o parenti prima dell’estremo saluto.

Foto della ricognizione del Corpo Santo del 1921

Quell’aura di sacralità che si vorrebbe attribuire a tutti i costi ad un’icona religiosa, come si può vedere, rischia alle volte di scontrarsi con una realtà contingente che procede in direzione opposta. Cultura, mentalità, o condizionamenti vari del momento possono influenzare non poco l’interpretazione di quell’icona e la sua cognizione.

Oggi però siamo di fronte ad uno sdoganamento culturale netto e sempre più accelerato rispetto al passato che ci pone di fronte a dei mutamenti difficili da decifrare. La massiccia condivisione di informazioni a cui siamo sottoposti e la conseguente contaminazione di idee hanno “aggredito” le identità popolari, che sono tendenti per loro natura all’autoconservazione, grazie soprattutto alla spinta impressa dalla rete, lasciandole prive di mezzi adeguati per difendersi ed adattarsi. Se da un lato le immagini, attraverso il loro massiccio utilizzo, amplificano questo fenomeno, dall’altro sono esse stesse a subirne gli effetti. Lo abbiamo ben visto nell’ambito religioso, laddove possiamo già notare come le libere reinterpretazioni di oggi si svincolino totalmente dai canoni del passato ed anzi pongano l’attenzione su dei particolari che definiremmo quanto meno insoliti. Sotto questa inedita prospettiva, si potrà infine verificare se nel medio-lungo periodo si aprirà uno spazio utile per avviare un nuovo tipo di indagine iconologica e raccoglierne le opportune soluzioni.

La forza e l’immediatezza di un’immagine, come può essere ancora oggi quella di santa Rosa per i Viterbesi, costituiscono certamente un vettore eccezionale anche per la comunicazione di messaggi di diverso tenore. La ricerca di un aspetto estetico oggettivamente perfetto secondo i nostri canoni attuali parrebbe dunque rappresentare, da quel che vediamo, la cifra comunicativa da utilizzare per poter arrivare alle giovani dei nostri giorni. Tuttavia sarebbe lecito domandarsi se un rossetto appariscente o un paio di vistosi orecchini lucenti da abbinare ad un “velo medievale” siano effettivamente così necessari per accattivarsi l’interesse di questo target di persone. Si rischierebbe oltretutto di illudersi di riuscire a richiamare l’attenzione sull’esempio di una ragazza vissuta nel XIII secolo se non si approfondisce quello specifico esempio, rimandando piuttosto a delle vaghe formulazioni sui concetti “sempreverdi” di coraggio e perseveranza. Attualizzare, pertanto, non dovrebbe mai coincidere con snaturare o addirittura ridisegnare, altrimenti non dovrebbe neppure avvertirsi la necessità di scomodare delle icone storiche che della propria vita hanno fatto tutto, meno che un elogio dell’esteriorità. Resta dunque da capire se queste forme di contaminazione riusciranno effettivamente ad aggiornare un linguaggio che appare, di sicuro, sempre più obsoleto, o se tracceranno semplicemente nuove strade parallele svuotate del significato originario.


 [1] Tuttalpiù, esso avrebbe potuto suggerire agli agiografi che, all’epoca del suo apostolato pubblico, Rosa fosse già una ragazza grandicella e non più una bambina, data l’antichità di tale testimonianza.

[2] F. Funari, Memorie. Alexandre-Edme Mèchin: la resistenza viterbese nel biennio giacobino (1798-1799), Ed. Archeoares, Viterbo, 2011.

 [3] F. Petroselli, Blasoni popolari della provincia di Viterbo, Viterbo, 1978.

LA FIERA DI S. ROSA A VITERBO

Di Angelo Sapio

Il 4 settembre si celebra a Viterbo la festa di santa Rosa. Com’è noto, non si tratta della ricorrenza del Transito, che è invece il 6 marzo, bensì quella della Traslazione del corpo della Santa dalla Chiesa di S. Maria in Poggio a quella di S. Maria delle Damianite avvenuta, secondo la tradizione, il 4 settembre 1258 per volere di Papa Alessandro IV. Rappresenta certamente la ricorrenza più avvertita e partecipata dalla comunità viterbese, se non altro, per i numerosi appuntamenti che si concentrano nei giorni immediatamente precedenti a questa data. Il trasporto della Macchina di s. Rosa che si svolge la sera del 3 è, senza dubbio, l’evento più atteso dell’anno da tutta la città, il momento apicale delle manifestazioni folkloriche in onore della Patrona. Nella giornata del 4 si assolvono invece le funzioni religiose vere e proprie presso la chiesa della Santa: fiumi di persone si riversano al Monastero per lasciare un saluto alla loro protettrice. In quelle stesse ore però, nelle vie e nelle piazze di Viterbo si rinnova un’altra attesissima e radicata tradizione popolare, la Fiera di s. Rosa.

Non è chiaro né a quando risalga la prima menzione, né se inizialmente fosse un semplice contorno dei vari momenti della festa, oppure un evento ben preciso con il suo giorno dedicato. Di sicuro sappiamo che nel tempo essa ha assunto le fattezze di una comune fiera come tante che si svolgevano nelle città e nei villaggi in concomitanza delle feste patronali per l’afflusso di forestieri che queste richiamavano. Sappiamo inoltre che a Viterbo erano usanza consolidata anche i celebri mercati rionali che si svolgevano nel corso dell’anno, come quelli di Piazza Fontana Grande, di San Silvestro o quello di San Faustino (tutt’ora esistente). La Fiera di s. Rosa pertanto trovava già terreno fertile per potersi ben impiantare.

Fino a pochi decenni or sono, esisteva anche un’altra fiera ancor più blasonata della prima, che alcuni storici vorrebbero far risalire addirittura al privilegio conferito alla “fedele” città di Viterbo dall’Imperatore Federico II nel 1240 che prevedeva, per l’appunto, la concessione di una grande fiera annuale internazionale da tenersi nel mese di settembre, per la durata di quindici giorni, con piena guarentigia per i commercianti provenienti da ogni dove. L’antica Fiera della Madonna della Quercia si teneva a pochi giorni di distanza dalle feste di s. Rosa movimentando, già con largo anticipo, una enorme quantità di bestiame che doveva essere preparata per l’esposizione ufficiale. È ipotizzabile che molti degli stessi ambulanti di minutaglia che affluivano al Santuario de La Quercia per approfittare dell’occasione fossero gli stessi che si vedevano girare per Viterbo nei giorni di S. Rosa e che magari sceglievano di prolungare appositamente la loro permanenza in zona. Nell’ultimo secolo la società è mutata radicalmente e la Fiera della Madonna della Quercia ha perso via via la sua ragion d’essere, mentre le feste di s. Rosa si sono trasformate in un appuntamento pop anche di richiamo turistico.

Ancora oggi, nella moderna società dei consumi e degli acquisti on-line, il fascino che esercita una fiera generalista, come è quella di s. Rosa, rimane sempre molto forte.

Abbiamo una colorita testimonianza della Fiera di s. Rosa in un testo del 1832, I fasti di Viterbo per la festa di Santa Rosa di Giovanni Panzadoro. Si tratta di una novella che l’autore aveva recitato il 4 settembre del 1826 presso l’Accademia degli Ardenti di Viterbo, in cui racconta di un siparietto avvenuto tra un ambulante sul sagrato della chiesa ed un alto prelato che passava di lì. Un breve spaccato della vita di duecento anni fa, con una bella descrizione di particolari ed una sua morale in fondo…

Foto gentilmente fornite dal Sig. Roberto Innocenzi


La Fiera avanti la Chiesa di S. Rosa”

novella

         Mentre applaudon le Muse al fausto giorno sagro alla Vergin Rosa che si onora; fra Voi, Ardenti, ancor io faccio ritorno, come ognun sa, che praticai finora; ma che adorni il mio crin, come Voi fate con delfico allor; non lo sperate.

Non è figlia del Ciel la Musa mia, Essa è nata fra i boschi, e le capanne; delle cetre non cerca l’armonia, ma sol zampogne, e pastorali canne, e allor quando cantare ad essa tocca, dice quello che vien nella sua bocca.

Spesso cantai la Verginella Diva con carmi alieni ai suoi gloriosi fatti, perché il proverbio nuovo non arriva quanto i poeti sian bizzarri, e matti; e per mostrar nelle follie se io sfoggi, sentite una Novella ancor quest’oggi.

Era appunto quel dì, che a torme, a torme correvano le Genti al sagro altare ove la Verginella intatta dorme, e vive ancor, quantunque estinta appare: e di un immenso Popolo al fracasso quivi devoto anch’io rivolsi il passo.

Viddi la larga via sparsa di tende dai Mercanti inalzate, e dai Spazzini per scampare dal sol: chi compra, e vende le Chincaglie, le Stoffe, i Musolini, viddi sparsi qua e là sopra i banchetti i Cembali, i tamburri, i ciuffoletti.

Del Tempio poi nell’ultime sue scale un Sabinese nato nel Soratte vendea fra gente rozza, e rusticale Dottrine, Sante Croci, e Giosafatte, la Suocera, e la Nora in gelosia, il Guerrino, il Bertoldo, il Casa mia.

Un vecchio poco lungi a lato destro aghi, spille, orecchini, e rozzi anelli, poca bambace involta in un Canestro, pietre da foco, l’esca, i solfanelli, i ferri da calzette, li detali, e più mazzi di stringhe coi puntali.

Quando in mezzo a quel popolo minuto esce fuori dal Tempio all’improvviso Monsiù delle Fables pingue, e panciuto del più caldo sudor bagnato il viso, e mentre il volto asciuga, e si sventaglia s’udiva replicar, “Largo canaglia!”.

Dando una spinta a questo, a quei un urtone lungi dicea: “Di qua genti malnate, nella bettola a far conversazione non nella Chiesa ad impacciar restate, perché recarci qui un fetor di fogna, di Vino, di Cipolla, e di Ascalogna?”

Oh! Perché qui non torna il Redentore a dare a tutti il memorando esempio, e di flagelli armato con furore voi tutti discacciar da questo Tempio, ove più vil di tortore, ed agnelli vendete esca, lunarj, e solfanelli?

Via, via lungi di qua”… Ma quel Libraro: “Ehi! Ehi! Monsiù” rispose, “e che figura? Pensa forse che io sia tanto somaro che letta mai non abbia la scrittura? So chi i poveri Cristo ha sempre amati quanto i ricchi negletti e minacciati.

Se mal io non compresi l’Evangelio che ad ascoltar mi reco ogni Domenica, quando il Curato nostro Don Aurelio dal sacro Altare a tutti quanti predica, mi sembra di sentir, che il Redentore mai nauseò dei poveri il fetore.

Se Egli comparisse in questa Chiesa come fu in quella un dì di Salomone, non saprei contro chi l’ira sua accesa la sferza adoperasse ed il bastone? Se contro chi ha il fetor di un galeotto o chi olezza di muschio e belgamotto.

No caccierebbe via quel Ciabattino di moglie carco, e Figli sì indigenti, che per nudrirli tutti il poverino sta sempre il cuojo a stiracchiar coi denti, ma caccierebbe via quei Parasiti delle crapule obbrobrio, e dei conviti.

Non caccierebbe via quell’uom d’onore nella sua povertà tanto negletto, che per sciugare il suo fabril sudore, mai non ottien dai ricchi un fazzoletto, ma chi con un cuor duro, e senza fede usurpa spesso a lui fin la mercede.

Non chi rozzo, inesperto, ed ignorante tutto umile si reca in questo loco, ma colui, che ambizioso, ed arrogante mostra per suo gran pregio, il creder poco, non quei che sta in ginocchio all’Eleisonne, ma chi sta assiso a corteggiar le Donne.

Or dunque sia pur certo mio Padrone, che con Lazzaro da Cristo discacciato mai rimarrebbe al par di un Epulone, qual è vossignoria grasso impappato, e si concluda insomma fra noi, che discaccierebbe via più lei che me.

Così parlò quel Sabinese accorto, e Monsiù Le Fables, pien di rossore ravvisò ben che non parlava a torto; tacque confuso senza far rumore ed io che il tutto intesi in un cantone non ommisi si far tal riflessione.

Oh! Mondo, esclamai tosto; ed è pur vero che il costume a dì nostri è così rio, ch’anche nei Tempj l’uom è mensognero, ed anche in Chiesa si fa oltraggi a Dio perché coi labbri, chi gli rende onore lungi ha spesso la mente e d’altri è il core?

Oh! Rosa tu, che innanzi al sommo Nume risplendi come il nitido raggio, tu rimiri dal Ciel l’annuo costume, con cui la Patria ti tributa omaggio, ma l’interno del cuor quando ravvisi vedrai quanti da te l’avran divisi.

Ardon più faci all’ara tua d’accanto, scende vittima Dio sopra dell’ara, ma il Popolo, che affolla ogni canto sempre umile al tuo piè non sta a pregare, oh! Da quanti amator Dalile ardite a te stessa vedrai più preferite.

Pur troppo; ognuno lo sa… soccorso o Diva, di un santo amor l’alma m’infiamma adesso, perdona i falli miei, la fè ravviva… son reo… lo veggo… il fallo mio confesso… perch’io, che tanto zelo ora dimostro, nemmen dico talvolta un Padrenostro.

“All’ombra della cupola”

In memoria di Jaromir Czernin

qui caduto il 12 luglio 1921

Quella che segue è la storia di un dramma famigliare accaduto a Viterbo cento anni or sono.

Le Strenne nascono come una rubrica con la finalità di rendere una platea di attenti osservatori, edotta su fatti storici poco o affatto noti, su risultanze di studi e attività condotti da membri e collaboratori del CSSRV e su aggiornamenti in merito a iniziative e novità gravitanti attorno alla città di Viterbo e alla sua Patrona.

In questo caso vogliamo raccontare una breve pagina di cronaca cittadina solo per poter rendere omaggio alla figura di un ragazzino sconosciuto (o dimenticato) che si trovò a passare da questa città in uno sfortunato pomeriggio d’estate del 1921 e qui sarebbe rimasto per sempre.

Percorrendo viale Raniero Capocci si costeggia una lunga porzione delle mura cittadine e ad un tratto si giunge fin sotto l’ingresso posteriore del Monastero di S. Rosa. Imponenti lavori di sbancamento realizzati al piano stradale alla fine del XIX secolo riportarono alla luce in questo punto le fondamenta di quello che fu il palazzo dell’imperatore Federico II di Svevia. Se non a passo d’uomo, è assai difficile accorgersi di una modesta croce in peperino abbarbicata sul pendio che fatica ad emergere tra quel “disordine” di rovine sparse, costituite dello stesso grigio materiale locale. Quella croce venne lì posta un secolo fa a perenne memoria di Jaromir Czernin, quindicenne austriaco vittima innocente di una sventurata concatenazione di eventi che coinvolsero anche una piccola città di provincia quale era Viterbo.

L’Italia tutta viveva in quegli anni una delle fasi transitorie certamente tra le più complicate della sua storia. L’immediato primo dopo-guerra fu infatti connotato da una serie di sconquassi politico-economici che avevano minato seriamente la tenuta sociale del Paese. La difficile riconversione industriale post-bellica accompagnata da un’inflazione galoppante spinta dall’aumento esponenziale dei prezzi al consumo, una disoccupazione sempre più dilagante che faceva il paio con gli scioperi di massa nelle fabbriche, i colpi falcidianti della febbre spagnola e non ultima la disillusione per una vittoria definita “mutilata” furono tutti i segnali di un’Italia ormai destinata a cambiare dalle fondamenta di fronte al tramonto definitivo del sogno liberale che l’aveva accompagnata sin dalle prime battaglie per l’unificazione nazionale.

I primi due anni dalla fine dei combattimenti furono investiti dal vento nuovo che soffiava dall’Est Europa e videro il diffondersi del fenomeno del sindacalismo rivoluzionario e di altre forme di dimostrazioni sovversive. Esaurita però la spinta propulsiva di questo, passato alla storia come “biennio rosso”, nuove espressioni, questa volta di matrice reazionaria e nazionalista, cominciavano ad affacciarsi prepotentemente sulla scena politica italiana. In diverse città della penisola iniziarono a moltiplicarsi episodi di guerriglia tra le sempre più numerose formazioni dello squadrismo nero e le organizzazioni della sinistra. Viterbo non fece eccezione.

Tra azioni provocatorie, comizi di piazza, regolamenti di conti personali mascherati tra gli scontri di fazione, si arriva alla domenica del 10 luglio 1921 con l’inaugurazione ufficiale del gagliardetto del fascio italiano di combattimento di Viterbo a cui prendono parte pure diversi aggregati forestieri. Camicie nere da una parte ed anarchici e socialisti dall’altra vengono facilmente alle mani, ma nelle colluttazioni rimane ucciso Tommaso Pesci, un inerme contadino che pare sia anche estraneo alla zuffa. L’atmosfera si surriscalda al punto che i fascisti devono abbandonare la città, ma promettono di tornare in forze e soprattutto in armi per restituire lo smacco. Gli eventi prendono dunque una piega inaspettata dal momento che la minaccia di rappresaglia è ritenuta seria e fondata per la mobilitazione delle squadre umbre e le conferme che giungono anche da ambienti della politica nazionale. Si costituisce velocemente un comitato di difesa cittadina a cui prendono parte anche gli Arditi del Popolo, un’organizzazione paramilitare nata proprio pochi giorni prima che si ispirava ai reparti scelti degli Arditi dell’esercito italiano distintisi particolarmente durante le battaglie del Piave contro gli Austriaci.

Il 12 luglio è il giorno dei funerali di Tommaso Pesci, ma anche il giorno in cui si attende l’assalto dei gruppi armati. Mentre il campanone del Comune suona a lutto, le forze di pubblica sicurezza presidiano i punti di accesso alla città, mentre le truppe del 60° Reg. Fanteria all’epoca stanziate alle caserme di Viterbo, sono chiamate a controllare le porte urbiche e a sbarrarne l’ingresso con cavalli di Frisia. Si ravvisa inoltre la presenza di numerosi cittadini sugli spalti delle mura, non tutti affiliati agli Arditi del Popolo, equipaggiati con armi da fuoco, attrezzi da lavoro ed altri mezzi di fortuna. Durante tutta la mattina si susseguono allarmi ed allarmismi con telegrammi e segnalazioni di vario genere sull’avvicinamento di gruppi armati e l’aggiramento dei posti di blocco della polizia e dei Carabinieri. Quando poi i primi colpi di fucileria vengono esplosi nei pressi di Porta Romana, il Campanone della torre comunale viene suonato a stormo con una tale veemenza da rompersi. Il segnale passa allora dal suono congiunto delle campane delle chiese di S. Sisto e di S. Angelo.

Tutto è pronto, persino una mitragliatrice controlla dal Palazzo della Prefettura l’accesso a Piazza del Plebiscito da Via Cavour. In uno stato di indefinitezza logorante che attanagliava gli animi, com’è nella natura umana in casi come questi, la tensione continuava ad auto alimentarsi minuto dopo minuto. Lunghi silenzi spettrali venivano di tanto in tanto interrotti da qualche grido di concitazione in lontananza quando, tutt’un tratto, accade l’imprevedibile.

Intorno alle ore 16,30 il rombo di un’autovettura (!), una lussuosa Alfa Romeo Torpedo, irrompe a piazzale Umberto I (attuale p.le Gramsci) come un inatteso preannuncio dei ruggenti anni venti nell’assopito contesto viterbese. Alla guida una nobildonna inglese, la Sig.ra Lucille Catherine Beckett, figlia del II° Barone di Grimthorpe ed ex consorte del conte Otto von Czernin, ambasciatore per conto dell’Impero Austro-Ungarico presso la Santa Sede durante la prima guerra mondiale. Con lei tre dei suoi quattro figli, Paul, Edmund e Jaromir e l’autista italiano Enrico Pastecchi. La comitiva è in viaggio di ritorno verso Roma da una gita fuori porta ad Assisi, dove ha assistito alla messa e da una tappa intermedia ad Orvieto. L’idea ora è quella di attraversare Viterbo per una breve visita ai monumenti e rientrare, ma arrivati di fronte a Porta Fiorentina la strada è sbarrata dai militari dell’Esercito. Il maggiore Sacchetti illustra alla signora la situazione e le consiglia caldamente di aggirare la città e di andarsene velocemente; ma anziché suggerirle di tornare indietro e cambiare strada, la fa proseguire lungo la Cassia costeggiando il circuito delle mura.

L’errore tanto grossolano quanto fatale commesso dall’ufficiale tradisce il reale stato della disorganizzazione e la mancanza di comunicazione tra i vari attori in campo in quel delicato frangente. Non appena l’auto scoperta svolta su viale Capocci e supera Porta Murata, viene subito centrata da una fitta scarica di colpi di fucile esplosi dagli spalti delle mura e dal prospiciente terrapieno della ferrovia, probabilmente scambiata per un mezzo degli assalitori. Il veicolo sbanda ma continua la sua corsa a velocità sempre più sostenuta nella speranza di riuscire a mettersi in salvo. I colpi iniziano a diradare in corrispondenza dell’attuale imbocco di via Fratelli Rosselli per piazza Verdi, dove all’epoca si apriva la cosiddetta Gabbia del Cricco, un varco delle mura protetto da una barriera di colonnine di pietra da cui filtrava in città il fosso Urcionio. Sotto le mura del Monastero di S. Rosa gli spari sembrano cessare, ma subito dopo riprendono violenti dai merli che precedono l’ex convento di S. Simeone. Molti dei passeggeri sono stati colpiti e quando la donna si accorge che sul sedile posteriore Jaromir ormai è morto, centrato da un tiro in testa, finalmente ferma la macchina, ma nel disperato tentativo di trovar riparo sotto l’auto, anche Paul rimane gravemente offeso. A quel punto la madre esce allo scoperto e grida in italiano ai tiratori di fermarsi…ed essi si fermano.

Poco dopo sopraggiunge dal posto di blocco del passaggio a livello una pattuglia di carabinieri. La situazione appare disperata. Vengono fatti tutti salire di nuovo sull’auto e due carabinieri li scortano sventolando dal predellino un drappo bianco fino all’ex Ospedale Grande degli Infermi, dove a Paul verrà amputata una gamba. La giornata di sangue invece si chiuderà così, senza ulteriori spargimenti… Gli assalitori se ne vanno, i difensori abbandonano le loro postazioni. Ogni velleità si ritira e lascia il campo libero alla costernazione per una tragedia che nessuno avrebbe mai potuto presagire.

La croce che s’incontra lungo la strada si trova in prossimità del punto in cui l’auto si era fermata, esattamente alle spalle del Monastero di S. Rosa, dove in quei giorni erano in corso i lavori sulla ricognizione delle spoglie della Patrona.

I funerali di Jaromir si terranno pochi giorni dopo l’accaduto a Viterbo e la salma inumata nel cimitero di San Lazzaro, dove riposa ancora oggi. La Sig.ra Beckett (che più tardi assumerà in seconde nozze anche il cognome Frost) detterà il toccante epitaffio che tutt’ora si può leggere sulla tomba del figlio:

“In memoria di Jaromir Czernin, straniero,

passando per Viterbo il 12 luglio 1921

cadde vittima di cuori infocati da odi e rancori.

Beati i puri di cuore perciocché vedranno Iddio”.

 

 

 

Un anno di SPeS

Ormai più di un anno fa, con l’avvento del primo lockdown dovuto al COVID-19, il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus si è trovato davanti all’urgenza di dover cambiare la modalità di svolgimento dei corsi formativi programmati per la primavera del 2020. È stata l’occasione grazie alla quale un gruppo di amici afferenti a varie sedi universitarie (Viterbo, Napoli, Chieti) o centri studio (Frate Elia da Cortona, Centro Europeo di Ricerche Medievali), con il Centro Studi come capofila, hanno costituito un gruppo di lavoro evocativamente chiamato SPeS acronimo di “Scuola di Paleografia e Storia”.

Approfittando del fatto che la maggior parte delle persone era costretta a casa, abbiamo offerto alcuni corsi a distanza sulla paleografia pratica e la storia oltre ad un laboratorio di lettura di fonti medievali con riconoscimento di crediti formativi attivato con l’Università della Tuscia. La proposta ha riscosso un grande interesse, arrivando a numeri che non ci saremo mai aspettati per materie che consideravamo di nicchia e riservate agli addetti ai lavori.

Si sono dunque attivati due corsi di paleografia pratica: il primo in forma laboratoriale con gli studenti della Tuscia, basato sui materiali conservati presso l’Archivio Generale della Federazione delle Clarisse Urbaniste a Viterbo, in modo particolare il fondo del Monastero S. Rosa; un secondo offerto gratuitamente a chi avesse già qualche competenza paleografica con una serie di 10 lezioni monografiche che spaziavano geograficamente e cronologicamente. Le trecento iscrizioni per questa seconda proposta hanno portato a duplicare il corso in due giorni (lunedì e giovedì).

A queste proposte hanno fatto seguito un corso di introduzione all’uso del software Classical Text Editor per approntare le edizioni critiche e un laboratorio estivo per lavorare sulle inedite lettere papali ricevute e conservate dalle Clarisse del monastero di S. Tommaso di Monte Santo, od. Potenza Picena (xiii-xv secolo). Ecco un prospetto dei corsi:

Incoraggiati dall’esito inaspettato si è proposto un calendario di proposte formative molto più articolato e scandito dai mesi di ottobre 2020 a giugno 2021:

euristica digitale

laboratorio di edizione fonti giudiziarie

laboratorio di edizione fonti liturgiche

Notariato medievale italiano

Access per umanisti

Laboratorio di paleografia e storia

Paleografia pratica superiore 2021

Avviamento allo studio del libro antico a stampa

Avviamento all’uso di Classical Text Editor

Questo il grafico delle presenze ai corsi

Si sono organizzate all’interno dei vari corsi anche delle lezioni pubbliche aperte a tutti tramite iscrizione gratuita, come la lezione di Attilio Bartoli Langeli, La confessione autografa di una strega: Bellezza Orsini, 1528 o quella di Maria Grazia Nico, Stregoneria, processi, statuti. Un “racconto” perugino, o anche Margaret Connolly e Rachel Hart  (Università di St. Andrews), Panorama delle scritture in uso in Inghilterra e in Scozia dall’XI al XVI secolo.

Il Centro Studi, inoltre, usufruendo delle tecnologie messe insieme per i corsi SpeS, dall’inizio dell’anno ha organizzato mensilmente presentazioni a distanza di volumi appena stampati, offrendo un ennesima occasione di approfondimento culturale e formazione. Tutte le presentazioni possono essere recuperate tra i video della nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/CSSRV .

Una missione, dunque, quella del Centro Studi Santa Rosa onlus, di “speranza” e di ripresa in questi mesi complicati, una missione di sostegno alla cultura e alla formazione di tutti senza distinzioni: la speranza anche per noi è quella di poter continuare, e sempre meglio, poter essere una punto di incontro e di vera promozione culturale.

 

 

Dalla carta al rame: vita quotidiana nel monastero di S. Rosa tra XVIII e XIX secolo

a cura di Chiara Sassi

Anche quest’anno le porte del Monastero di Santa Rosa si sono aperte a noi lasciandoci scoprire un tesoro inaspettato, o meglio, dimenticato. Tanto c’è ancora da raccontare riguardo a quel tesoro: poco alla volta lo tireremo fuori e ve lo mostreremo, come un bel panorama che si svela a noi man mano che ci avviciniamo.

La scelta del tema per la sesta edizione di La Notte degli Archivi, l’evento organizzato nell’ambito di Archivissima 2021, è nata spontaneamente a seguito dell’interessante progetto finanziato dalla Regione Lazio volto a valorizzare il patrimonio archivistico e storico custodito nel monastero, portato avanti dalla direttrice dell’archivio Eleonora Rava, dalla professoressa Paola Pogliani, dalla dottoressa Gloria Gubbiotto e dalla sottoscritta.

Il lavoro ha preso le mosse dalla schedatura analitica degli oggetti, a lungo rimasti accatastati in alcune sale inutilizzate del monastero, appartenenti agli ambienti della cucina e della mensa: utensili dalle forme e dai materiali più disparati, riconducibili a epoche diverse, impiegati nella vita quotidiana dalle monache di clausura.

Grazie al futuro Museo della Quotidianità, gli oggetti più rappresentativi, alienati per anni dal loro contesto, torneranno ben presto a “parlare” con il nuovo allestimento che occuperà i locali un tempo destinati alle cucine quattrocentesche.

Il valore di un manufatto viene ulteriormente impreziosito dal ritrovamento di una testimonianza diretta riguardante il suo utilizzo all’interno delle fonti archivistiche. Ecco perché la base di partenza del nostro lavoro è stata proprio l’attribuzione di una funzione agli utensili ritrovati e, ove possibile, di una datazione grazie allo studio dei camerlengati presenti all’interno dell’archivio, che coprono il periodo compreso tra il 1746 e il 1839. Inoltre, ai fini della ricerca, è risultata utile la presenza delle iniziali incise sulle stoviglie in rame e dipinte sui manufatti in ceramica, probabilmente parte del “corredo” personale delle monache all’interno delle mura claustrali; alcuni oggetti erano addirittura provvisti anche di data.

La scelta dei camerlengati, fonti spesso non molto apprezzate, ma che al contrario custodiscono informazioni preziose sullo scorrere del tempo dentro le mura monastiche, ha svelato quella che doveva essere l’organizzazione dei pasti quotidiana e di tutto ciò che vi ruotava attorno. Quest’ultima rientrava, insieme alla gestione del vitto e alla “quadratura dei conti”, tra i compiti principali svolti dalle camerlenghe, aspetto che emerge in maniera sistematica dalle carte prese in esame.

Cos’è quindi questo testo dal nome così importante? Il camerlengato è una sorta di diario compilato quotidianamente dalla camerlenga con tutti i dati che riguardavano i pasti consumati dalle monache e, più raramente, dalle educande e dalle novizie. Oltre alla lista degli alimenti si riportavano giornalmente anche le quantità e i costi degli stessi.

Il lavoro di compilazione era così metodico da annotare, alla fine di ogni mese e di ogni anno, una lista completa degli acquisti effettuati durante il periodo appena concluso e, ancora, un resoconto delle scorte alimentari “in avanzo” in quel momento, con l’indicazione dei rispettivi pesi e costi, e degli utensili o delle stoviglie presenti nelle cucine con riferimento al numero di pezzi, chiamato “Provisioni che si lassano in dispensa”.

Leggendo quelle righe ordinate e sistematiche, quelle liste così puntuali, non è difficile immaginare l’affaccendarsi delle monache per gli stanzoni freddi del monastero, sentire il rumore del pentolame durante la preparazione dei pasti per una comunità numerosa com’era nel XVII e XVIII secolo e incanalarsi nei corridoi quell’intenso profumo di spezie, prima fra tutte la cannella, così tanto apprezzate e ricorrenti nelle loro ricette.

Lo scandire del tempo era accompagnato, inoltre, da diversificate attività manuali, anch’esse testimoniate dagli strumenti ritrovati nelle soffitte. Una collezioni di foglie e petali che farebbe invidia a un botanico, se non fossero di stoffa. La maestria nel ricreare minuziosamente ogni piccolo elemento costitutivo di quei meravigliosi prodotti che la natura ci regala era una prerogativa delle abitanti del monastero di Santa Rosa.

Stoffa, cera, strisce di carta: semplici materiali si trasformano in veri e propri capolavori nelle mani sapienti delle nostre monache.

Guardandosi attorno in quelle stanze ricche di storia, ogni cosa è una conferma di quanto questa produzione fosse assidua e viva al tempo e come molto di quel sapere sia giunto fino ai giorni nostri.

A lavoro ultimato, le immagini di queste tracce del passato erano divenute per noi così vive e “quotidiane” da sembrare doveroso mostrare ciò che i nostri occhi, giorno dopo giorno nel corso degli ultimi mesi, avevano potuto scoprire e ammirare perché diventasse un patrimonio condiviso.

La grande passione e l’interesse dimostrato dall’ing. Paolo Paganucci per questo progetto hanno rappresentato la conclusione ideale: il suo video ha reso fruibili le nostre idee, ridando vita a quegli oggetti inanimati…

Si tratta solo di un altro capitolo della storia di questo piccolo mondo lasciato in ombra per troppo tempo, le cui porte si sono finalmente aperte per svelare a tutti ciò che per anni è stato a beneficio di pochi.

A questo punto non ci resta che augurarvi una buona visione!

Una esplosione inspiegabile

a cura di Paolo Paganucci

Nell’archivio del Monastero di S. Rosa da Viterbo, oltre a documenti di chiara e riconosciuta importanza  storica, ci sono anche degli scritti, memorie e appunti, redatti  nel corso dei secoli dalle monache in occasione di eventi e fatti degni di nota o che hanno turbato e sconvolto il sereno scorrere del loro tempo.

In questo articolo si vuole far conoscere una relazione della metà del XVIII secolo, costituita da poco più di due pagine e senza firma, che dopo un’ampia descrizione di alcuni locali del piano primo, adiacenti alla chiesa e posti sopra un porticato con colonne in peperino, in cui tra l’altro si trovava l’archivio, entra nel vivo del fatto narrando: “Contigua a detto archivio era un’altra stanza non addetta ad alcun uso ed in essa serbavasi libre 85 di polvere, entro due conche di rame, destinata a fare lo sparo de mortaretti in occasione delle feste solenni“.

Con questi presupposti e rammentando che 85 libre di polvere da sparo corrispondono a circa 29 kg , veniamo all’incidente.

Nel dì 6 del corrente marzo 1751, giorno dedicato alla preziosa morte della santa ed appunto compiono il quinto secolo del di lei felice passaggio alla gloria, circa le hore 21, stando quasi tutte le religiose nella chiesa interiore, per andare secondo il costume  al bacio dei piedi d’essa  Santa, e mentre gran parte di esse, avendo terminato la pia funzione passavano o al parlatorio o alla cantoria suddetta a grate superiori della Chiesa, si sentì all’improvviso un orribile strepito, che in quel subito fu creduto  terremoto, ma ben presto apparvero le fiamme che sboccarono  da una delle grate superiori della Chiesa, e dalla grata del suddetto parlatorio.

Immediatamente con grande fracasso rovinarono i muri e si riconobbe, che accesasi, non si sa come la polvere suddetta  era rovinato il pavimento di quella stanza, le pareti  a destra  ove stava l’Archivio, ed a sinistra, i soffitti superiori di detta  stanza insieme col tetto e la metà del pavimento  del dormitorio,  per cui passavasi  alle medesime grate superiori della Chiesa;  restò in più parti conquassato il muro sostenuto e piantato sopra esse  colonne peperine che formano il portico, ed  altresì  l’altro muro, che divideva le stanze del dormitorio; balzato uno stipite di peperino della finestra dell’Archivio,  slogati gli atri stipiti delle finestre di esse pareti, ed in fine fracassati tutti i vetri delle sei lunette del portico, e delle altre finestre tutte corrispondenti al detto claustro, e nel Parlatorio medesimo, benché in molta distanza fossero.

In detta rovina restò  ancor sepolto e conquassato il credenzone ove conservasi le scritture tutte e libri dell’archivio sopradetto le quali però intatte ed illese sono state interamente ritrovate e dissotterrate.

Fù inesplicabile lo spavento cagionato nelle religiose in si funesto  successo,  mentre tre di esse allora eran per uscire dalla Chiesa interiore per passare al suddetto portico ed sentivansi  inspirare a retrocedere ed in tal dubietà o di aspettare o di andare avanti sospese, vidersi avanti gli occhi cadere il pavimento.

Tre altre religiose e due educande stavano alle grate del parlatorio e si videro all’intorno circondare dalle fiamme, che quindi sboccarono all’aria aperta. Un’altra educanda volendo entrare nella cantoria della Chiesa appena vi pose dentro il piede, che sentì violentemente sospingersi  la porta alle spalle  e voltatasi vide le fiamme e la ruina delle pareti, presso le quali allora era passata.

Niuna però di esse per grazia del Signore, restò offesa in minima.

Non può immaginarsi  la ragione di tal incendio, poiché sol tanto il 4 marzo era stata aperta la suddetta stanza per consegnare la polvere al bombardiero per gli spari soliti a farsi  in occasione della festa della Santa, ma poi subito serrata,  venia  la chiave ritenuta dalla M. Abbadessa, senza che alcuno più potesse penetrarvi.

Inoltre le stanze medesime rovinate erano lontane da tutte le officine e luoghi ove si custodisce il fuoco: la porta e finestra di detta stanza, ov’era la polvere eran ben chiuse.

In somma capirsi non può in qual  modo essa polvere si accendesse.

Il monastero e la città nel XV secolo.

Leonarda Bonsignori è la vincitrice della seconda borsa di studio “S. Rosa”, bandita dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus con il contributo dell’Università della Tuscia, del Comune di Viterbo, della Fondazione CARIVIT e del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa da Viterbo e con il patrocinio gratuito della Provincia di Viterbo e della Diocesi di Viterbo.

La giovanissima studiosa ha proposto una ricerca dal titolo: «Il monastero e la città. Proprietà, amministrazione e territorio nelle carte di Santa Rosa di Viterbo tra XV e XVI secolo».  

 Intorno alla seconda metà del XV secolo, la nuova sensibilità rinascimentale per l’arte ed il decoro urbano, i proventi derivati dal transito dei pellegrini e l’azione munifica di alcuni papi favorirono il rilancio dei maggiori monasteri viterbesi. Il caso di Santa Rosa risulta in questo senso emblematico. Se nel 1415 la comunità religiosa era arrivata a contare appena cinque monache (un numero talmente basso da indurre le autorità comunali a deliberare circa la soppressione del monastero), a partire dal 1437 si assiste ad un graduale processo di ripresa, in termini economici e numerici, culminante nel 1450. Il Giubileo indetto per quell’anno, si rivelò determinante per la fortuna del monastero, non solo perché i pellegrini promossero il culto di Rosa al di fuori del contesto locale, ma soprattutto per le generose elemosine, che fruttarono circa 5000 ducati d’oro alla comunità religiosa. La somma, inizialmente causa di controversie con il Comune (che intendeva appropriarsene per portare a termine il processo di canonizzazione di Rosa), fu infine destinata ai lavori di ristrutturazione ed abbellimento del complesso monastico. Sempre in questo periodo, il monastero iniziò ad estendere il suo patrimonio fondiario, inserendosi pienamente nella vita economica della città. Tale fortuna andò esaurendosi nel corso dei primi decenni del Cinquecento, «ob defectum elemosinarum» (per mancanza di elemosine) e poiché, in seguito all’acquistato prestigio, la comunità era diventata così numerosa da renderne difficoltoso l’approvvigionamento.

Proprio negli anni di massimo splendore del monastero fu composto un registro, depositato presso il medesimo archivio conventuale, contenente quindici documenti (di cui nove originali e sei copie autenticate). Il contenuto eterogeneo del registro offre l’occasione per approfondire interessanti spunti tematici, legati alla vita economica del monastero e alla sua progressiva affermazione nel contesto urbano ed agricolo viterbese.

Tra questi documenti, infatti, si trova un inventario dei beni immobili del monastero, che consente di ricostruirne il patrimonio fondiario, oltre a restituire un panorama delle colture e delle tecniche praticate. Un altro argomento di interesse riguarda la gestione delle risorse idriche e degli impianti molitori, spesso causa di controversie tra le monache e altri membri della comunità viterbese. Ad esempio, si legge di una disputa nata tra le monache e i priori per i diritti sulle acque del Respoglio o di un compromesso tra il monastero di S. Rosa e quello di S. Francesco relativo alla spartizione di territori e risorse idriche nel territorio di Respampani. Si trovano, infine, vari contratti di enfiteusi a piccoli agricoltori, contratti di vendita di terreni, permute e donazioni. Tutti documenti che dimostrano come, in questa fase, la comunità di santa Rosa riuscì ad inserirsi vivacemente nella vita economica locale, ricorrendo perfino al tribunale pur di far valere le proprie prerogative.

Leonarda Bondognori si propone di curare l’edizione di questo registro ad oggi ancora inedito e di inserire il suo contenuto documentario nella vita quattrocentesca del monastero, rispetto ai suoi rapporti con le istituzioni cittadine e alla sua progressiva affermazione economica nel contesto locale.

La rosa perseguitata

Seconda Parte: Sulle tracce di santa Rosa in Messico a cura di Stefano Aviani Barbacci

Vai alla prima parte.

Nell’immagine di copertina:

Santa Rosa da Viterbo che fu a Colón con le Rositas portata in processione a Querétaro

La storia delle Rositas inizia il 23 Aprile del 1670 con la decisione della vedova Antonia de la Encarnación de Herrera e delle figlie Francisca de los Ángeles, Clara de la Asunción e Gertrudis de Jesús y María di dedicarsi a una vita di preghiera e servizio, accogliendo bambine orfane nella propria abitazione. Nel 1702 il francescano José Díaz formalizza una regola per la vita comune e fa di Francisca de los Ángeles (1674-1744), mistica e veggente fin dall’età di 5 anni, la prima responsabile di un Beaterio destinato a diventare in breve tempo il Colegio e poi il Real Colegio di Querétaro, tra le più importanti istituzioni religiose nella storia del Messico. In grado di leggere e scrivere, Francisca ci ha lasciato una corrispondenza di centinaia di lettere (in parte ancora inedite) di straordinario interesse per chi voglia indagare la religiosità dell’epoca del Virreinato e la fede appassionata di una giovane creola che Ellen Gunnarsdottir, nel suo “Mexican Karismata” (2004), definisce un sorprendente “intreccio di ortodossia tridentina, spiritualità medievale e cultura popolare messicana”. Questo mondo sarebbe in larga misura scomparso con le “Leggi di Riforma” promulgate, tra il 1855 e il 1860, da governi determinati a recidere ogni elemento di continuità con l’epoca novohispana e a cancellare la persistente influenza della Chiesa cattolica nella vita del popolo messicano. L’applicazione intransigente di tali leggi alimenterà un conflitto latente tra élite e popolo, destinato ad esplodere nel 1926 con l’insurrezione cosiddetta dei cristeros.

Nel 1863 le Rositas sono espulse dal Colegio de Santa Rosa de Viterbo per effetto della Ley de Nacionalización de los Bienes Eclesiásticos (del 12 Giugno 1859). Ciò nonostante, si trattengono a Querétaro ancora per quattro anni, dapprima sistemate nel Convento de Santa Clara (ora confiscato, ma che era stato tra i più importanti del periodo novohispano) e poi riabitando alcuni locali caduti in rovina del Colegio de Santa Rosa de Viterbo. In questo periodo accolgono ancora 5 novizie. Nel 1867 i repubblicani di Benito Juarez espugnano Querétaro dopo un duro assedio e fucilano l’arciduca Massimiliano d’Asburgo (Imperatore del Messico dal 1864 al 1867). A tutti i religiosi è imposto di abbandonare la vita consacrata e disperdersi. Preparatesi da tempo a questa eventualità, le più giovani tra le Rositas si incamminano lungo il sentiero che attraversa la Sierra Gorda, determinate a ricominciare altrove la vita di comunità. Le guida Madre Teodosia (María Teodosia de la Conceptión). Sarà una vera epopea, attraverso una regione montuosa e selvaggia, dovendo evitare i luoghi più frequentati e le pattuglie dei militari, camminando scalze lungo le mulattiere sassose, dormendo all’addiaccio e talora sotto la pioggia, soffrendo la fame e la sete… Sfinite, giungono infine a Tolimanejo (oggi Colón) il 15 Settembre 1868 (la data è riportata in un manoscritto di Madre Teodosia del 1904) dove sono soccorse dalla popolazione. Tre di loro si ammalano e perdono la vita. Alcune altre proseguono per stabilirsi a Cadreyta, presso la locale Capilla de laInmaculada Conceptión.

Cacciata di Rosa da Viterbo, dalla “Vida de Santa Rosa da Viterbo” di José de Nava

In un periodo successivo è inviata loro da Querétaro una raffigurazione scultorea di Santa Rosa da Viterbo (come venne riferito da Madre Paz al giornalista José Manuel Escobedo, il 4 Maggio 1987), preziosa opera della fine del XVII secolo o dell’inizio del XVIII, vestita di un abito di broccato e con al collo un prezioso medaglione con l’immagine della Vergine Addolorata. Giungono anche alle Rositas una statua di San Francesco d’Assisi e un Bambin Gesù, della seconda metà del XIX secolo, lavoro di un ebanista di Città del Messico. Si svolge di nuovo il “capitolo” e la vita religiosa prudentemente riprende nell’epoca in cui Porfirio Diaz governa il Paese (1872-1911). Il suo governo non abroga le leggi anticlericali preesistenti, ma (essendo la moglie cattolica) si astiene dal richiederne una rigida applicazione. Tolimanejo (già missione francescana col nome di San Francisco di Tolimanejo) viene unita alla vicina Soriano (già missione domenicana col nome di San Domingo de Soriano) e alle haciendas di Zamorano e Ajuchitlán dando luogo a una medesima parrocchia dal 1825 e ad un medesimo municipio, col nome di Colón, dal 1885. Il convento delle Rositas è prossimo alla parrocchia, con un terreno riservato per le sepolture nel vicino cimitero di San Francesco. La regola torna quella dell’epoca di Querétaro che prevede la clausura (nei limiti delle concrete possibilità) e un tunnel permette loro di attraversare la strada per recarsi, non viste, nella chiesa parrocchiale di San Francesco. Tra le novizie che entrano nel periodo colonense: Maria de la Paz (Madre Paz), al secolo Pomposa Garduño (Orduño in alcune fonti), nata il 19 Settembre 1875 ad Amealco, professa nel 1893 (a 18 anni).

Si era già deciso di accogliere solo quelle giovani che consentissero di tener fermo il numero di 12-13. Dopo il 1913 la vita religiosa in Messico precipita ancora in una condizione di precarietà estrema. Una mostra allestita nel Marzo del 2019 a Querétaro ricorda le difficili circostanze di quel periodo e riferisce al 1918 l’ultimo ingresso di una novizia nella comunità (senza più alcuna possibilità di indossare l’abito). Una casseruola di rame e le paginette sgualcite di un ricettario documentano una produzione di dolci (tra i quali i canditi preparati con frutti selvatici raccolti sui monti di Zamorano) la cui vendita consentiva alle Rositas di sopravvivere. Di grande interesse storico il manoscritto titolato: “Copia de las Constituciones del Colegio de Santa Rosa de Viterbo”, iniziato, come si legge in calce, il 26 Maggio del 1867, poco prima dell’abbandono di Querétaro. Agli inizi degli anni ’20 la vicenda di quella comunità è ormai prossima a concludersi dato che, come rievoca Rosa María Cabrera Ruiz nel suo “El ciclo de vida de un espinoso rosal” (2017), la Guerra Cristeranon avrebbe risparmiato quel municipio e l’inasprirsi della persecuzione avrebbe causato infine l’estinguersi di quella secolare e significativa esperienza di vita religiosa.

La Guerra Cristera (1926-1929) inizia quando la politica anticattolica raggiunge il suo acme sotto la presidenza del massone Plutarco Elías Calles (1877-1945), uno dei generali che avevano contribuito alla sconfitta di Francisco “Pancho” Villa nel 1915. Dal 1924 Calles domina il Paese con pugno di ferro. Il suo partito si definisce dapprima “laburista” e poi “rivoluzionario istituzionale”. Intransigente fautore di una politica cosiddetta “modernizzatrice”, Calles guarda con simpatia alla neonata Unione Sovietica, ma al tempo stesso si procura l’appoggio degli Stati Uniti in cambio di concessioni sullo sfruttamento del petrolio di cui il Messico si scopre ricco. Di nuovo a rischio d’esser catturate, le ultime Rositas lasciano il convento (oggi in via Francisco I, Madero n. 122) il 19 Dicembre del 1926. Alcune tornano ai propri villaggi, altre trovano rifugio presso le famiglie del luogo. Due sacrestani sono già stati fucilati e chi le accoglie sa bene che i federales passano per le armi non solo i religiosi, ma chiunque li aiuti… Alessandro Finzi, nel suo Santa Rosa in Messico” (2006), riporta un episodio emblematico al riguardo (già riferito da Madre Paz alla signora María de la Luz Gutiérrez Zarazúa che le era stata vicina negli ultimi suoi anni di vita): “una volta le fermò un gruppo di soldati, ma quando questi videro Madre Guadalupe (María de Guadalupe Becerra, di Pinal de Zamorano, l’ultima priora della comunità) con il Bambin Gesù avvolto in uno scialle, il Capitano disse: ‘Lasciatele andare, hanno un bambino in braccio’ (ogni volta che uscivano portavano con loro il Bambin Gesù) e per questo si salvarono”.

Il 4 Febbraio 1928, Colón insorge. Un centinaio di miliziani, al seguito del comandante cristero Manuel Frías, si radunano presso il Rancho El Derramadero per filtrare poi tra le case imbracciando fucili máuser (come da una testimonianza). L’impresa riesce e i ribelli si impadroniscono del municipio. Al fianco di Frías vi sono eminenti colonensi coinvolti nella causa degli insorti. Percorrono insieme la via principale (che oggi è il Corso Michoacán) applauditi dalla popolazione e le campane di Colón suonano a festa per salutare la liberazione. Raggiungono infine la popolare Basilica de Soriano, nella parte della città conosciuta ancor oggi come Soriano de Colón. Il santuario accoglie un’immagine sacra assai venerata e cara alle stesse Rositas, quella di Nuestra Señora de los Dolores. I ribelli vi entrano per ringraziare e rendere omaggio a quella che popolarmente è conosciuta come “la Dolorosa”. I cristeros si considerano un esercito regolare, l’Esército Nacional Libertador, costituitosi in difesa della libertà religiosa e per la salvezza del Paese dalla tirannia. La loro bandiera si ispira a quella portata in battaglia da Emiliano Zapata negli anni ’10, con la Vergine di Guadalupe e i colori del Messico. Colón tornerà sotto il controllo dei governativi solo il 19 Luglio del 1929, un mese dopo la firma degli accordi (i cosiddetti “arreglos”) che mettono fine alla Guerra Cristera. Un gruppo di guardias blancas, sostenute dalla popolazione locale, continuerà ad operarvi contro i governativi fino al 1940.

Il “Niño Dios de las Rosas” che appartenne alle Rositas, oggi a Soriano de Colón

Dopo la guerra, espropriato il convento, Madre Paz e Madre Guadalupe devono recarsi a Città del Messico per lavorare e mettere insieme il denaro sufficiente a comprare una nuova casa. Troveranno una modesta sistemazione (tre stanze, una cucina e un orto) a Soriano di Colón e sarà dunque questo il luogo del loro ultimo esilio. Questa circostanza appare sorprendente, essendo stata Santa Rosa da Viterbo, nel 1251, esiliata lei stessa in un luogo di nome Soriano, oltre i monti Cimini del viterbese. Li si stabiliscono la Madre Guadalupe e la Madre Paz, con Madre Luz [Si tratta di Maria de la Luz de Olvera, di Ajuchitlán, morta a Colón in fama di santità e di cui Madre Paz testimoniò di aver ritrovato il corpo incorrotto e profumato al momento della sepoltura di Madre Guadalupe (Madre Luz era stata sepolta nel medesimo luogo 10 anni prima)], Madre Cholita e la signorina Celestina, che vive con loro pur non essendo professa. Qualcun’altra è tornata ai villaggi d’origine. Madre Paz è quell’ultima Rosa di cui narra il sociologo e giornalista queretano José Felix Zavala nel suo “La última Rosa: Pomposa Garduño” (2011). Rimasta sola, assistita da quella medesima famiglia Gutiérrez che l’aveva nascosta negli anni della Guerra Cristera, Madre Paz muore nel 1987 alla veneranda età di 112 anni: 317 anni dopo la nascita del Beaterio de Santa Rosa de Viterbo. Per sua volontà, la statua di Santa Rosa da Viterbo era già tornata a Querétaro nel 1985, quella del Bambin Gesù (con la quale Madre Paz amava confidarsi e parlare) si trova invece a Soriano de Colón, nella medesima Basilica de la Virgen Dolorosa dove restava esposta alla devozione dei colonensi nei giorni compresi tra il 24 Dicembre e il 6 Gennaio, inserita tra le altre figure del Presepe. Il Bambin Gesù grazie al quale Madre Guadalupe aveva avuto salva la vita lo si conosce oggi come “el Niño Dios de las Rosas” e gli si attribuiscono molti altri miracoli. Madre Paz è rimasta a Soriano di Colón, sepolta in una delle cappelle del Santuario de la Dolorosa, vicina dunque al “suo” bambino.

Sulle tracce di santa Rosa in Messico

Parte I: La Rosa trionfante

a cura di Stefano Aviani Barbacci

Nell’epoca successiva alla caduta dell’impero degli Atzechi nel 1521, si realizza in Messico un sorprendente intreccio di aspetti culturali e religiosi autoctoni ed iberici che trova ben pochi termini di confronto nella storia del mondo, con frutti originali in molteplici campi comprese le arti figurative e la musica. Una sintesi audace che segna il sorgere di una civilizzazione che sarà detta “ibero-americana” e che in quel Paese trova il proprio simbolo peculiare nell’immagine della Virgen de Guadalupe e nel racconto delle sue apparizioni all’indio chichimeca Juan Diego Cuauhtlatoatzin, nel Dicembre del 1531. L’aspetto meticcio col quale la Morenita appare in un fascio di rose all’incredulo vescovo Juan de Zumarraga sembra alludere al sorgere di un popolo nuovo: il popolo messicano. Da allora è venerata come la “Rosa del Messico”. Di lì a poco, nel 1535, i territori spagnoli nell’America del Nord saranno riorganizzati a comporre il Virreinato de Nueva España con Città del Messico come capitale.

Trionfo di Santa Rosa da Viterbo (scultura napoletana del ‘700) a Querétaro

Juan de Zumarraga, vescovo di Città del Messico, apparteneva alla Orden Franciscana e proprio il ruolo preminente dei francescani nell’evangelizzazione del Nuovo Mondo spiega l’inserirsi della figura di Santa Rosa da Viterbo anche in questo Paese. Abbiamo documentato in precedenti articoli la sorprendente diffusione della Rosa viterbese nell’America meridionale e specificatamente nel Virreinato del Perú (nel mondo andino) interpretando il significato di questa presenza in relazione a tratti specifici della vicenda storica e della figura devozionale di questa santa. Qui ricorderemo appena che, ancora all’epoca delle indipendenze nazionali dell’Argentina e del Cile, ci si riferiva alla patrona di Viterbo come alla “Rosa delle Ande”, titolo che aveva avuto origine, evidentemente, in epoca coloniale ad indicare un patronato sulle popolazioni andine evangelizzate nei secoli XVII e XVIII. É dunque ben possibile che Rosa da Viterbo possa aver avuto un ruolo similare anche nell’evangelizzazione dei territori spagnoli dell’America del Nord. Qui le tracce sono in qualche modo ancor più sparse e confuse a causa della travagliatissima storia politica della República Federal de Mexico e del lungo predominio di una élite ben determinata a cancellare i segni della fede cattolica dalla vita del popolo messicano.

Rosa sfida l’eretica, dalla “Vida de Santa Rosa da Viterbo” di José de Nava

Molte evidenze indicano che la Rosa viterbese fosse conosciuta in Messico in epoca coloniale. Suoi ritratti furono commissionati ai grandi pittori del XVIII secolo, come nei casi di “Santa Rosa de Viterbo” di Carlos Clemente López, oggi nel Museo Nacional de Artes Plásticas di Città del Messico, e di “Santa Rosa de Viterbo predicando cuando era niña” di Francisco Eduardo Tresguerras, parte della Collección Andrés Blastein a Tlatelolco (Città del Messico). Quest’ultimo insiste sul tema della fanciullezza della santa caro al mondo ispanico ed ibero-americano, dove ci si riferiva affettuosamente a Rosa come alla Santa-Niña. Due raffigurazioni pittoriche entrambe titolate “Santa Rosa de Viterbo” si trovano a Tlaxacala: una è inserita in un retablo nella chiesa di San Francesco, l’altra consiste di una tela nel santuario di San Michele del Miracolo (edificato a memoria della conversione dei nativi Cacaxtlas). Entrambe rievocano il miracolo della prova del fuoco collocandolo tuttavia in un contesto rurale o montano. Il medesimo episodio è raffigurato anche a Guanajato, in un dipinto titolato “Santa Rosa de Viterbo franciscana de la Tercera Orden”, dove l’ordalia si risolve invece in un contesto urbano che compone uno sfondo audacemente surrealista. Committente dell’opera una fraternità dei terziari francescani, numerosi nel Messico novohispano. Queste ultime opere, di autori ignoti, sono da riferirsi ai secoli XVII e XVIII.

Il ricordo di una Mision Franciscana de Santa Rosa de Viterbo de los Nadadores (Coahuila de Zaragoza), attiva presso i Cotzales (dal 1675) e i Tlaxcaltecas (dal 1733), certifica il ruolo della Rosa viterbese nell’evangelizzazione dei nativi. Era stata fondata dai francescani Francisco Peñasco e Juan Barrera nel 1674 col semplice nome di “Mision de Santa Rosa”. Un contesto simile spiega la presenza di Santa Rosa da Viterbo nella Mision de San Xavier Del Bac, in Arizona (USA) dove è raffigurata nel tamburo della cupola del magnifico santuario d’epoca barocca. Nell’affresco, una pietra si solleva dal suolo consentendo a Rosa di farsi ascoltare anche dalle persone più distanti: memoria di un celebrato miracolo, ma anche evidente allusione al nuovo compito missionario assegnato alla Santa-Niña nelle lontane terre americane. La missione di San Saverio (San Xavier) fu stabilita per evangelizzare i cosiddetti Papagos (gli attuali Tohono O’odham) e si trova tutt’ora all’interno della loro riserva. Qui operarono sia i francescani (un cui vicino insediamento era stato distrutto dai bellicosi Apaches) che i gesuiti e qui pervenne, nel 1692, il celebre missionario della Compagnia di Gesù Eusebio Kino. Trascorsi pochi anni dall’indipendenza dalla Spagna, gli Stati Uniti sottrassero alla neocostituita República Federal de México i vasti e poco popolosi territori del Tejas, del Nuevo Mejico, dell’Alta California e dell’Arizona.

Ma Santa Rosa da Viterbo dovette esser popolare anche nel cuore del Virreinato, tra Veracruz e Città del Messico, dove si colloca la vicenda di Gertrudis Rosa de Ortiz De Cortés, conosciuta da tutti come “la Viterbo” anche per la concordanza di alcune circostanze della sua vita con noti episodi biografici attribuiti alla Rosa viterbese. Fu penitente e predicatrice di strada. Sostenne di vedere il Bambin Gesù (che le avrebbe parlato dall’età di 5 o 6 anni) la Vergine Maria e il Cristo sofferente. Le si attribuirono profezie e guarigioni miracolose. Sopportò avversità e malattie, invitando la popolazione e le pubbliche autorità a una fede sincera e a una vita di penitenza per evitare i castighi di Dio. Le fu rifiutato l’ingresso nei conventi della città cui aveva bussato (primo tra tutti quello di San Francesco) e, essendo illetterata e priva di una guida spirituale, attrasse su di se le attenzioni di una Santa Inquisizione sempre diffidente con mistici ed predicatori improvvisati. Fu giudicata una “debole di mente”, inviata a servizio presso un sanatorio e le fu interdetta ogni attività pubblica. Malgrado le radici “francescane”, Gertrudis Rosa indossò infine l’abito carmelitano che portò fino al giorno della morte, 11 Novembre del 1725.

La vicenda di Gertrudis Rosa certifica la popolarità della Rosa viterbese a Città del Messico, anche tra coloro che non sapevano leggere e scrivere. Interessante a questo riguardo la pubblicazione a Puebla di una “Vida de Santa Rosa de Viterbo” comprensiva di 33 tavole del celebre incisore José de Nava (1735-1817), un eloquente racconto per immagini della vita e dei miracoli della Patrona viterbese. Ma più di tutti furono la fondazione a Querétaro del Beaterio, poi Colegio e Real Colegio, di Santa Rosa da Viterbo e del connesso Templo ad offrire alla Patrona viterbese una straordinaria ribalta a cavallo dei secoli  XVII e XVIII. Di questo magnifico santuario ha trattato Alessandro Finzi in precedenti articoli e nel suo libro “Santa Rosa in Messico” (2006). Costruito sotto il patrocinio di Elisabetta Farnese (1692-1766), regina di Spagna, vi lavorarono i maggiori artisti dell’epoca e tuttora accoglie importanti opere d’arte ed un sontuoso arredo d’epoca barocca. Vi si trovano tre raffigurazioni scultoree della Rosa viterbese (una del ‘700 fatta venire da Napoli) all’interno, una quarta è inserita nella sontuosa decorazione esterna del portale d’ingresso. Il Real Colegio accolse nel periodo di massimo splendore una comunità femminile di quasi 100 giovani di varia provenienza ed estrazione sociale, chiamate Beatas Franciscanas, Madres Rosas o, più affettuosamente, Rositas.

Copia manoscritta del 1867 delle Costituzioni del Real Colegio di Querétaro

Invero, i cosiddetti Beateri furono tra le istituzioni maggiormente distintive della religiosità messicana dell’epoca del Virreinato. Si chiamarono Beatas quelle donne che intendevano vivere secondo uno status intermedio tra quello religioso propriamente detto e quello secolare, professando voti temporanei. Provenienti da ogni ceto sociale, erano dedite alla preghiera, allo studio e al lavoro manuale. Vestivano l’abito dei “terziari” del medesimo Ordine cui erano associate (più spesso i Francescani e i Domenicani, ma anche gli Agostiniani e i Carmelitani). Accoglievano bambine orfane, vedove e donne abbandonate. Offrivano penitenze e preghiere per le intenzioni di chiunque ne facesse loro richiesta. Queste istituzioni godevano di buona fama presso il popolo che le sosteneva con aiuti pratici ed elemosine, godevano anche della protezione di personaggi influenti della società del tempo. Beaterios e Colegios de Niñas titolati a Santa Rosa da Viterbo sono attestati in Messico non solo a Santiago de Querétaro, ma anche a Valladolid (Michoacán), a Veracruz (Veracruz de Ignacio de la Llave) e, probabilmente, a San Andrés de Cholula (Puebla). Delle Rositas di Querétaro e della loro vicenda eroica e drammatica diremo nella seconda parte di questo articolo.

Cento anni dalla prima ricognizione del corpo di Rosa

3 Aprile 1921 – 3 Aprile 2021

È nota ormai a tutti l’attenzione che la scienza ha rivolto al corpo di s. Rosa nel corso dell’ultimo secolo. Solo pochi anni fa, presso l’aula magna dell’Università degli Studi della Tuscia, si è tenuto un grande convegno che ha riunito i protagonisti dell’ultima ricognizione operata sulle sacre spoglie della Santa nel 1998, occasione in cui si è fatto il punto sullo stato dell’arte relativa all’indagine paleopatologica tuttora in esame. Sappiamo invece che i primissimi lavori documentati risalgono a cento anni fa esatti. Il tutto prese inizio, come sarebbe poi accaduto anche negli anni ’90, da una segnalazione, partita probabilmente dalle monache di S. Rosa, su alcuni segni di deperimento della Salma, che avrebbe messo in allarme il vescovo di allora Mons. Emidio Trenta.

Si pensò di agire subito informando finanche la Santa Sede di quanto stava accadendo, preoccupati che la situazione potesse addirittura precipitare rapidamente. Va detto che da secoli il Corpo si trovava in una condizione di perenne esposizione alla “contaminazione” con l’ambiente esterno causata dalla continua apertura dell’anta frontale dell’urna per permettere il bacio della mano ai fedeli (che aveva causato oltretutto una frattura del braccio con conseguente perdita di tessuti) o il lavaggio delle superfici cutanee per ricavarne l’acqua di lotura da destinare a coloro che impetravano grazie di natura fisica. Tali consuetudini plurisecolari si interruppero bruscamente nel 1921 allorquando il papa Benedetto XV dispose le necessarie facoltà per avviare un’accurata perizia scientifica sulla Reliquia. Tale Papa conosceva bene la Santa di Viterbo, avendola da poco eletta patrona della Gioventù Femminile di Azione Cattolica su espressa richiesta della coordinatrice nazionale Armida Barelli. Venne dunque incaricato del delicato compito il dott. Pietro Neri, medico chirurgo in Roma, il quale vi si dedicò immediatamente con la massima solerzia. Così cita l’Atto ufficiale della Ricognizione:

“Addì tre aprile millenovecentoventuno alle ore dieci. Per le speciali facoltà da S. E. Rev.ma Monsignor Emidio Trenta, Vescovo di Viterbo e Tuscania, precedentemente ottenute “vivae vocis oraculo” dalla medesima Santità Sua, sono presenti alla canonica ricognizione:

  1. Lo stesso Ecc.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo Emidio Trenta,
  2. E. Rev.ma Monsignor Giacomo Sinibaldi, Vescovo Titolare di Tiberiade,
  3. Don Saverio Mastini, Canonico della Cattedrale di Viterbo e confessore del Monastero,
  4. D. Roberto Mordacchi, Parroco di S. Marco,
  5. Comm. Giulio Paganini, Sindaco di Viterbo
  6. Giuseppe Meta, Regio Sottoprefetto di Viterbo
  7. Comm. Pietro Neri, medico chirurgo, quale perito tecnico nominato da S. Santità Benedetto XV,
  8. Luigi Anselmi, Presidente della Giunta Diocesana,
  9. Signora Boninzella Paganini, consorte del Sindaco,
  10. Signora Maria Meta, consorte del Sottoprefetto,
  11. Signora Maria Neri, consorte del professor Neri,
  12. Signorina Rosa Paganini,
  13. da Suor Marianna Geltrude Mengoni, Abbadessa, con tutte le religiose,
  14. Sestilio Giulianelli, Arciprete della Cattedrale e Cancelliere Vescovile.

Inizia poi la descrizione dei fatti con l’apertura dell’urna e l’estrazione della salma prima della perizia vera e propria a cui assistettero anche la moglie del dott. Neri ed alcune monache autorizzate. Il medico dovette purtroppo constatare che la Reliquia si avviava al disfacimento. In realtà l’ultima ricognizione ha chiarito che la salma si trovava (e si trova ancor oggi) in uno stato di ottima conservazione, frutto di un processo di mummificazione naturale che ne aveva mantenuto intatta la connessione ossea e degli organi interni, attraverso la repentina disidratazione dei tessuti successiva alla prima inumazione della salma stessa.

La reazione dell’epoca tuttavia fu tale che, senza tergiversare oltre, il dott. Neri si apprestò nell’estate dello stesso anno a compiere un’opera di restauro conservativo non poco invasiva. Si registrarono peraltro voci di opposizione che si erano levate da parte di alcuni Viterbesi, i quali avevano criticato il ricorso ad un intervento medico-chirurgico quando, a loro detta, si sarebbe potuto semplicemente effettuare una disinfezione antisettica all’interno dell’urna con conseguente chiusura ermetica della stessa. L’intervento consistette invece in un utilizzo cospicuo di cere, lucidature e balsamo del Perù per integrare le parti di tessuti deperite e soprattutto per coprire tutta la superficie corporea, al fine di proteggerla dall’aggressione di parassiti e microrganismi. 

Preoccupato seriamente per la tenuta dell’intero corpo per il futuro e spinto dalla volontà di “salvare il salvabile”, il medico ebbe facoltà di asportare il cuore della Santa, attraverso un’apertura toracica condotta con estrema diligenza per le conoscenze del tempo. Il piccolissimo organo, che venne in seguito esposto in un primo reliquiario inviato da Benedetto XV e poi in quello attuale, prezioso dono di papa Pio XI, costituisce l’elemento peculiare al centro del dibattito sorto su quella sindrome sfuggente che ha accompagnato la vita di Rosa sin dalla nascita e che oggi la scienza tende ormai ad identificare come “Anomalia di s. Rosa”.

In una lettera pastorale del 29 ottobre 1921, a conclusione dei lavori, il vescovo Trenta comunicò ai fedeli che da quel momento il bacio della mano sarebbe stato sostituito col bacio di questa nuova preziosa reliquia e a coronamento di questi eventi una solenne processione religiosa col trasporto del corpo e del reliquiario con il cuore della Santa si sarebbe tenuta a Viterbo il 13 novembre 1921 con gran concorso di popolo.