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Convegno sulla Tuscia a Tarquinia

Il 16 e 17 ottobre 2021 a Tarquinia si svolge il convegno “Stato della Chiesa e Patrimonio di San Pietro in Tuscia: un territorio e una storia da riscoprire”organizzato dalla Società Tarquinese d’Arte e Storia. Il Centro Studi sostiene l’iniziativa come ente patrocinatore e conta la dott. Eleonora Rava nel comitato scientifico dell’evento. 

Di seguito alleghiamo il programma completo. 

S. Rosa in un simposio presso l’Istituto di Norvegia a Roma

Eleonora Rava e Filippo Sedda, parleranno di Rosa da Viterbo al simposio dal titolo Reception and Legacy of Female Saints in Early Modern Rome and Lazio, organizzato presso l’Istituto di Norvegia a Roma il 19 ottobre 2021.

Il convegno si focalizza sulla costruzione della santità femminile nella Roma d’età moderna e nel Lazio in generale, seguendo una prospettiva diacronica. La costruzione dell’autorialità femminile viene considerata nel più ampio sfondo degli ideali cristiani di santità e apostolicità, della geografia urbana e spirituale della Capitale, dei suoi sobborghi e delle aree circostanti. In particolare, ci sono contributi che esplorano le modalità in cui, dal Medioevo alla fine del Seicento, le fondatrici di centri religiosi romani e laziali si siano affidate all’eredità di sante/martiri locali come ispirazione intellettuale sia per la loro opera che per la loro missione. Sono particolarmente invitati contributi che considerino come, ad esempio, Rosa da Viterbo (1233-1251), Francesca Romana (1384-1440) e Francesca Farnese (1593- 1651) abbiano costruito la loro voce e autorità in relazione a una genealogia di figure salvifiche e alla geografia, concreta e spirituale della capitale e del luogo in cui vissero. Sottolineando la connessione tra le figure femminili del primo cristianesimo e la loro ricezione da parte di queste religiose, il simposio invita a un approccio multidisciplinare che guardi anche al ruolo della cultura materiale e di nozioni di geografia spirituale e urbana in questo processo.

Il simposio si svolgerà il pomeriggio del 18 ottobre 2021, e proseguirà la mattina del 19 ottobre presso l’Istituto Norvegese di Roma

Di seguito il programma:

Tra immagini sacre e dissacranti: verso una nuova iconologia rosiana?

A CURA DI ANGELO SAPIO

Da sempre le immagini svolgono una funzione comunicativa, sono il concetto che oggi sta alla base della moderna pubblicità, così come un tempo fissava lo strumento per poter veicolare altri tipi di messaggi, come avveniva in campo religioso. Nella tradizione cristiana le rappresentazioni iconografiche delle scene bibliche o delle vite dei santi servivano appunto ad istruire i fedeli, creando una sorta d’immaginario collettivo attorno a delle figure sempre più idealizzate. Proprio ai santi venivano attribuiti dei particolari elementi connotativi che servivano a renderli riconoscibili gli uni dagli altri; nel caso di santa Rosa, ad esempio, la troviamo quasi sempre con una corona di rose in capo, altre volte con delle rose raccolte nella veste, con una croce in mano, o ancora con una pietra o delle fiamme sotto i piedi: tutti indizi che rimandano ai vari episodi agiografici maggiormente noti.

Altri aspetti legati invece alla semplice apparenza esteriore mostrano piuttosto una tendenza all’appiattimento attorno a dei canoni estetici comuni un po’ a tutti. Nel caso delle figure femminili osserviamo quasi esclusivamente espressioni serafiche o estatiche che servono a darci la misura di una certa idea di purezza e di distacco dal mondo terreno.

Diversamente, il vestiario contribuisce meglio alla cristallizzazione di certe idealizzazioni: santa Rosa la ritroviamo, nella maggior parte dei casi, in abiti da monaca clarissa, perché “vestire l’abito” sarebbe stato il suo desiderio quando era in vita e perché il suo Corpo a pochi anni dalla morte venne traslato in quel Monastero dove ella aveva chiesto di entrare. Tutto questo partecipa inevitabilmente alla formazione di una percezione collettiva sempre più radicata ed accettata attorno ad un determinato personaggio.

Nonostante la società occidentale abbia intrapreso ormai da tempo un profondo processo di secolarizzazione, certe percezioni, quanto meno sotto il profilo tradizional-popolare, sono rimaste intatte e per tale motivo spesso mal disposte ad accogliere grandi stravolgimenti. Eppure le moderne espressioni artistiche sono giunte ad intaccare perfino questi secolari equilibri ed anche i santi patroni sono diventati oggetto di libere reinterpretazioni che non sempre riescono ad incontrare il pubblico favore.

Già da tempo, anche in Italia, sulla scorta delle influenze della cultura pop-underground anglosassone, generazioni di “street artists” hanno imparato a cimentarsi nella realizzazione di murales di grande pregio artistico che si sono dimostrate anche serie opportunità di riqualificazione urbana in contesti periferici sempre più anonimi, se non addirittura degradati in talune circostanze. Trattandosi il più delle volte di arte figurativa, essa, per sua natura, risulta facilmente intellegibile e godibile da parte del grande pubblico. Nondimeno se questo tipo di arte raggiunge l’ambito religioso, di fatto rischia di incontrare forti resistenze.

A Viterbo, città non certo nota per l’alta concentrazione di murales, in una delle vie maggiormente trafficate dalle auto, è recentemente comparsa una grande rappresentazione ispirata a santa Rosa che ha fatto subito parlare di sé. È stata realizzata da un artista locale nell’ambito di un concorso indetto dall’Enel e finalizzato ad adornare le vecchie cabine di distribuzione dell’energia elettrica. “La tua Rosa”, questo il titolo dell’opera, vuole essere un omaggio alla fierezza della Patrona viterbese e uno stimolo per le giovani di oggi a perseguire le proprie aspirazioni senza lasciarsi condizionare dai giudizi altrui.

“La tua Rosa”, Murales di via Francesco Baracca Viterbo

L’aspetto della Santa è riproposto in una chiave marcatamente moderna allo scopo di cercare di incontrare i nuovi linguaggi in voga. Tutti più o meno concordi nel riconoscere un lavoro tecnicamente impeccabile, ma il ritratto in sé appare così inedito da esser risultato a molti piuttosto provocatorio, se non proprio dissacrante. Inevitabilmente in questi casi si sfocia nel campo della soggettività e delle diverse sensibilità individuali; c’è chi si scandalizza, chi invece ne apprezza l’audacia, chi si sente persino offeso nel suo animo di credente e chi non riesce a vederci nulla di svilente e anzi vi trova una sua personale chiave di lettura.

I più critici puntano il dito sulla mancata aderenza storica con “la vera santa Rosa”, ma benché non fosse quello l’intento della raffigurazione, la tentazione di cercare dei paragoni con le immagini a noi più familiari arriva immediata. Ecco però che si cade in contraddizione. Se pensiamo alla tela del Podesti che giganteggia alle spalle dell’altare maggiore della chiesa santuario di S. Rosa a Viterbo, o ai numerosi affreschi, agli innumerevoli santini e canivet, agli ex-voto e alle tavolette votive che la ritraggono, il più delle volte, come detto, troviamo una Santa in abiti monacali, quando invece sappiamo che ella fu una semplice laica penitente (nemmeno una terziaria francescana come spesso si legge). Le stesse Sacre spoglie sono state oggetto nel tempo di numerosi cambi d’abito: fino al 1615 esse vestivano un abito di velluto cremisi ricamato a fiorami in oro circonfuso da perle e gemme…Una sontuosità ostentata non proprio in linea con la semplicità della vita di Rosa. Poi gradualmente si è passati alle più ieratiche vesti monastiche e solo nell’ultimo secolo a quelle più sobrie color grigio, certamente più rispettose della sua personalità. Nel corso del tempo pare che anche questo tipo di cambiamenti non sia stato scevro dalle polemiche da parte dell’opinione pubblica.

Scetticismi di vario genere, anzi, si sono susseguiti in ogni circostanza. In piazza S. Pietro a Roma, ad esempio, la vulgata popolare viterbese ha sempre erroneamente individuato nella settima statua del braccio destro del colonnato del Bernini la figura di santa Rosa (si tratta in realtà di santa Isabella d’Aragona, regina del Portogallo, anch’ella ritratta nell’atto di sorreggere dei fiori), criticandone l’eccessiva dimensione a dispetto della corporatura minuta della giovane. Al di là dell’errore concettuale in sé, la difficoltà nel comprendere che certe sproporzioni siano state frutto di una scelta stilistica-funzionale comune a tutte le altre statue del colonnato dimostra come l’individuo sia naturalmente portato a ricercare in ciò che vede il messaggio che ritiene più affine alle proprie concezioni.

Santa Rosa (ricostruzione)

Un’immagine di s. Rosa che non si può certo tralasciare di ricordare è la recente ricostruzione dell’aspetto facciale che la giovane aveva quando era in vita, ottenuta partendo dall’analisi dei tessuti ossei e dei resti dei tessuti molli in occasione dell’ultima ricognizione scientifica effettuata sul Corpo nel 1998. Potrebbe sembrare a dire il vero un ritratto forse un po’ troppo lusinghiero, che tuttavia oggi troviamo riprodotto su uno dei santini più diffusi a Viterbo, tale ne è stato il gradimento riscontrato nell’opinione pubblica.

 

 

Le ultimissime raffigurazioni hanno riacceso il dibattito sulla riproduzione delle immagini della Santa. Solo nel 2020 era comparso un primo “graffito” su un muro di via dei Pellegrini, nel centro di Viterbo, che ritraeva una Rosa in versione un po’ scanzonata e vivace, circondata da cuori e la scritta ripetuta “love”. I colori, lo stile giovanile e la citazione a lato, “I sentimenti sono realtà”, ne fanno quasi un fumetto che, anche se apparentemente decontestualizzato dall’ambiente circostante, provoca una piacevole sorpresa a chi passa di lì.

S. Rosa, Grafito di via dei Pellegrini Viterbo

Il recente murales di via Francesco Baracca invece, vuoi per la posizione più esposta, vuoi per le dimensioni, vuoi per il genere figurativo chiaramente più definito, ha attirato su di sé maggiori reazioni. Più che il messaggio, in questo caso, è la scelta del “linguaggio” a risultare predominante su tutto il resto. L’opera mostra infatti un carattere alquanto provocante a cui nessuno in fondo poteva dirsi preparato: il viso della Santa è posizionato di profilo e mette in mostra la bellezza dei lineamenti e dell’incarnato in generale, oltre che un trucco ed un agghindamento volutamente ostentati.

In realtà non sarebbe neppure la prima volta osservare certi riferimenti alla fisicità di un’icona religiosa. Se pensiamo alla primissima rappresentazione iconografica di santa Rosa giunta sino a noi, ovvero a quello schizzo rudimentale disegnato sul retro della pergamena duecentesca (conosciuta volgarmente come Vita Prima), possiamo forse trovarvi un contributo utile a quest’analisi.

S. Rosa, verso della pergamena duecentesca

Sembrerebbe trattarsi di una Rosa semplicissima che sorregge in una mano un libro e nell’altra la palma del martirio, eppure, tra gli scarni dettagli si nota anche un accenno dei seni che premono dalla veste. A quanto pare, un particolare di questo tipo all’epoca poteva anche passare inosservato (o magari serviva semplicemente a tratteggiare delle generiche linee femminili)[1], mentre nelle moderne rappresentazioni d’oggi assumerebbe sicuramente ben altra valenza o finanche creare motivo di scandalo.

Un fatto poco noto, ma non per questo meno significativo, ci lascia invece testimonianza di un’azione estrema compiuta dai Viterbesi sulla statua in cima alla Macchina di Santa Rosa. Il 19 dicembre del 1798, alla vigilia dell’arrivo delle truppe francesi comandate dal general Kellerman, l’eccitazione popolare per la corsa alla difesa delle mura raggiunse il culmine e prese figura in esternazioni esaltate di devozione religiosa: alle tre del pomeriggio venne fatta passare per le strade una processione straordinaria della Macchina, con la santa che, per l’occasione, era stata vestita degli abiti trafugati alle dame francesi al seguito della delegazione diplomatica rivoluzionaria già presente da alcuni giorni in città. Secondo la testimonianza del funzionario Alexandre-Edme Méchin “S. Rosa quella sera fu abbigliata in piccola maestra parigina”[2].

Altro esempio lampante proveniente dal folklore popolare viterbese, in cui il rapporto con la santa Patrona si sia spontaneamente manifestato in un modo non proprio reverenziale, ma comunque affettuoso, lo possiamo rintracciare in alcuni vecchi giocattoli che venivano venduti durante la fiera di S. Rosa già dal XIX secolo. Erano i cosiddetti ciuffoletti: dei pupazzetti in terracotta dotati di un fischietto nella parte posteriore, che avevano la forma di cavalieri, galletti, carabinieri, o appunto della Santa. Pare fossero particolarmente apprezzati da grandi e piccini, tanto da meritarsi anche un motto scherzoso che recitava così: “E cche le santarose col fischietto mal culo ce ll’ete vantre?”[3]. Un’evoluzione di questi fischietti si poteva ancora acquistare, fino a non molti anni fa, da uno storico ambulante forestiero che veniva appositamente a Viterbo per la festa, da molti etichettato come “l’omo ciuco” (data la bassa statura), ma ormai questi avevano assunto le sembianze di un Pulcinella ed avevano una parte in tela che si alzava e si abbassava per mezzo di uno stantuffo interno.

A dare completezza al quadro è infine un documento fotografico alquanto singolare che venne scattato alla salma di santa Rosa in occasione della ricognizione scientifica che si è svolta nel 1921. Nella foto la Santa è immortalata svestita, mentre viene sostenuta in mano da alcuni prelati e da un medico dell’equipe del prof. Neri, posizionata di fianco con le spalle rivolte verso l’obbiettivo.Nelle successive ricognizioni si è volutamente evitato di riproporre questo tipo di testimonianza, ritenuta da tutti non propriamente riguardosa nei confronti della Reliquia. Se non altro, l’immagine ricorda molto la consuetudine invalsa soprattutto in epoca vittoriana, ma ancora in uso nei primi anni del ‘900, delle cosiddette “fotografie post-mortem”, in cui i defunti venivano immortalati circondati da famigliari o parenti prima dell’estremo saluto.

Foto della ricognizione del Corpo Santo del 1921

Quell’aura di sacralità che si vorrebbe attribuire a tutti i costi ad un’icona religiosa, come si può vedere, rischia alle volte di scontrarsi con una realtà contingente che procede in direzione opposta. Cultura, mentalità, o condizionamenti vari del momento possono influenzare non poco l’interpretazione di quell’icona e la sua cognizione.

Oggi però siamo di fronte ad uno sdoganamento culturale netto e sempre più accelerato rispetto al passato che ci pone di fronte a dei mutamenti difficili da decifrare. La massiccia condivisione di informazioni a cui siamo sottoposti e la conseguente contaminazione di idee hanno “aggredito” le identità popolari, che sono tendenti per loro natura all’autoconservazione, grazie soprattutto alla spinta impressa dalla rete, lasciandole prive di mezzi adeguati per difendersi ed adattarsi. Se da un lato le immagini, attraverso il loro massiccio utilizzo, amplificano questo fenomeno, dall’altro sono esse stesse a subirne gli effetti. Lo abbiamo ben visto nell’ambito religioso, laddove possiamo già notare come le libere reinterpretazioni di oggi si svincolino totalmente dai canoni del passato ed anzi pongano l’attenzione su dei particolari che definiremmo quanto meno insoliti. Sotto questa inedita prospettiva, si potrà infine verificare se nel medio-lungo periodo si aprirà uno spazio utile per avviare un nuovo tipo di indagine iconologica e raccoglierne le opportune soluzioni.

La forza e l’immediatezza di un’immagine, come può essere ancora oggi quella di santa Rosa per i Viterbesi, costituiscono certamente un vettore eccezionale anche per la comunicazione di messaggi di diverso tenore. La ricerca di un aspetto estetico oggettivamente perfetto secondo i nostri canoni attuali parrebbe dunque rappresentare, da quel che vediamo, la cifra comunicativa da utilizzare per poter arrivare alle giovani dei nostri giorni. Tuttavia sarebbe lecito domandarsi se un rossetto appariscente o un paio di vistosi orecchini lucenti da abbinare ad un “velo medievale” siano effettivamente così necessari per accattivarsi l’interesse di questo target di persone. Si rischierebbe oltretutto di illudersi di riuscire a richiamare l’attenzione sull’esempio di una ragazza vissuta nel XIII secolo se non si approfondisce quello specifico esempio, rimandando piuttosto a delle vaghe formulazioni sui concetti “sempreverdi” di coraggio e perseveranza. Attualizzare, pertanto, non dovrebbe mai coincidere con snaturare o addirittura ridisegnare, altrimenti non dovrebbe neppure avvertirsi la necessità di scomodare delle icone storiche che della propria vita hanno fatto tutto, meno che un elogio dell’esteriorità. Resta dunque da capire se queste forme di contaminazione riusciranno effettivamente ad aggiornare un linguaggio che appare, di sicuro, sempre più obsoleto, o se tracceranno semplicemente nuove strade parallele svuotate del significato originario.


 [1] Tuttalpiù, esso avrebbe potuto suggerire agli agiografi che, all’epoca del suo apostolato pubblico, Rosa fosse già una ragazza grandicella e non più una bambina, data l’antichità di tale testimonianza.

[2] F. Funari, Memorie. Alexandre-Edme Mèchin: la resistenza viterbese nel biennio giacobino (1798-1799), Ed. Archeoares, Viterbo, 2011.

 [3] F. Petroselli, Blasoni popolari della provincia di Viterbo, Viterbo, 1978.

Laboratorio di edizione fonti liturgiche 2021-2022

Il laboratorio si propone di introdurre alle tecniche, ai metodi, alla cultura dell’edizione delle fonti liturgiche, attraverso un percorso di durata annuale (ottobre-giugno) con incontri a cadenza mensile. Esso prevede lezioni introduttive a carattere interdisciplinare (descrizione dei manoscritti liturgici, euristica delle fonti, paleografia musicale, ecdotica liturgica) con esercitazioni pratiche in classe e a casa finalizzate all’edizione dei testi in esame. In questa edizione si studieranno gli Ordines ad recludendum ancora inediti di vari paesi europei, cioè la liturgia che il vescovo compiva per chi sceglieva una vita di reclusione volontaria. 

Destinatari: chiunque sia in possesso di una laurea magistrale (o specialistica o quadriennale o equipollente) e che abbia sufficienti conoscenze di latino e paleografia

Date: 29 ottobre 2021 – 17 giugno 2022

Modulo iscrizione: https://forms.gle/5PrRftDHKrLMNXcE7

Scadenza iscrizioni: 23 ottobre 2021

Come: a distanza

Aggiornamento: possibilità di esenzione

Grazie al contributo concesso dalla Direzione generale educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della cultura saranno esentati dal versamento del contributo di partecipazione al laboratorio un massimo di tre iscritti in difficoltà economiche e il cui curriculum sia congruente con l’oggetto del laboratorio. In questo caso oltre al Curriculum Vitae dovrà allegarsi una domanda nell’apposito spazio del modulo di iscrizione.

Qui di seguito i dettagli del laboratorio.

Per scoprire gli altri corsi SPeS in programmazione per l’autunno 2021, clicca qui.

LA FIERA DI S. ROSA A VITERBO

Di Angelo Sapio

Il 4 settembre si celebra a Viterbo la festa di santa Rosa. Com’è noto, non si tratta della ricorrenza del Transito, che è invece il 6 marzo, bensì quella della Traslazione del corpo della Santa dalla Chiesa di S. Maria in Poggio a quella di S. Maria delle Damianite avvenuta, secondo la tradizione, il 4 settembre 1258 per volere di Papa Alessandro IV. Rappresenta certamente la ricorrenza più avvertita e partecipata dalla comunità viterbese, se non altro, per i numerosi appuntamenti che si concentrano nei giorni immediatamente precedenti a questa data. Il trasporto della Macchina di s. Rosa che si svolge la sera del 3 è, senza dubbio, l’evento più atteso dell’anno da tutta la città, il momento apicale delle manifestazioni folkloriche in onore della Patrona. Nella giornata del 4 si assolvono invece le funzioni religiose vere e proprie presso la chiesa della Santa: fiumi di persone si riversano al Monastero per lasciare un saluto alla loro protettrice. In quelle stesse ore però, nelle vie e nelle piazze di Viterbo si rinnova un’altra attesissima e radicata tradizione popolare, la Fiera di s. Rosa.

Non è chiaro né a quando risalga la prima menzione, né se inizialmente fosse un semplice contorno dei vari momenti della festa, oppure un evento ben preciso con il suo giorno dedicato. Di sicuro sappiamo che nel tempo essa ha assunto le fattezze di una comune fiera come tante che si svolgevano nelle città e nei villaggi in concomitanza delle feste patronali per l’afflusso di forestieri che queste richiamavano. Sappiamo inoltre che a Viterbo erano usanza consolidata anche i celebri mercati rionali che si svolgevano nel corso dell’anno, come quelli di Piazza Fontana Grande, di San Silvestro o quello di San Faustino (tutt’ora esistente). La Fiera di s. Rosa pertanto trovava già terreno fertile per potersi ben impiantare.

Fino a pochi decenni or sono, esisteva anche un’altra fiera ancor più blasonata della prima, che alcuni storici vorrebbero far risalire addirittura al privilegio conferito alla “fedele” città di Viterbo dall’Imperatore Federico II nel 1240 che prevedeva, per l’appunto, la concessione di una grande fiera annuale internazionale da tenersi nel mese di settembre, per la durata di quindici giorni, con piena guarentigia per i commercianti provenienti da ogni dove. L’antica Fiera della Madonna della Quercia si teneva a pochi giorni di distanza dalle feste di s. Rosa movimentando, già con largo anticipo, una enorme quantità di bestiame che doveva essere preparata per l’esposizione ufficiale. È ipotizzabile che molti degli stessi ambulanti di minutaglia che affluivano al Santuario de La Quercia per approfittare dell’occasione fossero gli stessi che si vedevano girare per Viterbo nei giorni di S. Rosa e che magari sceglievano di prolungare appositamente la loro permanenza in zona. Nell’ultimo secolo la società è mutata radicalmente e la Fiera della Madonna della Quercia ha perso via via la sua ragion d’essere, mentre le feste di s. Rosa si sono trasformate in un appuntamento pop anche di richiamo turistico.

Ancora oggi, nella moderna società dei consumi e degli acquisti on-line, il fascino che esercita una fiera generalista, come è quella di s. Rosa, rimane sempre molto forte.

Abbiamo una colorita testimonianza della Fiera di s. Rosa in un testo del 1832, I fasti di Viterbo per la festa di Santa Rosa di Giovanni Panzadoro. Si tratta di una novella che l’autore aveva recitato il 4 settembre del 1826 presso l’Accademia degli Ardenti di Viterbo, in cui racconta di un siparietto avvenuto tra un ambulante sul sagrato della chiesa ed un alto prelato che passava di lì. Un breve spaccato della vita di duecento anni fa, con una bella descrizione di particolari ed una sua morale in fondo…

Foto gentilmente fornite dal Sig. Roberto Innocenzi


La Fiera avanti la Chiesa di S. Rosa”

novella

         Mentre applaudon le Muse al fausto giorno sagro alla Vergin Rosa che si onora; fra Voi, Ardenti, ancor io faccio ritorno, come ognun sa, che praticai finora; ma che adorni il mio crin, come Voi fate con delfico allor; non lo sperate.

Non è figlia del Ciel la Musa mia, Essa è nata fra i boschi, e le capanne; delle cetre non cerca l’armonia, ma sol zampogne, e pastorali canne, e allor quando cantare ad essa tocca, dice quello che vien nella sua bocca.

Spesso cantai la Verginella Diva con carmi alieni ai suoi gloriosi fatti, perché il proverbio nuovo non arriva quanto i poeti sian bizzarri, e matti; e per mostrar nelle follie se io sfoggi, sentite una Novella ancor quest’oggi.

Era appunto quel dì, che a torme, a torme correvano le Genti al sagro altare ove la Verginella intatta dorme, e vive ancor, quantunque estinta appare: e di un immenso Popolo al fracasso quivi devoto anch’io rivolsi il passo.

Viddi la larga via sparsa di tende dai Mercanti inalzate, e dai Spazzini per scampare dal sol: chi compra, e vende le Chincaglie, le Stoffe, i Musolini, viddi sparsi qua e là sopra i banchetti i Cembali, i tamburri, i ciuffoletti.

Del Tempio poi nell’ultime sue scale un Sabinese nato nel Soratte vendea fra gente rozza, e rusticale Dottrine, Sante Croci, e Giosafatte, la Suocera, e la Nora in gelosia, il Guerrino, il Bertoldo, il Casa mia.

Un vecchio poco lungi a lato destro aghi, spille, orecchini, e rozzi anelli, poca bambace involta in un Canestro, pietre da foco, l’esca, i solfanelli, i ferri da calzette, li detali, e più mazzi di stringhe coi puntali.

Quando in mezzo a quel popolo minuto esce fuori dal Tempio all’improvviso Monsiù delle Fables pingue, e panciuto del più caldo sudor bagnato il viso, e mentre il volto asciuga, e si sventaglia s’udiva replicar, “Largo canaglia!”.

Dando una spinta a questo, a quei un urtone lungi dicea: “Di qua genti malnate, nella bettola a far conversazione non nella Chiesa ad impacciar restate, perché recarci qui un fetor di fogna, di Vino, di Cipolla, e di Ascalogna?”

Oh! Perché qui non torna il Redentore a dare a tutti il memorando esempio, e di flagelli armato con furore voi tutti discacciar da questo Tempio, ove più vil di tortore, ed agnelli vendete esca, lunarj, e solfanelli?

Via, via lungi di qua”… Ma quel Libraro: “Ehi! Ehi! Monsiù” rispose, “e che figura? Pensa forse che io sia tanto somaro che letta mai non abbia la scrittura? So chi i poveri Cristo ha sempre amati quanto i ricchi negletti e minacciati.

Se mal io non compresi l’Evangelio che ad ascoltar mi reco ogni Domenica, quando il Curato nostro Don Aurelio dal sacro Altare a tutti quanti predica, mi sembra di sentir, che il Redentore mai nauseò dei poveri il fetore.

Se Egli comparisse in questa Chiesa come fu in quella un dì di Salomone, non saprei contro chi l’ira sua accesa la sferza adoperasse ed il bastone? Se contro chi ha il fetor di un galeotto o chi olezza di muschio e belgamotto.

No caccierebbe via quel Ciabattino di moglie carco, e Figli sì indigenti, che per nudrirli tutti il poverino sta sempre il cuojo a stiracchiar coi denti, ma caccierebbe via quei Parasiti delle crapule obbrobrio, e dei conviti.

Non caccierebbe via quell’uom d’onore nella sua povertà tanto negletto, che per sciugare il suo fabril sudore, mai non ottien dai ricchi un fazzoletto, ma chi con un cuor duro, e senza fede usurpa spesso a lui fin la mercede.

Non chi rozzo, inesperto, ed ignorante tutto umile si reca in questo loco, ma colui, che ambizioso, ed arrogante mostra per suo gran pregio, il creder poco, non quei che sta in ginocchio all’Eleisonne, ma chi sta assiso a corteggiar le Donne.

Or dunque sia pur certo mio Padrone, che con Lazzaro da Cristo discacciato mai rimarrebbe al par di un Epulone, qual è vossignoria grasso impappato, e si concluda insomma fra noi, che discaccierebbe via più lei che me.

Così parlò quel Sabinese accorto, e Monsiù Le Fables, pien di rossore ravvisò ben che non parlava a torto; tacque confuso senza far rumore ed io che il tutto intesi in un cantone non ommisi si far tal riflessione.

Oh! Mondo, esclamai tosto; ed è pur vero che il costume a dì nostri è così rio, ch’anche nei Tempj l’uom è mensognero, ed anche in Chiesa si fa oltraggi a Dio perché coi labbri, chi gli rende onore lungi ha spesso la mente e d’altri è il core?

Oh! Rosa tu, che innanzi al sommo Nume risplendi come il nitido raggio, tu rimiri dal Ciel l’annuo costume, con cui la Patria ti tributa omaggio, ma l’interno del cuor quando ravvisi vedrai quanti da te l’avran divisi.

Ardon più faci all’ara tua d’accanto, scende vittima Dio sopra dell’ara, ma il Popolo, che affolla ogni canto sempre umile al tuo piè non sta a pregare, oh! Da quanti amator Dalile ardite a te stessa vedrai più preferite.

Pur troppo; ognuno lo sa… soccorso o Diva, di un santo amor l’alma m’infiamma adesso, perdona i falli miei, la fè ravviva… son reo… lo veggo… il fallo mio confesso… perch’io, che tanto zelo ora dimostro, nemmen dico talvolta un Padrenostro.

Corsi autunnali 2021

Anche per l’autunno 2021 la Scuola di Paleografia e Storia vi propone un calendario ricco di corsi e di laboratori online, con iniziative di approfondimento a più livelli, rivolte a chiunque abbia il desiderio di continuare la propria formazione nell’ambito della paleografia, della storia e degli strumenti digitali utili alla proprie ricerche storiche.

Qui di seguito potrete trovare un elenco delle attività previste, che sarà progressivamente aggiornato: i dettagli di ogni corso saranno pubblicati circa mese prima dell’inizio previsto e dopo la pubblicazione il titolo del corso si colorerà di rosso. Cliccando su ciascun titolo, verrete reindirizzati alla pagina dedicata con tutte le informazioni sul corso e sulle modalità di iscrizione.

Corsi

 

  • Avviamento allo studio del manoscritto, tenuto da Adriana Paolini dal 5 ottobre al 7 dicembre 2021, tutti i martedì dalle 17 alle 19.30; nei giorni 16 e 17 novembre le lezioni si terranno in collegamento dalla Biblioteca degli Ardenti di Viterbo.
  • Avviamento alla paleografia musicale, tenuto da Laura Albiero, con il patrocinio dell’IRHT, dall’11 ottobre al 20 dicembre 2021, tutti i lunedì dalle 17 alle 19.
  • Access per umanisti – modulo avanzato, a cura di Eleonora Rava, con la collaborazione di Giuliana Falchi e Valerio Leonardis, dal 13 ottobre al 3 novembre 2021 tutti i mercoledì dalle 16.30 alle 19.30.

Laboratori

 

  • Laboratorio sulle fonti liturgiche: si tratta di un laboratorio di durata annuale, i cui incontri si terranno l’ultimo venerdì del mese da ottobre 2021 fino a giugno 2022. Si studieranno gli Ordines ad recludendum ancora inediti di vari paesi europei, ovvero la liturgia che il vescovo compiva per chi sceglieva una vita di reclusione.

 

Per qualsiasi domanda potete scrivere a spes@centrostudisantarosa.org

Sulle tracce di santa Rosa. LA MOSTRA

Viterbo Monastero di Santa Rosa: 27 agosto – 27 ottobre 2021

Per il secondo anno di seguito la macchina di S. Rosa non passerà per le strade di Viterbo. Sarà questa un’occasione per approfondire in altro modo la conoscenza di Rosa da parte dei suoi devoti e pellegrini che nei giorni intorno alla sua festa liturgica (4 settembre) si recheranno al santuario a lei dedicato.

Proprio nei locali attigui alla chiesa e che corrono lungo due lati del chiostro anche quest’anno il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus in collaborazione con il Monastero di Santa Rosa, l’Università della Tuscia, l’University of St. Andrews (Scozia), la Diocesi di Viterbo e la Federazione della Clarisse Urbaniste d’Italia ha organizzato una esposizione per valorizzare il materiale artistico, archivistico e librario conservato presso il Monastero di S. Rosa di Viterbo.

Il tema è il culto e le evidenze storico-artistiche della giovane santa viterbese e del suo monastero nella lunga durata di questi otto secoli visti come attraverso una lente di ingrandimento, che focalizza alcuni momenti salienti e poco conosciuti. Ecco perché il titolo “Sulle tracce di santa Rosa”.

Si è pensato di offrire ai visitatori un percorso che cerchi di ripercorrere le orme lasciate dalla fanciulla viterbese spesso nascoste tra le pieghe del tempo. La mostra è infatti distribuita in quattro sezioni.

La prima sezione si apre nella sala del Capitolo dove verrà esposta per la venerazione l’urna con il corpo incorrotto di santa Rosa: la Reliquia per eccellenza. In questa prima sala a cura di Eleonora Rava e Anna Proietti e Daniela Zena si è ricostruita con materiale documentario e fotografico d’archivio la ricognizione del Corpo Santo avvenuta il 3 aprile 1921 e il suo restauro nell’agosto del 1921 (esattamente un secolo fa). In quell’occasione fu espiantato il cuore e posizionato in un reliquiario donato dal pontefice per la sua conservazione e venerazione. Il 13 novembre 1921, come annunciato dal Vescovo, dopo gli interventi di conservazione e prima della chiusura definitiva dell’urna, ebbe luogo la prima processione del Cuore insieme a quella del Corpo della Santa.

Nella sala del refettorio è disposta la seconda sezione a cura di Chiara Sassi, dove si espongono 15 lastre di rame della seconda metà del secolo XVIII rappresentanti alcune scene della vita di santa Rosa. Oltre alla descrizione dei rami si illustra nei pannelli esplicativi la tecnica dell’incisione calcografica.

Nella terza sezione a cura di Paola Pogliani si espongono esempi delle attività monastiche praticate dalle suore dal XVIII fino al XX secolo, ossia decorazioni con la tecnica dei papiers roulés e con fiori di stoffa.

La quarta sezione offre uno scorcio verso il museo della quotidianità che verrà allestito nelle cucine cinquecentesche del monastero di Santa Rosa. Lo studio dei documenti d’archivio insieme alle ricerche condotte sulle testimonianze materiali – utensili da cucina e strumenti di lavoro – offrono uno sguardo nuovo sulla scansione del tempo nella clausura, consentendo di sviluppare un racconto sfaccettato della vita monacale che si intende presentare in questo originale museo.

Il percorso potrà proseguire nel salone del Quattrocento, dove verranno esposti alcuni costumi del tradizionale corteo storico che accompagna l’annuale processione del cuore di santa Rosa e si potrà ammirare la cappella delle reliquie.

La mostra verrà inaugurata il 27 agosto alle ore 17.00 e resterà aperta dal 29 agosto fino al 27 ottobre con il seguente orario: 9.30-12.30, 15.30-19.30 (4 settembre orario continuato). L’inaugurazione sarà visibile in diretta sulla pagina Facebook del CSSRV.


Il programma dei festeggiamenti prevede altri due eventi.

Il 29 agosto alle ore 21.00 si terrà la conferenza pubblica “1921. L’estrazione del cuore di santa Rosa”. Dopo i saluti delle autorità segue l’intervento di don Luigi Fabbri “La lettera pastorale di Emidio Trenta e l’istituzione della processione del cuore” e l’intervista di Antonio M. Lanzetti a Luigi Capasso su “La ricognizione del corpo di Rosa del 1921 e l’estrazione del cuore”. Presiede Anna Proietti. Visto il numero limitato di persone che potranno accedere nel chiostro del monastero la conferenza sarà visibile in diretta sulla pagina Facebook del CSSRV.

Il 5 settembre alle ore 21.00 sarà proiettato nel chiostro del monastero di S. Rosa il documentario “La storia e il monastero” a cura di Paolo Paganucci.

A seguito delle disposizioni di Pubblica Sicurezza sanitaria, per accedere alle sale museali e ai due eventi che si terranno nel chiostro del complesso monastico viene effettuato il controllo del Green Pass.

Access per umanisti – modulo avanzato

Costruiamo insieme il tuo database

Il corso ha l’obiettivo di aiutare i partecipanti nella progettazione e nella costruzione di un database adatto alle proprie esigenze di studio e di ricerca. Si utilizzerà il software Microsoft Access con lo scopo di rispondere alla duplice necessità negli studi umanistici di analizzare i dati dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo.
Il corso ha un carattere eminentemente pratico: i partecipanti, dopo aver realizzato individualmente la struttura logica del proprio database a partire dalle fonti oggetto del proprio studio, beneficeranno dell’aiuto dei docenti e del confronto durante le lezioni online per costruire la banca dati, verificarne il funzionarmento e perfezionarla.

Destinatari: chi ha frequentato il modulo base oppure ha conoscenze pregresse di Access.

Date: 13 ottobre-3 novembre, ogni mercoledì dalle 16.30 alle 19.30

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/vjZAbxLFfQbCuqaw7

Scadenza per le iscrizioni: 29 settembre 2021

Come: online

Di seguito la brochure informativa

“All’ombra della cupola”

In memoria di Jaromir Czernin

qui caduto il 12 luglio 1921

Quella che segue è la storia di un dramma famigliare accaduto a Viterbo cento anni or sono.

Le Strenne nascono come una rubrica con la finalità di rendere una platea di attenti osservatori, edotta su fatti storici poco o affatto noti, su risultanze di studi e attività condotti da membri e collaboratori del CSSRV e su aggiornamenti in merito a iniziative e novità gravitanti attorno alla città di Viterbo e alla sua Patrona.

In questo caso vogliamo raccontare una breve pagina di cronaca cittadina solo per poter rendere omaggio alla figura di un ragazzino sconosciuto (o dimenticato) che si trovò a passare da questa città in uno sfortunato pomeriggio d’estate del 1921 e qui sarebbe rimasto per sempre.

Percorrendo viale Raniero Capocci si costeggia una lunga porzione delle mura cittadine e ad un tratto si giunge fin sotto l’ingresso posteriore del Monastero di S. Rosa. Imponenti lavori di sbancamento realizzati al piano stradale alla fine del XIX secolo riportarono alla luce in questo punto le fondamenta di quello che fu il palazzo dell’imperatore Federico II di Svevia. Se non a passo d’uomo, è assai difficile accorgersi di una modesta croce in peperino abbarbicata sul pendio che fatica ad emergere tra quel “disordine” di rovine sparse, costituite dello stesso grigio materiale locale. Quella croce venne lì posta un secolo fa a perenne memoria di Jaromir Czernin, quindicenne austriaco vittima innocente di una sventurata concatenazione di eventi che coinvolsero anche una piccola città di provincia quale era Viterbo.

L’Italia tutta viveva in quegli anni una delle fasi transitorie certamente tra le più complicate della sua storia. L’immediato primo dopo-guerra fu infatti connotato da una serie di sconquassi politico-economici che avevano minato seriamente la tenuta sociale del Paese. La difficile riconversione industriale post-bellica accompagnata da un’inflazione galoppante spinta dall’aumento esponenziale dei prezzi al consumo, una disoccupazione sempre più dilagante che faceva il paio con gli scioperi di massa nelle fabbriche, i colpi falcidianti della febbre spagnola e non ultima la disillusione per una vittoria definita “mutilata” furono tutti i segnali di un’Italia ormai destinata a cambiare dalle fondamenta di fronte al tramonto definitivo del sogno liberale che l’aveva accompagnata sin dalle prime battaglie per l’unificazione nazionale.

I primi due anni dalla fine dei combattimenti furono investiti dal vento nuovo che soffiava dall’Est Europa e videro il diffondersi del fenomeno del sindacalismo rivoluzionario e di altre forme di dimostrazioni sovversive. Esaurita però la spinta propulsiva di questo, passato alla storia come “biennio rosso”, nuove espressioni, questa volta di matrice reazionaria e nazionalista, cominciavano ad affacciarsi prepotentemente sulla scena politica italiana. In diverse città della penisola iniziarono a moltiplicarsi episodi di guerriglia tra le sempre più numerose formazioni dello squadrismo nero e le organizzazioni della sinistra. Viterbo non fece eccezione.

Tra azioni provocatorie, comizi di piazza, regolamenti di conti personali mascherati tra gli scontri di fazione, si arriva alla domenica del 10 luglio 1921 con l’inaugurazione ufficiale del gagliardetto del fascio italiano di combattimento di Viterbo a cui prendono parte pure diversi aggregati forestieri. Camicie nere da una parte ed anarchici e socialisti dall’altra vengono facilmente alle mani, ma nelle colluttazioni rimane ucciso Tommaso Pesci, un inerme contadino che pare sia anche estraneo alla zuffa. L’atmosfera si surriscalda al punto che i fascisti devono abbandonare la città, ma promettono di tornare in forze e soprattutto in armi per restituire lo smacco. Gli eventi prendono dunque una piega inaspettata dal momento che la minaccia di rappresaglia è ritenuta seria e fondata per la mobilitazione delle squadre umbre e le conferme che giungono anche da ambienti della politica nazionale. Si costituisce velocemente un comitato di difesa cittadina a cui prendono parte anche gli Arditi del Popolo, un’organizzazione paramilitare nata proprio pochi giorni prima che si ispirava ai reparti scelti degli Arditi dell’esercito italiano distintisi particolarmente durante le battaglie del Piave contro gli Austriaci.

Il 12 luglio è il giorno dei funerali di Tommaso Pesci, ma anche il giorno in cui si attende l’assalto dei gruppi armati. Mentre il campanone del Comune suona a lutto, le forze di pubblica sicurezza presidiano i punti di accesso alla città, mentre le truppe del 60° Reg. Fanteria all’epoca stanziate alle caserme di Viterbo, sono chiamate a controllare le porte urbiche e a sbarrarne l’ingresso con cavalli di Frisia. Si ravvisa inoltre la presenza di numerosi cittadini sugli spalti delle mura, non tutti affiliati agli Arditi del Popolo, equipaggiati con armi da fuoco, attrezzi da lavoro ed altri mezzi di fortuna. Durante tutta la mattina si susseguono allarmi ed allarmismi con telegrammi e segnalazioni di vario genere sull’avvicinamento di gruppi armati e l’aggiramento dei posti di blocco della polizia e dei Carabinieri. Quando poi i primi colpi di fucileria vengono esplosi nei pressi di Porta Romana, il Campanone della torre comunale viene suonato a stormo con una tale veemenza da rompersi. Il segnale passa allora dal suono congiunto delle campane delle chiese di S. Sisto e di S. Angelo.

Tutto è pronto, persino una mitragliatrice controlla dal Palazzo della Prefettura l’accesso a Piazza del Plebiscito da Via Cavour. In uno stato di indefinitezza logorante che attanagliava gli animi, com’è nella natura umana in casi come questi, la tensione continuava ad auto alimentarsi minuto dopo minuto. Lunghi silenzi spettrali venivano di tanto in tanto interrotti da qualche grido di concitazione in lontananza quando, tutt’un tratto, accade l’imprevedibile.

Intorno alle ore 16,30 il rombo di un’autovettura (!), una lussuosa Alfa Romeo Torpedo, irrompe a piazzale Umberto I (attuale p.le Gramsci) come un inatteso preannuncio dei ruggenti anni venti nell’assopito contesto viterbese. Alla guida una nobildonna inglese, la Sig.ra Lucille Catherine Beckett, figlia del II° Barone di Grimthorpe ed ex consorte del conte Otto von Czernin, ambasciatore per conto dell’Impero Austro-Ungarico presso la Santa Sede durante la prima guerra mondiale. Con lei tre dei suoi quattro figli, Paul, Edmund e Jaromir e l’autista italiano Enrico Pastecchi. La comitiva è in viaggio di ritorno verso Roma da una gita fuori porta ad Assisi, dove ha assistito alla messa e da una tappa intermedia ad Orvieto. L’idea ora è quella di attraversare Viterbo per una breve visita ai monumenti e rientrare, ma arrivati di fronte a Porta Fiorentina la strada è sbarrata dai militari dell’Esercito. Il maggiore Sacchetti illustra alla signora la situazione e le consiglia caldamente di aggirare la città e di andarsene velocemente; ma anziché suggerirle di tornare indietro e cambiare strada, la fa proseguire lungo la Cassia costeggiando il circuito delle mura.

L’errore tanto grossolano quanto fatale commesso dall’ufficiale tradisce il reale stato della disorganizzazione e la mancanza di comunicazione tra i vari attori in campo in quel delicato frangente. Non appena l’auto scoperta svolta su viale Capocci e supera Porta Murata, viene subito centrata da una fitta scarica di colpi di fucile esplosi dagli spalti delle mura e dal prospiciente terrapieno della ferrovia, probabilmente scambiata per un mezzo degli assalitori. Il veicolo sbanda ma continua la sua corsa a velocità sempre più sostenuta nella speranza di riuscire a mettersi in salvo. I colpi iniziano a diradare in corrispondenza dell’attuale imbocco di via Fratelli Rosselli per piazza Verdi, dove all’epoca si apriva la cosiddetta Gabbia del Cricco, un varco delle mura protetto da una barriera di colonnine di pietra da cui filtrava in città il fosso Urcionio. Sotto le mura del Monastero di S. Rosa gli spari sembrano cessare, ma subito dopo riprendono violenti dai merli che precedono l’ex convento di S. Simeone. Molti dei passeggeri sono stati colpiti e quando la donna si accorge che sul sedile posteriore Jaromir ormai è morto, centrato da un tiro in testa, finalmente ferma la macchina, ma nel disperato tentativo di trovar riparo sotto l’auto, anche Paul rimane gravemente offeso. A quel punto la madre esce allo scoperto e grida in italiano ai tiratori di fermarsi…ed essi si fermano.

Poco dopo sopraggiunge dal posto di blocco del passaggio a livello una pattuglia di carabinieri. La situazione appare disperata. Vengono fatti tutti salire di nuovo sull’auto e due carabinieri li scortano sventolando dal predellino un drappo bianco fino all’ex Ospedale Grande degli Infermi, dove a Paul verrà amputata una gamba. La giornata di sangue invece si chiuderà così, senza ulteriori spargimenti… Gli assalitori se ne vanno, i difensori abbandonano le loro postazioni. Ogni velleità si ritira e lascia il campo libero alla costernazione per una tragedia che nessuno avrebbe mai potuto presagire.

La croce che s’incontra lungo la strada si trova in prossimità del punto in cui l’auto si era fermata, esattamente alle spalle del Monastero di S. Rosa, dove in quei giorni erano in corso i lavori sulla ricognizione delle spoglie della Patrona.

I funerali di Jaromir si terranno pochi giorni dopo l’accaduto a Viterbo e la salma inumata nel cimitero di San Lazzaro, dove riposa ancora oggi. La Sig.ra Beckett (che più tardi assumerà in seconde nozze anche il cognome Frost) detterà il toccante epitaffio che tutt’ora si può leggere sulla tomba del figlio:

“In memoria di Jaromir Czernin, straniero,

passando per Viterbo il 12 luglio 1921

cadde vittima di cuori infocati da odi e rancori.

Beati i puri di cuore perciocché vedranno Iddio”.

 

 

 

Un anno di SPeS

Ormai più di un anno fa, con l’avvento del primo lockdown dovuto al COVID-19, il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus si è trovato davanti all’urgenza di dover cambiare la modalità di svolgimento dei corsi formativi programmati per la primavera del 2020. È stata l’occasione grazie alla quale un gruppo di amici afferenti a varie sedi universitarie (Viterbo, Napoli, Chieti) o centri studio (Frate Elia da Cortona, Centro Europeo di Ricerche Medievali), con il Centro Studi come capofila, hanno costituito un gruppo di lavoro evocativamente chiamato SPeS acronimo di “Scuola di Paleografia e Storia”.

Approfittando del fatto che la maggior parte delle persone era costretta a casa, abbiamo offerto alcuni corsi a distanza sulla paleografia pratica e la storia oltre ad un laboratorio di lettura di fonti medievali con riconoscimento di crediti formativi attivato con l’Università della Tuscia. La proposta ha riscosso un grande interesse, arrivando a numeri che non ci saremo mai aspettati per materie che consideravamo di nicchia e riservate agli addetti ai lavori.

Si sono dunque attivati due corsi di paleografia pratica: il primo in forma laboratoriale con gli studenti della Tuscia, basato sui materiali conservati presso l’Archivio Generale della Federazione delle Clarisse Urbaniste a Viterbo, in modo particolare il fondo del Monastero S. Rosa; un secondo offerto gratuitamente a chi avesse già qualche competenza paleografica con una serie di 10 lezioni monografiche che spaziavano geograficamente e cronologicamente. Le trecento iscrizioni per questa seconda proposta hanno portato a duplicare il corso in due giorni (lunedì e giovedì).

A queste proposte hanno fatto seguito un corso di introduzione all’uso del software Classical Text Editor per approntare le edizioni critiche e un laboratorio estivo per lavorare sulle inedite lettere papali ricevute e conservate dalle Clarisse del monastero di S. Tommaso di Monte Santo, od. Potenza Picena (xiii-xv secolo). Ecco un prospetto dei corsi:

Incoraggiati dall’esito inaspettato si è proposto un calendario di proposte formative molto più articolato e scandito dai mesi di ottobre 2020 a giugno 2021:

euristica digitale

laboratorio di edizione fonti giudiziarie

laboratorio di edizione fonti liturgiche

Notariato medievale italiano

Access per umanisti

Laboratorio di paleografia e storia

Paleografia pratica superiore 2021

Avviamento allo studio del libro antico a stampa

Avviamento all’uso di Classical Text Editor

Questo il grafico delle presenze ai corsi

Si sono organizzate all’interno dei vari corsi anche delle lezioni pubbliche aperte a tutti tramite iscrizione gratuita, come la lezione di Attilio Bartoli Langeli, La confessione autografa di una strega: Bellezza Orsini, 1528 o quella di Maria Grazia Nico, Stregoneria, processi, statuti. Un “racconto” perugino, o anche Margaret Connolly e Rachel Hart  (Università di St. Andrews), Panorama delle scritture in uso in Inghilterra e in Scozia dall’XI al XVI secolo.

Il Centro Studi, inoltre, usufruendo delle tecnologie messe insieme per i corsi SpeS, dall’inizio dell’anno ha organizzato mensilmente presentazioni a distanza di volumi appena stampati, offrendo un ennesima occasione di approfondimento culturale e formazione. Tutte le presentazioni possono essere recuperate tra i video della nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/CSSRV .

Una missione, dunque, quella del Centro Studi Santa Rosa onlus, di “speranza” e di ripresa in questi mesi complicati, una missione di sostegno alla cultura e alla formazione di tutti senza distinzioni: la speranza anche per noi è quella di poter continuare, e sempre meglio, poter essere una punto di incontro e di vera promozione culturale.