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“All’ombra della cupola”

In memoria di Jaromir Czernin

qui caduto il 12 luglio 1921

Quella che segue è la storia di un dramma famigliare accaduto a Viterbo cento anni or sono.

Le Strenne nascono come una rubrica con la finalità di rendere una platea di attenti osservatori, edotta su fatti storici poco o affatto noti, su risultanze di studi e attività condotti da membri e collaboratori del CSSRV e su aggiornamenti in merito a iniziative e novità gravitanti attorno alla città di Viterbo e alla sua Patrona.

In questo caso vogliamo raccontare una breve pagina di cronaca cittadina solo per poter rendere omaggio alla figura di un ragazzino sconosciuto (o dimenticato) che si trovò a passare da questa città in uno sfortunato pomeriggio d’estate del 1921 e qui sarebbe rimasto per sempre.

Percorrendo viale Raniero Capocci si costeggia una lunga porzione delle mura cittadine e ad un tratto si giunge fin sotto l’ingresso posteriore del Monastero di S. Rosa. Imponenti lavori di sbancamento realizzati al piano stradale alla fine del XIX secolo riportarono alla luce in questo punto le fondamenta di quello che fu il palazzo dell’imperatore Federico II di Svevia. Se non a passo d’uomo, è assai difficile accorgersi di una modesta croce in peperino abbarbicata sul pendio che fatica ad emergere tra quel “disordine” di rovine sparse, costituite dello stesso grigio materiale locale. Quella croce venne lì posta un secolo fa a perenne memoria di Jaromir Czernin, quindicenne austriaco vittima innocente di una sventurata concatenazione di eventi che coinvolsero anche una piccola città di provincia quale era Viterbo.

L’Italia tutta viveva in quegli anni una delle fasi transitorie certamente tra le più complicate della sua storia. L’immediato primo dopo-guerra fu infatti connotato da una serie di sconquassi politico-economici che avevano minato seriamente la tenuta sociale del Paese. La difficile riconversione industriale post-bellica accompagnata da un’inflazione galoppante spinta dall’aumento esponenziale dei prezzi al consumo, una disoccupazione sempre più dilagante che faceva il paio con gli scioperi di massa nelle fabbriche, i colpi falcidianti della febbre spagnola e non ultima la disillusione per una vittoria definita “mutilata” furono tutti i segnali di un’Italia ormai destinata a cambiare dalle fondamenta di fronte al tramonto definitivo del sogno liberale che l’aveva accompagnata sin dalle prime battaglie per l’unificazione nazionale.

I primi due anni dalla fine dei combattimenti furono investiti dal vento nuovo che soffiava dall’Est Europa e videro il diffondersi del fenomeno del sindacalismo rivoluzionario e di altre forme di dimostrazioni sovversive. Esaurita però la spinta propulsiva di questo, passato alla storia come “biennio rosso”, nuove espressioni, questa volta di matrice reazionaria e nazionalista, cominciavano ad affacciarsi prepotentemente sulla scena politica italiana. In diverse città della penisola iniziarono a moltiplicarsi episodi di guerriglia tra le sempre più numerose formazioni dello squadrismo nero e le organizzazioni della sinistra. Viterbo non fece eccezione.

Tra azioni provocatorie, comizi di piazza, regolamenti di conti personali mascherati tra gli scontri di fazione, si arriva alla domenica del 10 luglio 1921 con l’inaugurazione ufficiale del gagliardetto del fascio italiano di combattimento di Viterbo a cui prendono parte pure diversi aggregati forestieri. Camicie nere da una parte ed anarchici e socialisti dall’altra vengono facilmente alle mani, ma nelle colluttazioni rimane ucciso Tommaso Pesci, un inerme contadino che pare sia anche estraneo alla zuffa. L’atmosfera si surriscalda al punto che i fascisti devono abbandonare la città, ma promettono di tornare in forze e soprattutto in armi per restituire lo smacco. Gli eventi prendono dunque una piega inaspettata dal momento che la minaccia di rappresaglia è ritenuta seria e fondata per la mobilitazione delle squadre umbre e le conferme che giungono anche da ambienti della politica nazionale. Si costituisce velocemente un comitato di difesa cittadina a cui prendono parte anche gli Arditi del Popolo, un’organizzazione paramilitare nata proprio pochi giorni prima che si ispirava ai reparti scelti degli Arditi dell’esercito italiano distintisi particolarmente durante le battaglie del Piave contro gli Austriaci.

Il 12 luglio è il giorno dei funerali di Tommaso Pesci, ma anche il giorno in cui si attende l’assalto dei gruppi armati. Mentre il campanone del Comune suona a lutto, le forze di pubblica sicurezza presidiano i punti di accesso alla città, mentre le truppe del 60° Reg. Fanteria all’epoca stanziate alle caserme di Viterbo, sono chiamate a controllare le porte urbiche e a sbarrarne l’ingresso con cavalli di Frisia. Si ravvisa inoltre la presenza di numerosi cittadini sugli spalti delle mura, non tutti affiliati agli Arditi del Popolo, equipaggiati con armi da fuoco, attrezzi da lavoro ed altri mezzi di fortuna. Durante tutta la mattina si susseguono allarmi ed allarmismi con telegrammi e segnalazioni di vario genere sull’avvicinamento di gruppi armati e l’aggiramento dei posti di blocco della polizia e dei Carabinieri. Quando poi i primi colpi di fucileria vengono esplosi nei pressi di Porta Romana, il Campanone della torre comunale viene suonato a stormo con una tale veemenza da rompersi. Il segnale passa allora dal suono congiunto delle campane delle chiese di S. Sisto e di S. Angelo.

Tutto è pronto, persino una mitragliatrice controlla dal Palazzo della Prefettura l’accesso a Piazza del Plebiscito da Via Cavour. In uno stato di indefinitezza logorante che attanagliava gli animi, com’è nella natura umana in casi come questi, la tensione continuava ad auto alimentarsi minuto dopo minuto. Lunghi silenzi spettrali venivano di tanto in tanto interrotti da qualche grido di concitazione in lontananza quando, tutt’un tratto, accade l’imprevedibile.

Intorno alle ore 16,30 il rombo di un’autovettura (!), una lussuosa Alfa Romeo Torpedo, irrompe a piazzale Umberto I (attuale p.le Gramsci) come un inatteso preannuncio dei ruggenti anni venti nell’assopito contesto viterbese. Alla guida una nobildonna inglese, la Sig.ra Lucille Catherine Beckett, figlia del II° Barone di Grimthorpe ed ex consorte del conte Otto von Czernin, ambasciatore per conto dell’Impero Austro-Ungarico presso la Santa Sede durante la prima guerra mondiale. Con lei tre dei suoi quattro figli, Paul, Edmund e Jaromir e l’autista italiano Enrico Pastecchi. La comitiva è in viaggio di ritorno verso Roma da una gita fuori porta ad Assisi, dove ha assistito alla messa e da una tappa intermedia ad Orvieto. L’idea ora è quella di attraversare Viterbo per una breve visita ai monumenti e rientrare, ma arrivati di fronte a Porta Fiorentina la strada è sbarrata dai militari dell’Esercito. Il maggiore Sacchetti illustra alla signora la situazione e le consiglia caldamente di aggirare la città e di andarsene velocemente; ma anziché suggerirle di tornare indietro e cambiare strada, la fa proseguire lungo la Cassia costeggiando il circuito delle mura.

L’errore tanto grossolano quanto fatale commesso dall’ufficiale tradisce il reale stato della disorganizzazione e la mancanza di comunicazione tra i vari attori in campo in quel delicato frangente. Non appena l’auto scoperta svolta su viale Capocci e supera Porta Murata, viene subito centrata da una fitta scarica di colpi di fucile esplosi dagli spalti delle mura e dal prospiciente terrapieno della ferrovia, probabilmente scambiata per un mezzo degli assalitori. Il veicolo sbanda ma continua la sua corsa a velocità sempre più sostenuta nella speranza di riuscire a mettersi in salvo. I colpi iniziano a diradare in corrispondenza dell’attuale imbocco di via Fratelli Rosselli per piazza Verdi, dove all’epoca si apriva la cosiddetta Gabbia del Cricco, un varco delle mura protetto da una barriera di colonnine di pietra da cui filtrava in città il fosso Urcionio. Sotto le mura del Monastero di S. Rosa gli spari sembrano cessare, ma subito dopo riprendono violenti dai merli che precedono l’ex convento di S. Simeone. Molti dei passeggeri sono stati colpiti e quando la donna si accorge che sul sedile posteriore Jaromir ormai è morto, centrato da un tiro in testa, finalmente ferma la macchina, ma nel disperato tentativo di trovar riparo sotto l’auto, anche Paul rimane gravemente offeso. A quel punto la madre esce allo scoperto e grida in italiano ai tiratori di fermarsi…ed essi si fermano.

Poco dopo sopraggiunge dal posto di blocco del passaggio a livello una pattuglia di carabinieri. La situazione appare disperata. Vengono fatti tutti salire di nuovo sull’auto e due carabinieri li scortano sventolando dal predellino un drappo bianco fino all’ex Ospedale Grande degli Infermi, dove a Paul verrà amputata una gamba. La giornata di sangue invece si chiuderà così, senza ulteriori spargimenti… Gli assalitori se ne vanno, i difensori abbandonano le loro postazioni. Ogni velleità si ritira e lascia il campo libero alla costernazione per una tragedia che nessuno avrebbe mai potuto presagire.

La croce che s’incontra lungo la strada si trova in prossimità del punto in cui l’auto si era fermata, esattamente alle spalle del Monastero di S. Rosa, dove in quei giorni erano in corso i lavori sulla ricognizione delle spoglie della Patrona.

I funerali di Jaromir si terranno pochi giorni dopo l’accaduto a Viterbo e la salma inumata nel cimitero di San Lazzaro, dove riposa ancora oggi. La Sig.ra Beckett (che più tardi assumerà in seconde nozze anche il cognome Frost) detterà il toccante epitaffio che tutt’ora si può leggere sulla tomba del figlio:

“In memoria di Jaromir Czernin, straniero,

passando per Viterbo il 12 luglio 1921

cadde vittima di cuori infocati da odi e rancori.

Beati i puri di cuore perciocché vedranno Iddio”.

 

 

 

Un anno di SPeS

Ormai più di un anno fa, con l’avvento del primo lockdown dovuto al COVID-19, il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus si è trovato davanti all’urgenza di dover cambiare la modalità di svolgimento dei corsi formativi programmati per la primavera del 2020. È stata l’occasione grazie alla quale un gruppo di amici afferenti a varie sedi universitarie (Viterbo, Napoli, Chieti) o centri studio (Frate Elia da Cortona, Centro Europeo di Ricerche Medievali), con il Centro Studi come capofila, hanno costituito un gruppo di lavoro evocativamente chiamato SPeS acronimo di “Scuola di Paleografia e Storia”.

Approfittando del fatto che la maggior parte delle persone era costretta a casa, abbiamo offerto alcuni corsi a distanza sulla paleografia pratica e la storia oltre ad un laboratorio di lettura di fonti medievali con riconoscimento di crediti formativi attivato con l’Università della Tuscia. La proposta ha riscosso un grande interesse, arrivando a numeri che non ci saremo mai aspettati per materie che consideravamo di nicchia e riservate agli addetti ai lavori.

Si sono dunque attivati due corsi di paleografia pratica: il primo in forma laboratoriale con gli studenti della Tuscia, basato sui materiali conservati presso l’Archivio Generale della Federazione delle Clarisse Urbaniste a Viterbo, in modo particolare il fondo del Monastero S. Rosa; un secondo offerto gratuitamente a chi avesse già qualche competenza paleografica con una serie di 10 lezioni monografiche che spaziavano geograficamente e cronologicamente. Le trecento iscrizioni per questa seconda proposta hanno portato a duplicare il corso in due giorni (lunedì e giovedì).

A queste proposte hanno fatto seguito un corso di introduzione all’uso del software Classical Text Editor per approntare le edizioni critiche e un laboratorio estivo per lavorare sulle inedite lettere papali ricevute e conservate dalle Clarisse del monastero di S. Tommaso di Monte Santo, od. Potenza Picena (xiii-xv secolo). Ecco un prospetto dei corsi:

Incoraggiati dall’esito inaspettato si è proposto un calendario di proposte formative molto più articolato e scandito dai mesi di ottobre 2020 a giugno 2021:

euristica digitale

laboratorio di edizione fonti giudiziarie

laboratorio di edizione fonti liturgiche

Notariato medievale italiano

Access per umanisti

Laboratorio di paleografia e storia

Paleografia pratica superiore 2021

Avviamento allo studio del libro antico a stampa

Avviamento all’uso di Classical Text Editor

Questo il grafico delle presenze ai corsi

Si sono organizzate all’interno dei vari corsi anche delle lezioni pubbliche aperte a tutti tramite iscrizione gratuita, come la lezione di Attilio Bartoli Langeli, La confessione autografa di una strega: Bellezza Orsini, 1528 o quella di Maria Grazia Nico, Stregoneria, processi, statuti. Un “racconto” perugino, o anche Margaret Connolly e Rachel Hart  (Università di St. Andrews), Panorama delle scritture in uso in Inghilterra e in Scozia dall’XI al XVI secolo.

Il Centro Studi, inoltre, usufruendo delle tecnologie messe insieme per i corsi SpeS, dall’inizio dell’anno ha organizzato mensilmente presentazioni a distanza di volumi appena stampati, offrendo un ennesima occasione di approfondimento culturale e formazione. Tutte le presentazioni possono essere recuperate tra i video della nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/CSSRV .

Una missione, dunque, quella del Centro Studi Santa Rosa onlus, di “speranza” e di ripresa in questi mesi complicati, una missione di sostegno alla cultura e alla formazione di tutti senza distinzioni: la speranza anche per noi è quella di poter continuare, e sempre meglio, poter essere una punto di incontro e di vera promozione culturale.

 

 

Inaugurazione cappella delle reliquie

a cura di Filippo Sedda

 

Voglio raccontarvi una storia. La storia delle reliquie del monastero di santa Rosa.

Sarà capitato a più di qualche archivista – soprattuto di enti ecclesiastici –  ritrovarsi sommerso da scatole contenenti encolpi e reliquie di vario genere, armadi con busti e cassette variamente decorate o con cassetti pieni di autentiche conservate più o meno adeguatamente.

Una serie di felici coincidenze hanno consentito non solo di recuperare, restaurare, catalogare, ma persino di riposizionare in una mostra permanente e in uno spazio dedicato e che valorizzasse queste suppellettili sacre, oggetto di devozione secolare e pure di grandi controversie.

Mercoledì 23 giugno alle ore 16 si inaugurerà la cappella delle reliquie alla presenza del vescovo di Viterbo S. E. R. mons. Lino Fumagalli.

Dopo una prima esposizione nel settembre 2012 in una mostra titolata “Dalle reliquie alla Reliquia. La santità di Rosa visibile e tangibile”, dedicata in particolare alle reliquie della santa viterbese, si è avvertita la necessità di porre mano al ricco materiale conservato presso il monastero.

La lungimiranza della direttrice dell’archivio, la dott.ssa Eleonora Rava, fu di affidare all’opera paziente della dott.ssa Anna Proietti la schedatura attraverso un database realizzato da Giuliana Falchi e dalla stessa direttrice per consentire la descrizione di tutti i pezzi conservati sia nel loro aspetto materiale sia per quello documentario, ossia le cosiddette “autentiche”. Esse sono documenti redatti dall’autorità religiosa muniti di firma e timbro, con cui si dichiara che la reliquia è appunto autentica.

Nel 2019 si è potuto, quindi, organizzare una seconda mostra dal titolo: “Fede e devozione. Le reliquie del monastero di santa Rosa”.

Nel medesimo tempo il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo ha iniziato una proficua collaborazione con i laboratori di restauro dell’Università della Tuscia per mezzo della prof.ssa Paola Pogliani. Fornendo i materiali necessari con i contributi ottenuti con il 5 x mille dato al Centro Studi, i restauratori Giorgio Capriotti, Sabrina Sottile, Lorenza D’Alessandro, Cristina Caldi e naturalmente gli studenti si è riuscito a restaurare e studiare i pezzi più particolari conservati presso il monastero.

Ciascun pezzo è stato aperto sotto la supervisione di don Roberto Bracaccini, segretario del vescovo di Viterbo, per poter consegnare ai restauratori il contenitore delle reliquie da poter essere restaurato. Alla fine del lavoro don Roberto ha ricollocato ogni reliquia nella sua sede apponendo un nuovo sigillo di autentica.

L’ultimo atto di questa storia è stato trovare un luogo adeguato per riporre questi oggetti della devozione, almeno quelli più belli e significativi. Sr. Francesca Pizzaia, responsabile della comunità delle Alcantarine che oggi svolgono il loro apostolato presso il santuario di S. Rosa, su sollecitazione del vescovo Lino Fumagalli, ha voluto riservare uno spazio attiguo al salone del Quattrocento per riporre in modo permanente alcune di queste reliquie. Una stanza solcata da un arco a sesto acuto come a richiamare una cappella, la cappella delle reliquie. Tutto questo si è potuto realizzare anche con il contributo finanziario della Fondazione Carivit che ha permesso di rifare l’impianto delle luci, recuperare alcuni vecchi armadi chiusi con vetri sotto la sapiente guida dell’ing. Paolo Paganucci.

Grazie a questa sinergia e collaborazione tra istituzioni, grazie al coordinamento di competenze  diverse e di volontari oggi le reliquie del monastero di S. Rosa sono offerte nuovamente alla devozione dei fedeli, ma potranno anche essere ammirate in quanto veri oggetti d’arte e compresi attraverso un percorso espositivo e didattico di didascalie e pannelli.

Locandina

Galleria di immagini

Dalla carta al rame: vita quotidiana nel monastero di S. Rosa tra XVIII e XIX secolo

a cura di Chiara Sassi

Anche quest’anno le porte del Monastero di Santa Rosa si sono aperte a noi lasciandoci scoprire un tesoro inaspettato, o meglio, dimenticato. Tanto c’è ancora da raccontare riguardo a quel tesoro: poco alla volta lo tireremo fuori e ve lo mostreremo, come un bel panorama che si svela a noi man mano che ci avviciniamo.

La scelta del tema per la sesta edizione di La Notte degli Archivi, l’evento organizzato nell’ambito di Archivissima 2021, è nata spontaneamente a seguito dell’interessante progetto finanziato dalla Regione Lazio volto a valorizzare il patrimonio archivistico e storico custodito nel monastero, portato avanti dalla direttrice dell’archivio Eleonora Rava, dalla professoressa Paola Pogliani, dalla dottoressa Gloria Gubbiotto e dalla sottoscritta.

Il lavoro ha preso le mosse dalla schedatura analitica degli oggetti, a lungo rimasti accatastati in alcune sale inutilizzate del monastero, appartenenti agli ambienti della cucina e della mensa: utensili dalle forme e dai materiali più disparati, riconducibili a epoche diverse, impiegati nella vita quotidiana dalle monache di clausura.

Grazie al futuro Museo della Quotidianità, gli oggetti più rappresentativi, alienati per anni dal loro contesto, torneranno ben presto a “parlare” con il nuovo allestimento che occuperà i locali un tempo destinati alle cucine quattrocentesche.

Il valore di un manufatto viene ulteriormente impreziosito dal ritrovamento di una testimonianza diretta riguardante il suo utilizzo all’interno delle fonti archivistiche. Ecco perché la base di partenza del nostro lavoro è stata proprio l’attribuzione di una funzione agli utensili ritrovati e, ove possibile, di una datazione grazie allo studio dei camerlengati presenti all’interno dell’archivio, che coprono il periodo compreso tra il 1746 e il 1839. Inoltre, ai fini della ricerca, è risultata utile la presenza delle iniziali incise sulle stoviglie in rame e dipinte sui manufatti in ceramica, probabilmente parte del “corredo” personale delle monache all’interno delle mura claustrali; alcuni oggetti erano addirittura provvisti anche di data.

La scelta dei camerlengati, fonti spesso non molto apprezzate, ma che al contrario custodiscono informazioni preziose sullo scorrere del tempo dentro le mura monastiche, ha svelato quella che doveva essere l’organizzazione dei pasti quotidiana e di tutto ciò che vi ruotava attorno. Quest’ultima rientrava, insieme alla gestione del vitto e alla “quadratura dei conti”, tra i compiti principali svolti dalle camerlenghe, aspetto che emerge in maniera sistematica dalle carte prese in esame.

Cos’è quindi questo testo dal nome così importante? Il camerlengato è una sorta di diario compilato quotidianamente dalla camerlenga con tutti i dati che riguardavano i pasti consumati dalle monache e, più raramente, dalle educande e dalle novizie. Oltre alla lista degli alimenti si riportavano giornalmente anche le quantità e i costi degli stessi.

Il lavoro di compilazione era così metodico da annotare, alla fine di ogni mese e di ogni anno, una lista completa degli acquisti effettuati durante il periodo appena concluso e, ancora, un resoconto delle scorte alimentari “in avanzo” in quel momento, con l’indicazione dei rispettivi pesi e costi, e degli utensili o delle stoviglie presenti nelle cucine con riferimento al numero di pezzi, chiamato “Provisioni che si lassano in dispensa”.

Leggendo quelle righe ordinate e sistematiche, quelle liste così puntuali, non è difficile immaginare l’affaccendarsi delle monache per gli stanzoni freddi del monastero, sentire il rumore del pentolame durante la preparazione dei pasti per una comunità numerosa com’era nel XVII e XVIII secolo e incanalarsi nei corridoi quell’intenso profumo di spezie, prima fra tutte la cannella, così tanto apprezzate e ricorrenti nelle loro ricette.

Lo scandire del tempo era accompagnato, inoltre, da diversificate attività manuali, anch’esse testimoniate dagli strumenti ritrovati nelle soffitte. Una collezioni di foglie e petali che farebbe invidia a un botanico, se non fossero di stoffa. La maestria nel ricreare minuziosamente ogni piccolo elemento costitutivo di quei meravigliosi prodotti che la natura ci regala era una prerogativa delle abitanti del monastero di Santa Rosa.

Stoffa, cera, strisce di carta: semplici materiali si trasformano in veri e propri capolavori nelle mani sapienti delle nostre monache.

Guardandosi attorno in quelle stanze ricche di storia, ogni cosa è una conferma di quanto questa produzione fosse assidua e viva al tempo e come molto di quel sapere sia giunto fino ai giorni nostri.

A lavoro ultimato, le immagini di queste tracce del passato erano divenute per noi così vive e “quotidiane” da sembrare doveroso mostrare ciò che i nostri occhi, giorno dopo giorno nel corso degli ultimi mesi, avevano potuto scoprire e ammirare perché diventasse un patrimonio condiviso.

La grande passione e l’interesse dimostrato dall’ing. Paolo Paganucci per questo progetto hanno rappresentato la conclusione ideale: il suo video ha reso fruibili le nostre idee, ridando vita a quegli oggetti inanimati…

Si tratta solo di un altro capitolo della storia di questo piccolo mondo lasciato in ombra per troppo tempo, le cui porte si sono finalmente aperte per svelare a tutti ciò che per anni è stato a beneficio di pochi.

A questo punto non ci resta che augurarvi una buona visione!

Laboratorio estivo: Documenti pontifici

Il Laboratorio si propone di introdurre alle tecniche, ai metodi, alla cultura dell’edizione delle fonti documentarie mediante un corso intensivo, che prevede un lavoro pratico con alcuni approfondimenti tematici. L’oggetto di studio sono le lettere papali ricevute e conservate dalle Clarisse del monastero di S. Tommaso di Monte Santo, od. Potenza Picena (XIII-XV secolo), inedite.

Destinatari: chi ha una buona conoscenza del latino e della paleografia

Date: 6-10 settembre 2021, ore 9.30-12.30 / 15.30-17.30

Modulo iscrizione: https://forms.gle/vjZAbxLFfQbCuqaw7

Scadenza: 25 agosto 2021

Come: a distanza

Di seguito il dettaglio del bando. 

Vedi anche Laboratorio estivo “Edizione Statuto di Castro”.

Una esplosione inspiegabile

a cura di Paolo Paganucci

Nell’archivio del Monastero di S. Rosa da Viterbo, oltre a documenti di chiara e riconosciuta importanza  storica, ci sono anche degli scritti, memorie e appunti, redatti  nel corso dei secoli dalle monache in occasione di eventi e fatti degni di nota o che hanno turbato e sconvolto il sereno scorrere del loro tempo.

In questo articolo si vuole far conoscere una relazione della metà del XVIII secolo, costituita da poco più di due pagine e senza firma, che dopo un’ampia descrizione di alcuni locali del piano primo, adiacenti alla chiesa e posti sopra un porticato con colonne in peperino, in cui tra l’altro si trovava l’archivio, entra nel vivo del fatto narrando: “Contigua a detto archivio era un’altra stanza non addetta ad alcun uso ed in essa serbavasi libre 85 di polvere, entro due conche di rame, destinata a fare lo sparo de mortaretti in occasione delle feste solenni“.

Con questi presupposti e rammentando che 85 libre di polvere da sparo corrispondono a circa 29 kg , veniamo all’incidente.

Nel dì 6 del corrente marzo 1751, giorno dedicato alla preziosa morte della santa ed appunto compiono il quinto secolo del di lei felice passaggio alla gloria, circa le hore 21, stando quasi tutte le religiose nella chiesa interiore, per andare secondo il costume  al bacio dei piedi d’essa  Santa, e mentre gran parte di esse, avendo terminato la pia funzione passavano o al parlatorio o alla cantoria suddetta a grate superiori della Chiesa, si sentì all’improvviso un orribile strepito, che in quel subito fu creduto  terremoto, ma ben presto apparvero le fiamme che sboccarono  da una delle grate superiori della Chiesa, e dalla grata del suddetto parlatorio.

Immediatamente con grande fracasso rovinarono i muri e si riconobbe, che accesasi, non si sa come la polvere suddetta  era rovinato il pavimento di quella stanza, le pareti  a destra  ove stava l’Archivio, ed a sinistra, i soffitti superiori di detta  stanza insieme col tetto e la metà del pavimento  del dormitorio,  per cui passavasi  alle medesime grate superiori della Chiesa;  restò in più parti conquassato il muro sostenuto e piantato sopra esse  colonne peperine che formano il portico, ed  altresì  l’altro muro, che divideva le stanze del dormitorio; balzato uno stipite di peperino della finestra dell’Archivio,  slogati gli atri stipiti delle finestre di esse pareti, ed in fine fracassati tutti i vetri delle sei lunette del portico, e delle altre finestre tutte corrispondenti al detto claustro, e nel Parlatorio medesimo, benché in molta distanza fossero.

In detta rovina restò  ancor sepolto e conquassato il credenzone ove conservasi le scritture tutte e libri dell’archivio sopradetto le quali però intatte ed illese sono state interamente ritrovate e dissotterrate.

Fù inesplicabile lo spavento cagionato nelle religiose in si funesto  successo,  mentre tre di esse allora eran per uscire dalla Chiesa interiore per passare al suddetto portico ed sentivansi  inspirare a retrocedere ed in tal dubietà o di aspettare o di andare avanti sospese, vidersi avanti gli occhi cadere il pavimento.

Tre altre religiose e due educande stavano alle grate del parlatorio e si videro all’intorno circondare dalle fiamme, che quindi sboccarono all’aria aperta. Un’altra educanda volendo entrare nella cantoria della Chiesa appena vi pose dentro il piede, che sentì violentemente sospingersi  la porta alle spalle  e voltatasi vide le fiamme e la ruina delle pareti, presso le quali allora era passata.

Niuna però di esse per grazia del Signore, restò offesa in minima.

Non può immaginarsi  la ragione di tal incendio, poiché sol tanto il 4 marzo era stata aperta la suddetta stanza per consegnare la polvere al bombardiero per gli spari soliti a farsi  in occasione della festa della Santa, ma poi subito serrata,  venia  la chiave ritenuta dalla M. Abbadessa, senza che alcuno più potesse penetrarvi.

Inoltre le stanze medesime rovinate erano lontane da tutte le officine e luoghi ove si custodisce il fuoco: la porta e finestra di detta stanza, ov’era la polvere eran ben chiuse.

In somma capirsi non può in qual  modo essa polvere si accendesse.

I rami di santa Rosa: esposizione

Una nuova esposizione presso il Monastero di Santa Rosa prende il via il 22 maggio fino al 22 agosto 2021. Si tratta delle lastre calcografiche in rame (e due in ottone) utilizzate per stampare i miracoli di Rosa sui cuscinetti in stoffa. Questi, una volta messi a contatto con il Corpo Santo, divenivano reliquie da contatto. Le medesime lastre erano utilizzate anche per stampare su carta santini e immagini devozionali.

Per prenotare delle visite guidate scrivere a guide@centrostudisantarosa.org.

Workshop finale del laboratorio di edizione fonti liturgiche

A conclusione del laboratorio di edizioni di fonti liturgiche i partecipanti al laboratorio, insieme a qualche invitato esterno, propongono un seminario di approfondimento delle fonti analizzate, dei metodi utilizzati e delle indagini storiche sull’ufficio liturgico di Santa Rosa da Viterbo.

Il workshop si terrà sabato 19 giugno, la mattina dalle ore 9.30 alle ore 13.00 e il pomeriggio dalle ore 15.00 alle ore 17.00.
Chi lo desidera può partecipare al seminario attraverso la piattaforma Zoom, iscrivendosi gratuitamente a questo link.

  

Il monastero e la città nel XV secolo.

Leonarda Bonsignori è la vincitrice della seconda borsa di studio “S. Rosa”, bandita dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus con il contributo dell’Università della Tuscia, del Comune di Viterbo, della Fondazione CARIVIT e del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa da Viterbo e con il patrocinio gratuito della Provincia di Viterbo e della Diocesi di Viterbo.

La giovanissima studiosa ha proposto una ricerca dal titolo: «Il monastero e la città. Proprietà, amministrazione e territorio nelle carte di Santa Rosa di Viterbo tra XV e XVI secolo».  

 Intorno alla seconda metà del XV secolo, la nuova sensibilità rinascimentale per l’arte ed il decoro urbano, i proventi derivati dal transito dei pellegrini e l’azione munifica di alcuni papi favorirono il rilancio dei maggiori monasteri viterbesi. Il caso di Santa Rosa risulta in questo senso emblematico. Se nel 1415 la comunità religiosa era arrivata a contare appena cinque monache (un numero talmente basso da indurre le autorità comunali a deliberare circa la soppressione del monastero), a partire dal 1437 si assiste ad un graduale processo di ripresa, in termini economici e numerici, culminante nel 1450. Il Giubileo indetto per quell’anno, si rivelò determinante per la fortuna del monastero, non solo perché i pellegrini promossero il culto di Rosa al di fuori del contesto locale, ma soprattutto per le generose elemosine, che fruttarono circa 5000 ducati d’oro alla comunità religiosa. La somma, inizialmente causa di controversie con il Comune (che intendeva appropriarsene per portare a termine il processo di canonizzazione di Rosa), fu infine destinata ai lavori di ristrutturazione ed abbellimento del complesso monastico. Sempre in questo periodo, il monastero iniziò ad estendere il suo patrimonio fondiario, inserendosi pienamente nella vita economica della città. Tale fortuna andò esaurendosi nel corso dei primi decenni del Cinquecento, «ob defectum elemosinarum» (per mancanza di elemosine) e poiché, in seguito all’acquistato prestigio, la comunità era diventata così numerosa da renderne difficoltoso l’approvvigionamento.

Proprio negli anni di massimo splendore del monastero fu composto un registro, depositato presso il medesimo archivio conventuale, contenente quindici documenti (di cui nove originali e sei copie autenticate). Il contenuto eterogeneo del registro offre l’occasione per approfondire interessanti spunti tematici, legati alla vita economica del monastero e alla sua progressiva affermazione nel contesto urbano ed agricolo viterbese.

Tra questi documenti, infatti, si trova un inventario dei beni immobili del monastero, che consente di ricostruirne il patrimonio fondiario, oltre a restituire un panorama delle colture e delle tecniche praticate. Un altro argomento di interesse riguarda la gestione delle risorse idriche e degli impianti molitori, spesso causa di controversie tra le monache e altri membri della comunità viterbese. Ad esempio, si legge di una disputa nata tra le monache e i priori per i diritti sulle acque del Respoglio o di un compromesso tra il monastero di S. Rosa e quello di S. Francesco relativo alla spartizione di territori e risorse idriche nel territorio di Respampani. Si trovano, infine, vari contratti di enfiteusi a piccoli agricoltori, contratti di vendita di terreni, permute e donazioni. Tutti documenti che dimostrano come, in questa fase, la comunità di santa Rosa riuscì ad inserirsi vivacemente nella vita economica locale, ricorrendo perfino al tribunale pur di far valere le proprie prerogative.

Leonarda Bondognori si propone di curare l’edizione di questo registro ad oggi ancora inedito e di inserire il suo contenuto documentario nella vita quattrocentesca del monastero, rispetto ai suoi rapporti con le istituzioni cittadine e alla sua progressiva affermazione economica nel contesto locale.

La rosa perseguitata

Seconda Parte: Sulle tracce di santa Rosa in Messico a cura di Stefano Aviani Barbacci

Vai alla prima parte.

Nell’immagine di copertina:

Santa Rosa da Viterbo che fu a Colón con le Rositas portata in processione a Querétaro

La storia delle Rositas inizia il 23 Aprile del 1670 con la decisione della vedova Antonia de la Encarnación de Herrera e delle figlie Francisca de los Ángeles, Clara de la Asunción e Gertrudis de Jesús y María di dedicarsi a una vita di preghiera e servizio, accogliendo bambine orfane nella propria abitazione. Nel 1702 il francescano José Díaz formalizza una regola per la vita comune e fa di Francisca de los Ángeles (1674-1744), mistica e veggente fin dall’età di 5 anni, la prima responsabile di un Beaterio destinato a diventare in breve tempo il Colegio e poi il Real Colegio di Querétaro, tra le più importanti istituzioni religiose nella storia del Messico. In grado di leggere e scrivere, Francisca ci ha lasciato una corrispondenza di centinaia di lettere (in parte ancora inedite) di straordinario interesse per chi voglia indagare la religiosità dell’epoca del Virreinato e la fede appassionata di una giovane creola che Ellen Gunnarsdottir, nel suo “Mexican Karismata” (2004), definisce un sorprendente “intreccio di ortodossia tridentina, spiritualità medievale e cultura popolare messicana”. Questo mondo sarebbe in larga misura scomparso con le “Leggi di Riforma” promulgate, tra il 1855 e il 1860, da governi determinati a recidere ogni elemento di continuità con l’epoca novohispana e a cancellare la persistente influenza della Chiesa cattolica nella vita del popolo messicano. L’applicazione intransigente di tali leggi alimenterà un conflitto latente tra élite e popolo, destinato ad esplodere nel 1926 con l’insurrezione cosiddetta dei cristeros.

Nel 1863 le Rositas sono espulse dal Colegio de Santa Rosa de Viterbo per effetto della Ley de Nacionalización de los Bienes Eclesiásticos (del 12 Giugno 1859). Ciò nonostante, si trattengono a Querétaro ancora per quattro anni, dapprima sistemate nel Convento de Santa Clara (ora confiscato, ma che era stato tra i più importanti del periodo novohispano) e poi riabitando alcuni locali caduti in rovina del Colegio de Santa Rosa de Viterbo. In questo periodo accolgono ancora 5 novizie. Nel 1867 i repubblicani di Benito Juarez espugnano Querétaro dopo un duro assedio e fucilano l’arciduca Massimiliano d’Asburgo (Imperatore del Messico dal 1864 al 1867). A tutti i religiosi è imposto di abbandonare la vita consacrata e disperdersi. Preparatesi da tempo a questa eventualità, le più giovani tra le Rositas si incamminano lungo il sentiero che attraversa la Sierra Gorda, determinate a ricominciare altrove la vita di comunità. Le guida Madre Teodosia (María Teodosia de la Conceptión). Sarà una vera epopea, attraverso una regione montuosa e selvaggia, dovendo evitare i luoghi più frequentati e le pattuglie dei militari, camminando scalze lungo le mulattiere sassose, dormendo all’addiaccio e talora sotto la pioggia, soffrendo la fame e la sete… Sfinite, giungono infine a Tolimanejo (oggi Colón) il 15 Settembre 1868 (la data è riportata in un manoscritto di Madre Teodosia del 1904) dove sono soccorse dalla popolazione. Tre di loro si ammalano e perdono la vita. Alcune altre proseguono per stabilirsi a Cadreyta, presso la locale Capilla de laInmaculada Conceptión.

Cacciata di Rosa da Viterbo, dalla “Vida de Santa Rosa da Viterbo” di José de Nava

In un periodo successivo è inviata loro da Querétaro una raffigurazione scultorea di Santa Rosa da Viterbo (come venne riferito da Madre Paz al giornalista José Manuel Escobedo, il 4 Maggio 1987), preziosa opera della fine del XVII secolo o dell’inizio del XVIII, vestita di un abito di broccato e con al collo un prezioso medaglione con l’immagine della Vergine Addolorata. Giungono anche alle Rositas una statua di San Francesco d’Assisi e un Bambin Gesù, della seconda metà del XIX secolo, lavoro di un ebanista di Città del Messico. Si svolge di nuovo il “capitolo” e la vita religiosa prudentemente riprende nell’epoca in cui Porfirio Diaz governa il Paese (1872-1911). Il suo governo non abroga le leggi anticlericali preesistenti, ma (essendo la moglie cattolica) si astiene dal richiederne una rigida applicazione. Tolimanejo (già missione francescana col nome di San Francisco di Tolimanejo) viene unita alla vicina Soriano (già missione domenicana col nome di San Domingo de Soriano) e alle haciendas di Zamorano e Ajuchitlán dando luogo a una medesima parrocchia dal 1825 e ad un medesimo municipio, col nome di Colón, dal 1885. Il convento delle Rositas è prossimo alla parrocchia, con un terreno riservato per le sepolture nel vicino cimitero di San Francesco. La regola torna quella dell’epoca di Querétaro che prevede la clausura (nei limiti delle concrete possibilità) e un tunnel permette loro di attraversare la strada per recarsi, non viste, nella chiesa parrocchiale di San Francesco. Tra le novizie che entrano nel periodo colonense: Maria de la Paz (Madre Paz), al secolo Pomposa Garduño (Orduño in alcune fonti), nata il 19 Settembre 1875 ad Amealco, professa nel 1893 (a 18 anni).

Si era già deciso di accogliere solo quelle giovani che consentissero di tener fermo il numero di 12-13. Dopo il 1913 la vita religiosa in Messico precipita ancora in una condizione di precarietà estrema. Una mostra allestita nel Marzo del 2019 a Querétaro ricorda le difficili circostanze di quel periodo e riferisce al 1918 l’ultimo ingresso di una novizia nella comunità (senza più alcuna possibilità di indossare l’abito). Una casseruola di rame e le paginette sgualcite di un ricettario documentano una produzione di dolci (tra i quali i canditi preparati con frutti selvatici raccolti sui monti di Zamorano) la cui vendita consentiva alle Rositas di sopravvivere. Di grande interesse storico il manoscritto titolato: “Copia de las Constituciones del Colegio de Santa Rosa de Viterbo”, iniziato, come si legge in calce, il 26 Maggio del 1867, poco prima dell’abbandono di Querétaro. Agli inizi degli anni ’20 la vicenda di quella comunità è ormai prossima a concludersi dato che, come rievoca Rosa María Cabrera Ruiz nel suo “El ciclo de vida de un espinoso rosal” (2017), la Guerra Cristeranon avrebbe risparmiato quel municipio e l’inasprirsi della persecuzione avrebbe causato infine l’estinguersi di quella secolare e significativa esperienza di vita religiosa.

La Guerra Cristera (1926-1929) inizia quando la politica anticattolica raggiunge il suo acme sotto la presidenza del massone Plutarco Elías Calles (1877-1945), uno dei generali che avevano contribuito alla sconfitta di Francisco “Pancho” Villa nel 1915. Dal 1924 Calles domina il Paese con pugno di ferro. Il suo partito si definisce dapprima “laburista” e poi “rivoluzionario istituzionale”. Intransigente fautore di una politica cosiddetta “modernizzatrice”, Calles guarda con simpatia alla neonata Unione Sovietica, ma al tempo stesso si procura l’appoggio degli Stati Uniti in cambio di concessioni sullo sfruttamento del petrolio di cui il Messico si scopre ricco. Di nuovo a rischio d’esser catturate, le ultime Rositas lasciano il convento (oggi in via Francisco I, Madero n. 122) il 19 Dicembre del 1926. Alcune tornano ai propri villaggi, altre trovano rifugio presso le famiglie del luogo. Due sacrestani sono già stati fucilati e chi le accoglie sa bene che i federales passano per le armi non solo i religiosi, ma chiunque li aiuti… Alessandro Finzi, nel suo Santa Rosa in Messico” (2006), riporta un episodio emblematico al riguardo (già riferito da Madre Paz alla signora María de la Luz Gutiérrez Zarazúa che le era stata vicina negli ultimi suoi anni di vita): “una volta le fermò un gruppo di soldati, ma quando questi videro Madre Guadalupe (María de Guadalupe Becerra, di Pinal de Zamorano, l’ultima priora della comunità) con il Bambin Gesù avvolto in uno scialle, il Capitano disse: ‘Lasciatele andare, hanno un bambino in braccio’ (ogni volta che uscivano portavano con loro il Bambin Gesù) e per questo si salvarono”.

Il 4 Febbraio 1928, Colón insorge. Un centinaio di miliziani, al seguito del comandante cristero Manuel Frías, si radunano presso il Rancho El Derramadero per filtrare poi tra le case imbracciando fucili máuser (come da una testimonianza). L’impresa riesce e i ribelli si impadroniscono del municipio. Al fianco di Frías vi sono eminenti colonensi coinvolti nella causa degli insorti. Percorrono insieme la via principale (che oggi è il Corso Michoacán) applauditi dalla popolazione e le campane di Colón suonano a festa per salutare la liberazione. Raggiungono infine la popolare Basilica de Soriano, nella parte della città conosciuta ancor oggi come Soriano de Colón. Il santuario accoglie un’immagine sacra assai venerata e cara alle stesse Rositas, quella di Nuestra Señora de los Dolores. I ribelli vi entrano per ringraziare e rendere omaggio a quella che popolarmente è conosciuta come “la Dolorosa”. I cristeros si considerano un esercito regolare, l’Esército Nacional Libertador, costituitosi in difesa della libertà religiosa e per la salvezza del Paese dalla tirannia. La loro bandiera si ispira a quella portata in battaglia da Emiliano Zapata negli anni ’10, con la Vergine di Guadalupe e i colori del Messico. Colón tornerà sotto il controllo dei governativi solo il 19 Luglio del 1929, un mese dopo la firma degli accordi (i cosiddetti “arreglos”) che mettono fine alla Guerra Cristera. Un gruppo di guardias blancas, sostenute dalla popolazione locale, continuerà ad operarvi contro i governativi fino al 1940.

Il “Niño Dios de las Rosas” che appartenne alle Rositas, oggi a Soriano de Colón

Dopo la guerra, espropriato il convento, Madre Paz e Madre Guadalupe devono recarsi a Città del Messico per lavorare e mettere insieme il denaro sufficiente a comprare una nuova casa. Troveranno una modesta sistemazione (tre stanze, una cucina e un orto) a Soriano di Colón e sarà dunque questo il luogo del loro ultimo esilio. Questa circostanza appare sorprendente, essendo stata Santa Rosa da Viterbo, nel 1251, esiliata lei stessa in un luogo di nome Soriano, oltre i monti Cimini del viterbese. Li si stabiliscono la Madre Guadalupe e la Madre Paz, con Madre Luz [Si tratta di Maria de la Luz de Olvera, di Ajuchitlán, morta a Colón in fama di santità e di cui Madre Paz testimoniò di aver ritrovato il corpo incorrotto e profumato al momento della sepoltura di Madre Guadalupe (Madre Luz era stata sepolta nel medesimo luogo 10 anni prima)], Madre Cholita e la signorina Celestina, che vive con loro pur non essendo professa. Qualcun’altra è tornata ai villaggi d’origine. Madre Paz è quell’ultima Rosa di cui narra il sociologo e giornalista queretano José Felix Zavala nel suo “La última Rosa: Pomposa Garduño” (2011). Rimasta sola, assistita da quella medesima famiglia Gutiérrez che l’aveva nascosta negli anni della Guerra Cristera, Madre Paz muore nel 1987 alla veneranda età di 112 anni: 317 anni dopo la nascita del Beaterio de Santa Rosa de Viterbo. Per sua volontà, la statua di Santa Rosa da Viterbo era già tornata a Querétaro nel 1985, quella del Bambin Gesù (con la quale Madre Paz amava confidarsi e parlare) si trova invece a Soriano de Colón, nella medesima Basilica de la Virgen Dolorosa dove restava esposta alla devozione dei colonensi nei giorni compresi tra il 24 Dicembre e il 6 Gennaio, inserita tra le altre figure del Presepe. Il Bambin Gesù grazie al quale Madre Guadalupe aveva avuto salva la vita lo si conosce oggi come “el Niño Dios de las Rosas” e gli si attribuiscono molti altri miracoli. Madre Paz è rimasta a Soriano di Colón, sepolta in una delle cappelle del Santuario de la Dolorosa, vicina dunque al “suo” bambino.