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Offerta formativa 2022-2023

Per l’anno accademico 2022-2023 la Scuola di Paleografia e Storia e il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus hanno organizzato un fitto calendario di corsi e laboratori online e in modalità mista. Tutti i partecipanti ai corsi varanno accesso alla piattaforma di e-learning e-SPeS, dove saranno caricati i materiali didattici e le registrazioni delle lezioni. Inoltre coloro che avranno frequentanto almeno il 75% delle lezioni riceveranno un attestato di partecipazione.

Ecco l’elenco dei corsi in partenza a gennaio 2023. I dettagli di alcuni corsi sono ancora in fase di definizione; dopo la pubblicazione, il titolo del corso si colorerà di rosso. Cliccando su ciascun titolo, verrete reindirizzati alla pagina dedicata con tutte le informazioni sul programma, sul calendario e sulle modalità di iscrizione.

Inverno 2023

  • Avviamento al manoscritto miniato: Il corso intende introdurre i partecipanti alla conoscenza del libro miniato, servendosi di un approccio pratico per consentire di riconoscere le varie tipologie illustrative, la classificazione e la descrizione delle miniature. Le lezioni si svolgeranno mercoledì dalle 17.00 alle 18 e 30, dal 25 gennaio al 22 marzo.
  • Franciscan Sources 2023: In vista dei prossimi centenari francescani, che culmineranno negli 800 anni dalla morte (1226) e della canonizzazione (1228) di frate Francesco, la SPeS lancia il secondo ciclo interamente gratuito di seminari dedicati a tutte le fonti bio-agiografiche, cronache, compilazioni e documenti legati al Santo. I seminari del 2023 partiranno il 13 gennaio per un totale di sei appuntamenti a cadenza mensile
  • Paleografia pratica base: Il corso intende introdurre neofiti della paleografia alla lettura di varie scritture attinte da varie tipologie documentarie dal XI al XVI secolo. Le lezioni avranno un approccio prevalentemente pratico e saranno accompagnata da esercitazioni a casa.

Autunno 2022

  • Avviamento allo studio del manoscritto: anche quest’anno è riproposto questo corso il cui fine è quello di fornire ai partecipanti gli strumenti delle discipline del libro, in particolare della codicologia, per introdurre alla catalogazione specialistica dei codici medievali. Il corso, tenuto da Adriana Paolini, si svolgerà ogni martedì dalle 17.00 alle 19.30 dal 28 settembre al 30 novembre 2022.
  • Arte e scrittura, rivolto a tutti coloro che operano a vario titolo e differente grado nel campo della storia dell’arte e del restauro. Il corso, tenuto da diversi docenti, si svolgerà in modalità mista, online e in presenza (presso l’Istituto di Norvegia in Roma) dal 3 ottobre al 28 novembre 2022, dalle ore 16.00 alle ore 18.00.
  • Workshop di paleografia musicale: si tratta di un laboratorio pratico, tenuto da Laura Albiero e Alessandra Ignesti, volto all’analisi approfondita di alcune notazioni neumatiche o di transizione e all’edizione di testi liturgico-musicali e al lavoro diretto sulle fonti. Si svolgerà ogni martedì dalle ore 17 alle ore 19.00, dal 11 ottobre al 13 dicembre 2022.
  • Catalogazione pratica per il libro antico. Strategie e consigli: il corso intende sviluppare (e/o far accrescere) quelle modalità e buone pratiche di indagine sull’esemplare necessarie prima di passare alla catalogazione vera e propria; si svolgerà in modalità intensiva sabato 15 e 29 ottobre, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 17.30.
  • Incunaboli: descrizione e valorizzazione: il corso, teorico e pratico con esercitazioni online, mira a fornire strumenti di base per la descrizione degli incunaboli. Sarà diviso in cinque lezioni, che si svolgeranno tra il 14 ottobre e il 25 novembre 2022 dalle ore 17.00 alle ore 19.00.
  • Avviamento alle fonti liturgiche: si tratta di un laboratorio annuale, a cadenza mensile, che si svolgerà dal 28 ottobre 2022 al 23 giugno 2023 e che mira a introdurre i partecipanti alla conoscenza della liturgia medievale latina di rito romano.

I corsi continueranno anche nella primavera del 2023. Sono attualmente in programma:

  • Documenti, istituzioni e diritto;
  • Access per umanisti;
  • Avviamento all’uso di Classical Text Editor.

La lista è ancora provvisoria. Altre attività sono in corso di definizione e maggiori informazioni saranno disponibili nelle prossime settimane.

Se avete dubbi o domande sullo svolgimento dei corsi, consulate la nostra sezione FAQ!
Se invece siete interessati ad alcuni corsi svoltisi in passato, potete consultare la nostra sezione corsi on demand. 

Archivissima 2022: primo posto per il video realizzato dal CSSRV

Per il secondo anno consecutivo il video realizzato dal nostro Centro Studi per La Notte degli Archivi, organizzata nell’ambito dell’edizione del 2022 di Archivissima, è risultato tra i vincitori della Menzione di La Stampa per la realizzazione dei tre migliori video, posizionandosi addirittura al primo posto.

Un sincero grazie a tutti quelli che hanno collaborato alla realizzazione di questo progetto e a coloro che si occupano della conservazione, tutela e valorizzazione dell’Archivio generale della Federazione delle Clarisse Urbaniste d’Italia, la cui gestione è affidata al CSSRV.

Il video della proclamazione, a cura del vicedirettore de La Stampa Marco Zatterin, è disponibile a questo link.

Il video

Il filo conduttore dell’edizione di Archivissima 2022 è stato #change, il cambiamento. Per questa occasione attraverso il video dal titolo “Conservare il cambiamento. Cambiare la conservazione”, abbiamo deciso di narrare la storia dell’Archivio del Monastero di Santa Rosa attraverso i suoi documenti e i suoi inventari, fino al grande cambiamento nella gestione e nella conservazione della documentazione avvenuto nel 2017, quando l’Archivio è entrato a far parte dell’archivio di concentrazione della Federazione S. Chiara d’Assisi delle Monache Clarisse Urbaniste d’Italia, e al tempo stesso il Monastero è divenuto sede dell’Archivio generale.
Attraverso questo percorso per immagini, dalla voce di un singolo archivio giungeremo al coro delle voci di più archivi, che proprio attraverso il radicale cambiamento dovuto alla soppressione e al trasferimento della documentazione, sono ora pronte a narrare le storie di altre comunità.

Ricostruirsi intorno ad un tavolo

I progetti con i detenuti presso il carcere di Viterbo

Riportiamo l’intervento integrale tenuto dalla dott.ssa Eleonora Rava tenuto al convegno “Oltre la pena. Percorsi di accoglienza e inclusione nella realtà di Viterbo”, organizzato dal GAVAC (Gruppo Assistenti Volontari Animatori Carcerari) di Viterbo il 14 ottobre 2022. Si descrive le attività del Centro Studi con il carcere di Viterbo in questi ultimi anni.

Ringrazio gli organizzatori del convegno per averci invitato a comunicare la nostra esperienza all’interno del carcere di Viterbo.

Il Centro Studi Santa Rosa è un neofita in questo settore, potendo vantare solo qualche anno di attività all’interno del mondo carcerario, resa possibile grazie al coinvolgimento del nostro Centro a un progetto finanziato dalla Comunità Europa con una Marie Curie Individual Fellowship sul fenomeno della reclusione volontaria. I nostri interessi verso la popolazione carceraria erano a quel tempo esclusivamente di tipo culturale e scientifico: avere ‘esperti’ con cui confrontarsi su un tema di nostro interesse.

Il Centro Studi Santa Rosa nasce, infatti, come istituto di ricerca costituito da professionisti dei beni culturali (storici, paleografi e diplomatisti, archivisti, filologi, storici dell’arte) per la tutela del patrimonio storico artistico e documentario della Federazione S. Chiara delle Monache Clarisse Urbaniste d’Italia e in particolare del monastero di Santa Rosa. Oltre ad assicurare la gestione e la tutela del patrimonio della Federazione, svolge un’intensa e larga attività culturale, che si articola in convegni scientifici e divulgativi e iniziative di ricerca.

Dopo quel primo approccio con il mondo carcerario le cose sono cambiate e all’interno dell’attività di valorizzazione di questo ingente e ricco patrimonio delle Clarisse Urbaniste sono stati strutturati progetti dedicati a persone in condizioni difficili, in particolare i detenuti. Le persone detenute sono state coinvolte in due distinti progetti, uno di recupero delle attività artigianali tipiche del monastero di Santa Rosa, l’altro di edizione di testi manoscritti. Entrambi i progetti sono stati pensati per arricchire la formazione personale del detenuto attraverso percorsi esperienziali con valenza socioculturale; per favorire la libera espressione del detenuto oltre che per coinvolgere il detenuto in attività di studio e ricerca.

Il primo, Rose che sprigionano. Attività artigianali per l’integrazione sociale, è un progetto che si sta conducendo da due anni presso la Casa Circondariale di Viterbo. Il primo anno è stato finanziato dalla Regione Lazio e grazie al contributo ricevuto è stato possibile retribuire i 5 partecipanti; l’anno successivo e l’anno in corso sono invece stati finanziati dal Centro Studi e i detenuti esplicano una attività di puro volontariato. 

Il progetto Rose che sprigionano ha previsto e prevede incontri formativi e attività pratiche tese a insegnare ai detenuti lavorazioni tessili artigianali plurisecolari – in particolare quella della produzione di rose di seta reliquiari delle clarisse di Santa Rosa – che possano garantire loro, una volta tornati in libertà, una via di accesso al mondo del lavoro – per esempio nel settore di finiture per abiti di sartoria e di complementi d’arredo.

Le rose di stoffa prodotte dai detenuti vengono donate al monastero di Santa Rosa di Viterbo, dove entrano a far parte degli oggetti devozionali legati al culto della patrona viterbese, richiestissimi dai fedeli soprattutto in occasione della festa settembrina. In questo progetto sono attualmente coinvolti 16 detenuti dell’alta sicurezza.

Ogni persona detenuta ha trovato, con l’aiuto dei formatori, il proprio ruolo all’interno di questo progetto, mettendo in campo capacità manuali fino ad allora silenti. La progettazione e la costruzione di un oggetto ha portato ad una sempre crescente gratificazione personale e allo stesso tempo ha consentito a ciascuno di specializzarsi in un aspetto (colorazione dei petali, formatura delle foglie, montaggio della corolla, packaging, ecc.) sviluppando un forte senso per il lavoro di squadra. Questo è uno degli obiettivi principali raggiunti dal progetto. Le persone detenute sono diventate un gruppo di lavoro integrato. Ciascuno di loro ha acquisito un ruolo in una ideale catena di montaggio avendo cura di rispettare il lavoro degli altri e insegnare al compagno come migliorare la fase di lavorazione assegnata. Con grande spirito critico ognuno ha riconosciuto i propri limiti, ma ha soprattutto messo a fuoco le proprie capacità tecniche e artistiche sino ad allora perlopiù celate.

Con il secondo progetto, Esperienze di reclusione, si è inteso invece arricchire la formazione personale dei detenuti coinvolgendoli nello studio della documentazione conservata presso l’Archivio della Federazione. Attraverso l’attività di trascrizione di manoscritti i detenuti sono stati sensibilizzati verso le antiche scritture: si è insegnato loro a leggere, a trascrivere e a fare edizione di fonti. In particolare i detenuti sono stati invitati a trascrivere un codice manoscritto del monastero delle Cappuccinelle di Aversa databile al XVII secolo. Si tratta di un codice in volgare che elenca mese per mese l’organizzazione interna, gli usi liturgici e alimentari della comunità monacale.

L’idea di far lavorare dei detenuti su fonti monacali nasce dalla constatazione delle analogie nelle dinamiche di gruppo che sussistono all’interno delle due istituzioni totali, il monastero e il carcere. Esistono a riguardo importanti progetti internazionali come quello francese condotto sotto la direzione di Isabelle Heullant-Donat, Enfermements. Histoire comparée des enfermements monastiques et carcéraux, che ha lo scopo precipuo di evidenziare le specificità e le relazioni tra reclusione religiosa monastica e l’incarceramento.

Lo scopo del progetto è stato quello di comprendere insieme ai detenuti il fenomeno della reclusione volontaria monastica; il rapporto tra reclusione volontaria, quella delle monache, e involontaria, quella dei detenuti, con l’obiettivo di fornire a quest’ultimi una nuova prospettiva della reclusione rispetto alla loro personale esperienza: la detenzione come un’opportunità, piuttosto che come una pena. Questo è stato possibile perché la distanza non solo temporale tra i detenuti e la fonte analizzata ha favorito i detenuti a lavorare su se stessi e sulla loro condizione di reclusi.

La macchina di S. Rosa sbarca in Sapienza

Il 18 ottobre alle 20 Eleonora Rava interviene al convegno “Patrimonio culturale e rigenerazione Urbana” organizzato dal Dipartimento di Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura dell’Università La Sapienza di Roma.

Eleonora Rava parlerà della storia della macchina di S. Rosa in continuità con la mostra ancora visitabile “La Forza della fede” allestita presso il monastero di S. Rosa a Viterbo. Gli organizzatori si sono infatti serviti del materiale descrittivo e didattico utilizzato a Viterbo per l’approntamento della mostra romana.

L’iniziativa oltre agli interventi prevede una mostra e l’installazione di una mini-macchina di S. Rosa che verrà accesa all’imbrunire.

Programma

Nasce ufficialmente la biblioteca del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo

Sabato 24 settembre 2022, durante l’assemblea ordinaria dei soci del Centro Studi S. Rosa da Viterbo, è stata comunicata l’istituzione formale della Biblioteca del nostro Centro Studi, realtà libraria che, per essere precisi, esisteva “in embrione” già da qualche tempo e ora invece vede il momento ufficiale di avvio, nonché le giuste occasioni di valorizzazione e promozione.

Una prima collezione bibliografica infatti si è formata sin quasi dalla nascita del Centro Studi, sia – come è ovvio – con le pubblicazioni edite proprio dal Centro Studi sia per merito di alcune donazioni di volumi offerti dai soci (e non solo) in vista della fondazione di una significativa raccolta libraria: nel corso degli ultimi anni, però, le consistenze sono diventate molto notevoli, anche perché interi fondi di biblioteche private (o larghe parti) sono confluite in sede, circostanza che obbliga prima di tutto a ringraziare coloro che hanno dimostrato tanta attenzione e sensibilità culturale.

I libri donati – e, in generale, gli altri volumi che arricchiranno la Biblioteca – riguardano temi specifici, vicini alle finalità di ricerca e agli interessi del Centro Studi: la storia (in particolare la storia medievale), il francescanesimo, la paleografia e la diplomatica, senza dimenticare i contributi bibliografici per la storia della vita religiosa femminile, settore che infatti costituisce un fondo speciale della Biblioteca. Gli altri due fondi speciali sono rappresentati dai volumi editi sino al 1830 (libri antichi a stampa) – per ora si tratta di un piccolo nucleo da incrementare – e da quelli pubblicati dal 1831 al 1900.

La Biblioteca sarà a disposizione in primis dei soci per la consultazione in sede e il suo patrimonio bibliografico verrà catalogato attraverso un software di gestione informatizzata: il catalogo, di conseguenza, si potrà comodamente interrogare in internet attraverso il Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN).

Laboratorio di Paleografia pratica e storia (2022-23)

Nell’ambito della Convenzione quadro stipulata nel 2020, l’Università degli Studi della Tuscia e il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus attivano la quarta edizione del Laboratorio di Paleografia pratica e storia, rivolto a tutti gli studenti universitari della Tuscia interessati a imparare a leggere testi e documenti originali in latino e in volgare del Medioevo e della prima età moderna.

Le lezioni del Laboratorio hanno uno scopo pratico e si configurano essenzialmente come esercitazioni di lettura in modalità di didattica a distanza sulla piattaforma del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo.

Il Laboratorio si svolgerà il giovedì dalle 17 alle 19,30 con inizio il prossimo 13 ottobre.

Ogni mese si terranno due incontri: le 12 lezioni di complessive 36 ore prevedono anche due visite all’Archivio del Monastero di Santa Rosa di Viterbo.

Gli studenti che parteciperanno attivamente alle lezioni del Laboratorio superando la prova finale, volta a valutare le competenze acquisite, potranno conseguire i CFU previsti dai regolamenti dei rispettivi Corsi di laurea per altre o ulteriori attività formative.

La “cuppola” di S. Rosa

a cura di Paolo Paganucci

Nel 1850 si conclusero i lavori di rifacimento totale della chiesa, secondo il “Piano di esecuzione del nuovo tempio di S. Rosa di Viterbo” dell’arch. Federici, che determinarono un significativo ampliamento dell’esistente chiesa originale e dei locali di servizio contigui.

L’opera comprendeva anche la realizzazione della «cuppola», che, come da progetto, si trattava di una semplice copertura a quattro falde sormontata da un limitato lanternino. Poiché l’opinione pubblica locale non ritenne tale cupola sufficientemente decorosa e appariscente, nel 1910 l’arch. Arnaldo Foschini presentò un progetto per la costruzione di una nuova cupola più imponente, che avrebbe assunto la forma definitiva ed attuale.

Il progetto, ordinato dal Comitato per i Restauri del Santuario e costituito da «numerose e voluminose» tavole fu approvato nel 1911 dal Ministero di Grazia e Giustizia – Fondo per il Culto e il 05/04/1912 avvenne, con una solenne cerimonia, la posa della prima pietra.

La cupola, realizzata in cemento armato, è composta da un tamburo ottagonale raccordato ai pilastri con pennacchi sferici e da una volta formata da otto costoloni, visibili solo dall’esterno, che comprendono altrettanti spicchi sferici. La lanterna non è comunicante con l’interno. La realizzazione della nuova cupola si completò nell’ottobre del 1914 con la posa di tegole in ceramica smaltata foggiate a squame.

Già nel 1916 però vennero segnalate lesioni sulle strutture murarie della chiesa che furono attribuite alla nuova costruzione ed addirittura il  Fondo per il Culto sollecitò l’Intendenza di Finanza a: «rivolgersi al Comitato per la fabbrica di S. Rosa, a cura del quale ebbe luogo la costruzione della cupola, per chiamarlo a provvedere al risarcimento dei danni derivanti dalla detta costruzione»; anche se tale ipotesi fu vibratamente confutata dal Comitato e dal progettista, ipotizzandone la causa nell’evento sismico del 1915, si dovette procedere a piccoli interventi di restauro.

Il rivestimento in maioliche, nel corso degli anni successivi, fu ritenuto responsabile di infiltrazioni a carattere atmosferico, in quanto le piastrelle smaltate distaccandosi dal supporto andavano a lesionare le tegole dei sottostanti tetti; si decise pertanto di procedere alla sua eliminazione, alla bitumatura delle strutture in cemento armato ed alla realizzazione di una nuova copertura con lastre di piombo, secondo il progetto redatto dall’ing. Fernando Moltoni che curò anche la direzione dei lavori (anni 1931 – 33).

La superficie interessata era di 320 mq ed il peso totale delle suddette lastre era di kg. 19.200, tuttavia poiché la posa delle lastre doveva avvenire previa asportazione dei vecchi embrici e del notevole sottostrato di malta, l’ing. Moltoni prevedeva una riduzione del peso della copertura di circa 150-200 quintali.

Il preventivo di spesa per la sola nuova copertura ammontava a L. 115.000, a cui dovevano aggiungersi “una congrua spesa per la ripulitura della Chiesa, le decorazioni e la pittura della medesima, ecc. cose tutte necessarie per rendere decoroso un Santuario che è oggetto di Fede”, come chiedeva il Moltoni alla Commissione per i lavori della Chiesa di S. Rosa.

Poiché il Fondo per il Culto stanziò per i lavori L. 110.000, per coprire tutte le spese fu necessario reperire altri fondi. Si attivò il vescovo di Viterbo mons. Trenta, il Prefetto e don Alceste Grandori che raccolsero la somma di L. 115.000, la presidente generale della Gioventù femminile della Azione Cattolica Armida Barelli L. 50.000, il Comune di Viterbo L.10.000, si arrivò anche a sollecitare il capo del governo Benito Mussolini che contribuì con L. 2.000. Nel giugno 1933 fu raggiunto l’importo di L. 287.000.

Intanto nel 1932 erano cominciati i lavori, ma prima di procedere alla posa della nuova copertura, si constatò l’estremo degrado dei pilastri e delle pareti della chiesa, ciò determinò necessariamente urgenti interventi di consolidamento e di messa in sicurezza del complesso. Pertanto si dovettero impiegare la maggior parte della somma raccolta in tali interventi anziché nella decorazione interna del tempio.

L’impresa Stoelcker effettuò iniezioni in cemento ed incatenamento con ferri che attraversavano le strutture, in particolare furono fatte «perforazioni ad aria compressa dei quattro pilastri centrali sui quali grava la cupola, lavaggi, invio di colla di cemento, posa dei ferri, ulteriori iniezioni a cemento ad alta pressione …»

Lo stesso lavoro fu fatto anche in altre parti dell’edificio, per le cattive condizioni riscontrate: «dai pilastri centrali si dovette passare a quelli minori, quindi alle pareti, alle volte (in alcune delle quali vennero eseguite delle sottovolte di cemento armato) ed al prospetto. E quest’ultimo meritava di essere consolidato tutto, dal pavimento al tetto, ma le limitate disponibilità di fondi ci permisero di fare il consolidamento fino a circa 4 metri di altezza».

Si passò poi finalmente alla posa della nuova copertura della cupola con lastre di piombo da 3 mm, lunghe da costolone a costolone ed alte 1 m, bullonate le une alle altre con bulloni fatti a colatura di piombo in apposite asole a coda di rondine, ribattitura delle teste e saldatura. Le lastre delle prime file in basso raggiungevano il peso di 250 kg ciascuna, furono utilizzati circa 200 q.li di rame e 1.000 q.li di cemento con il costo di L. 93.000 per la manodopera ed i noleggi, L. 4.000 per il ferro e L. 8.000 per l’energia elettrica di cantiere.

Alla fine dei lavori il costo totale dell’intervento, consolidamento e copertura, ammontò a L. 284.976 e fu realizzato, tranne per due operai specializzati, da maestranze locali che secondo il Moltoni “hanno dimostrato ottima capacità e diligenza pur in opere inconsuete”.

“Angeli e macchine”

Angelo Sapio

La devozione popolare per la Santa di Viterbo, come noto, si esprime massimamente in quell’evento folkloristico e votivo allo stesso tempo che ha luogo la sera del 3 settembre quando i Viterbesi si stringono alle vie attraversate dal trasporto della Macchina di S. Rosa. Quel legame quasi fisico che essi hanno con la loro Patrona e che racchiude tutto il senso di appartenenza alla comunità e ai suoi riferimenti identitari, quella sera viene trasmesso ad un sodalizio di uomini che si fanno carico di “scortare la Santa alla sua casa”, una metafora che si traduce appunto con il trasporto sulle spalle di un centinaio di Facchini di una vertiginosa torre illuminata sulla cui cima svetta la statua di s. Rosa.

Il percorso attraversa i principali assi viari del centro storico partendo dalla Porta Romana fino a giungere al sagrato del Santuario dove sono conservate le Sacre spoglie. Una desueta tradizione popolare ritraeva nel trasporto della Macchina una sorta di parabola della vita della Santa. La partenza avviene infatti presso la piccola chiesa di S. Sisto dove, stando alla suddetta tradizione mai confermata dalle fonti, Rosa avrebbe ricevuto il battesimo e si conclude laddove ella avrebbe voluto vivere i suoi ultimi giorni: quel Monastero che l’aveva prima rifiutata e poi accolta solo pochi anni dopo il beato transito. Il senso storico di questo tragitto discende in realtà dalle evoluzioni che hanno interessato nel tempo quell’antica processione civico-religiosa in onore della Santa che prendeva il nome di Luminaria e che a sua volta celebrava la ricorrenza della Traslazione del Corpo di Rosa avvenuto, sempre secondo tradizione, il 4 settembre del 1258 per volere di papa Alessandro IV.

Istituita nel 1512 con una delibera del Consiglio dei Quaranta del Comune di Viterbo, che intendeva così riconoscere giuridicamente la festa in onore della Patrona della città, dal secolo successivo vide trasferirsi la partenza dalla piazza del Comune alla Porta Innocenziana (Romana) per suggellare quel rapporto di obbedienza che legava Viterbo alla Chiesa. Gradualmente questa processione a cui partecipavano le maggiori cariche civili, oltre che i rappresentanti del mondo del lavoro, ottenne sempre maggior vigore grazie anche all’aggiunta di una struttura lignea mobile, illuminata da candele, contenente l’immagine di s. Rosa, che veniva condotta a spalla da un gruppo di portatori.

L’usanza non era del tutto nuova, sempre più numerosi in quel periodo erano gli altari votivi trasportati durante i cortei religiosi patronali in tutta l’area latina europea. Solo a Viterbo se ne contavano almeno tre (ben noti erano quelli del Santissimo Salvatore e della Madonna Liberatrice), ma il blasone e l’attrattività che caratterizzavano la luminaria di s. Rosa erano tali che assieme alla partecipazione cittadina aumentavano progressivamente anche le dimensioni del simulacro. Presto questo assunse la denominazione di Mole e poi ancora di Mole di Trionfo, Macchina Trionfale o più semplicemente Macchina, ad indicare un imponente complesso strutturale simile a quelli utilizzati per le scenografie delle opere teatrali. Cresceva in dimensioni l’immagine della Santa, cresceva il numero di ceri per illuminarla e così crescevano pure gli elementi decorativi che concorrevano alla creazione di una vera e propria opera d’arte in movimento.

I primi disegni di macchine pervenutici danno testimonianza di come inizialmente si realizzassero dei semplici baldacchini in stile barocco non troppo dissimili da quelli che tutt’oggi si possono osservare nelle città andaluse in occasione delle processioni per la Semana Santa. La rappresentazione di s. Rosa nasceva quindi sotto forma di una statua assisa su di un altare, per poi evolversi nel tempo in un’immagine dipinta racchiusa all’interno di un cupolino. Attorno ad essa man mano facevano la loro apparizione varie allegorie. Si andava dai semplici putti incastonati nei candelabri fino alle personificazioni di virtù teologali, speranza e carità le più riproposte, passando per la raffigurazione di svariati santi o di anonime cariatidi poste sotto a cornici marcapiano a mo’ di sostegno dei diversi livelli della macchina. Non mancavano neppure le rappresentazioni di miracoli o scene di vita della Santa, come la guarigione della bambina cieca o il risanamento della brocca di fronte alla fontana o ancora l’apparizione della Madonna durante la malattia e numerose altre.

 

Tale registro venne mantenuto per lunghissimo tempo nonostante il passaggio a nuovi stili. Col XIX sec. infatti il barocco lasciò spazio alle ordinate linee neoclassiche prima di approdare al ben più evocativo stile gotico, che resistette fino oltre la metà del secolo scorso, nonostante la breve parentesi tardo ottocentesca che rifletteva un certo fascino per il gusto moresco.

Tutte queste fasi, come detto, non tradirono mai il ricorso all’utilizzo di figure intermedie disposte lungo la macchina fino alla cima dove veniva posizionata ovviamente la Santa. Le macchine moderne, a partire dal Volo d’Angeli di Giuseppe Zucchi (1967-1978), si sono nettamente affrancate dai modelli tradizionali che prediligevano una struttura massiccia e spesso sovraccarica di complementi e decorazioni ed hanno piuttosto puntato ancor di più sulla verticalità e sulla scelta di un singolo soggetto peculiare riproposto varie volte su più livelli. Ai generici stilemi neo-gotici venivano ora a sostituirsi elementi connotativi dell’architettura viterbese come fontane, colonne, leoni o le merlature delle mura, ma soprattutto le vecchie figure antropomorfe della macchina perdevano definitivamente sembianze di santi, muse e virtù per assumere quelle di astratte allegorie angeliche. Queste erano ben presenti anche prima a onor del vero; angeli messaggeri con trombe o recanti fiori, ghirlande o coccarde figuravano spesso anche nei modelli dei Papini, di Bordoni o di Spadini, ma dalla seconda metà del ‘900 in poi presero nettamente il sopravvento.

Il primo approccio con la modernità arrivò col modello scelto per l’edizione del 1952 dell’architetto viterbese Rodolfo Salcini, assistente universitario alla facoltà di architettura di Roma La Sapienza, insieme allo scultore romano Francesco Coccia. L’arditezza delle innovazioni introdotte appariva immediata: non più un’infinità di piccole guglie sovrapposte ma un’unica grande guglia dalle linee razionali, una struttura metallica al posto di quella vecchia in legno e un’inedita illuminazione cangiante al neon, che andava a sostituire in gran parte le luci a fiamma viva, per simulare lungo il percorso una pioggia di rose. Polemiche prevedibili a parte, furono però le numerose statue degli angeli a generare il maggior scalpore. Il costruttore Romano Giusti si era avvalso della collaborazione dei maestri cartapestai viareggini, specializzati nelle costruzioni del celebre carnevale della Versilia, per la realizzazione delle allegorie. Forse per incomprensione o per una mal concordata licenza con gli autori vennero eseguite sculture dall’aspetto molto meno ieratico rispetto a quelle a cui i più erano abituati. Angeli quindi in apparenza molto più laici che sacri in un anno in cui Viterbo si apprestava a celebrare i festeggiamenti per i settecento anni dal Transito di s. Rosa.

Riportano così le cronache:

Già le prime indiscrezioni dei corrispondenti dei quotidiani romani avevano rivelato la disinvoltura con cui si erano superate le dotte disquisizioni sul sesso degli angeli per trasformare in floride ragazze quelle che fanno corona alla Santa, quando nell’agosto del 1952 scoppiò la bomba più grossa: il Prof. Coccia chiedeva il sequestro della costruzione perché riteneva che non fossero state rispettate le caratteristiche fissate nel progetto, specialmente per quello che riguardava la parte scultorea. Sebbene si fosse subito rilevato […] che il trasporto della Macchina poteva avvenire anche se essa fosse stata sequestrata ed affidata ad un custode giudiziario, tutta la cittadinanza trepidò e visse giorni di ansia. Finalmente il Prof. Coccia ritirò la sua istanza in attesa del parere di una commissione di artisti di fama internazionale che decidessero della sua asserzione ai fini dell’eventuale indennizzo per i danni morali da lui subiti per la menomazione della sua opera.[1]

Come sempre accade, ogni resistenza venne infine superata e la Macchina di Salcini sfilò per le vie di Viterbo per altre sei edizioni.

Temporaneo ritorno alla tradizione col modello goticheggiante di Angelo Paccosi (1959-1966) e finalmente la storia della macchina volta pagina con l’innovazione introdotta da G. Zucchi. Il suo “Volo d’Angeli” (questo era il nome scelto dall’autore), con un’altezza che superava addirittura i 30 metri, proponeva per la prima volta un “testo narrativo” semplice e diretto che ottenne subito un notevole consenso di pubblico. Si trattava per l’appunto di una colonna di quattro ordini di angeli (poi portati a cinque negli anni successivi) che elevavano in volo la Santa come su di un grande zampillo d’acqua. Gli angeli di Zucchi erano imponenti e comunicativi nonostante fossero disposti con le spalle rivolte al pubblico. In un’intervista a Quirino Galli l’autore rivelò:

All’inizio l’avevo messi di spalle [tra di loro] ma non andavano bene e gira gira li misi abbracciati: ricorderanno i paracadutisti quando si lanciano come quelli che stavano a Viterbo e spesso andavo a vederli quando si esercitavano. La macchina fu ispirata da quello che fece la Divisione Folgore, cose inaudite, contro i carri armati inglesi. […] Gli ultimi paracadutisti che partirono, compreso il generale comandante e lo Stato Maggiore, andarono a S. Rosa a chiedere la grazia e non chiesero né di vincere, né di ritornare, ma che a loro non mancasse l’onore”. […] Si recarono a visitare Santa Rosa a mezzanotte: le suore dovettero aprire appositamente la Chiesa per quell’incontro. [2]

L’idea primigenia di questo stuolo angeli gli venne suggerita inizialmente dal figlio Luigi, all’epoca appassionato lettore delle avventure degli “uomini-falco” di Flash Gordon, eroi dei fumetti americani creati dalla fantasia di Alex Raymond, divenuti strisce di successo anche in Italia. Furono queste creature ibride e visionarie a colpire l’immaginario dell’autore della Macchina per la loro possibile associazione con i paracadutisti della Folgore ed un tipo di lancio che questi ultimi effettuavano, chiamato appunto “salto a volo d’angelo”. Interessante dunque la lettura finale che ne dà Antonio Riccio nel suo Saggio Antropologico:

Gli angeli in volo erano quindi la «trascrizione occulta» della nuova macchina viterbese, trasformata in un ex-voto a testimonianza dell’onore salvato dei paracadutisti italiani caduti ad El-Alamein. [3]

Anche il modello successivo, “Spirale di Fede” di M. Antonietta Palazzetti Valeri (1979-1985), puntò su un soggetto semplice ed intuitivo: una sottile spirale merlata che si avvitava verso l’alto fino ad innalzare al cielo la statua della Santa. Anche in questo caso erano presenti degli angeli ma, seppur in numero cospicuo, consistevano in bassorilievi di piccole dimensioni che, come nei vecchi modelli, concorrevano a comporre l’insieme dell’opera. Più vistosi invece erano i leoni alla base che catturavano immediatamente l’attenzione dell’osservatore.

Discorso similare anche per “Armonia Celeste” del duo Joppolo-Antonini (1986-1990) dove un maestoso leone faceva sfoggio di sé su un’imponente base frutto di una fortunata sintesi tra gli scorci più caratteristici della Viterbo medievale. Al di sopra di questa un vortice di angeli musicanti si sprigionava portando in gloria la Santa. In questo caso i bassorilievi degli angeli avrebbero dovuto ricoprire un ruolo molto più preminente essendo essi stessi a costituire quel vortice ascendente, ma in realtà l’opera definitiva non corrispose perfettamente al bozzetto originale degli autori, in quanto le allegorie risultarono troppo poco pronunciate ed anche l’illuminazione finì per risentirne.

Il leone simbolo di Viterbo sembrò spodestare per un certo periodo l’egemonia dell’angelo come figura chiave all’interno della Macchina prima di perderne nuovamente il primato. Nell’onirica “Sinfonia d’Archi” di Angelo Russo (1991-1997), sotto il complesso gioco di curve che arrivava fino alla cima trovavano spazio unicamente due leoni semi-antropomorfi ispirati a quelli in peperino che svettano su due stele in Piazza del Plebiscito.

 

Tertio Millennio Adveniente – Una Rosa per il Duemila” (Cesarini-Andreoli-Cappabianca, 1998-2002) fu il modello che ebbe il compito di scortare la tradizione viterbese verso il futuro e per farlo propose una sintesi originale dei vari stili che avevano fatto la storia della Macchina lungo i secoli. Forse come omaggio all’iconico Volo, due gruppi di angeli abbracciati, quasi in quella stessa posizione, si aggrappavano con le mani attorno ad esili colonnine come a voler raggiungere la Santa nella gloria. Interessante la scelta stilistica di queste allegorie dai tratti poco definiti, quasi evanescenti, ma allo stesso tempo capaci di carpire l’attenzione degli astanti. Uno degli angeli infatti guardava alle sue spalle, in direzione del pubblico, con espressione turbata e rapita allo stesso tempo, come a voler comunicare la sua sofferenza.

Il salto definitivo nella modernità arrivò con “Ali di Luce” di Raffaele Ascenzi (2003-2008). Per la prima volta la Macchina aveva delle parti mobili, ali per l’appunto, che potevano aprirsi e richiudersi lungo il percorso attraverso un meccanismo interno. Nonostante un aspetto decisamente avveniristico rispetto ai disegni precedenti, anche qui le allegorie svolgevano un ruolo di primaria importanza. Leoni ed angeli tornavano a compartecipare dell’insieme narrativo della Macchina come a voler rimarcare il legame con le radici identitarie popolari e spirituali della comunità: quattro mascheroni leonini fuoriuscivano da un globo poggiante su una base che recitava il motto araldico della città di Viterbo (“Non metuens verbum leo sum qui signo Viterbum”), mentre tre ordini di angeli rivolti verso l’esterno scandivano i moduli della Macchina fino alla Santa.

 Gli angeli di Ali di Luce non erano angeli qualsiasi, essi di fatti si ispiravano ad una celeberrima opera funeraria dello scultore romantico Giulio Monteverde: l’Angelo della Resurrezione. Si tratta di una statua in piombo realizzata nel 1898 a decorazione della tomba della famiglia De Parri nel cimitero monumentale di Viterbo. La stessa, in realtà, non è altro che una delle numerose copie realizzate dal Monteverde del più celebre monumento funebre per la famiglia Oneto al cimitero di Staglieno di Genova (1882), sempre sua opera[4]. Il soggetto ebbe una fortuna tale da essere riproposto nel tempo da diversi altri scultori nel tentativo di replicarlo, esattamente come accadde anche per il coevo Angelo del Dolore del Cimitero Acattolico di Roma (opera di William Wetmore Story, 1894).

 

 

Innumerevoli versioni sono rintracciabili in Italia e all’estero. Solo per citare alcuni esempi: nella chiesa di S. Agostino di Prato, al cimitero monumentale di Pavia, o a quello di Benetutti in prov. di Sassari, o ancora al Woodlaw Cemetery del Bronx a New York (USA), al Cementerio de Cristóbal Colón a l’Havana (Cuba), al Cementerio Recoleta di Buenos Aires (Argentina) e numerosissimi altri. Definito come un “testimone dell’ambiguo mistero del nulla”, l’Angelo di Monteverde ancora oggi è percepito come un’opera fortemente iconica e accattivante.

In Ali di Luce l’ideatore scelse di utilizzare l’espressività di questo angelo modificandone leggermente la postura a seconda della posizione lungo la Macchina. Gli angeli del primo ordine erano quelli che più si avvicinavano all’opera originale, tendevano infatti a guardare verso il basso ossia al globo su cui poggiavano, come ad osservare il mondo, con le braccia incrociate. Gli angeli del secondo ordine tendevano invece a porre lo sguardo sugli osservatori per interagire con loro ed invitarli a proseguire la visione, abbozzando un sorriso; anche le mani si scostavano leggermente dal petto. Infine, gli angeli de terzo ordine sollevavano il viso verso la Santa, con le mani che cercavano di elevarsi in segno di dono.

A raccogliere il pesante testimone di Ali di Luce fu “Fiore del Cielo” (2009-2014), la creatura di Arturo Vittori e Andreas Vogler che ebbe anche il vanto di essere esposta in un padiglione dell’Expo di Milano del 2015. La misura stilistica cambia radicalmente pur rimanendo l’uso di una certa simbologia di facile comprensione. Ancora una volta angeli e leoni tornavano a compartecipare nella globalità della Macchina; ancora una volta ricorreva il motivo del vortice, qui a significare una colossale torcia floreale ed ancora una volta vi era una tripla ripetizione, in questo caso nelle tre sfere che evocavano la vita della Santa (la sua presenza terrena, la forza della sua fede, l’ascensione al cielo). Tuttavia l’elemento innovativo per cui verrà ricordata questa Macchina fu la cascata di petali di rosa lanciati ogni anno in una particolare fermata del trasporto, una soluzione studiata dagli autori per ottenere una maggiore interazione con il pubblico presente.

L’ultimo modello in ordine cronologico è infine “Gloria”, altra creazione dell’Arch. Raffaele Ascenzi. Inaugurata nel 2015, dovrebbe aver concluso il suo mandato nell’edizione del 2022 dopo la pausa forzata di due anni, causa pandemia. Con Gloria sembra tornare preponderante la tradizione con numerosi elementi gotici che tanto ben si sposano con le attese dei Viterbesi. Non mancano le iconiche bifore che ricordano la loggia del Palazzo Papale, ma anche rosoni, cuspidi, guglie e colonnine tortili, tutte ben assemblate come nella migliore tradizione dei Papini. Ad aver ispirato maggiormente l’autore fu però un oggetto ben noto nella devozione popolare dei Viterbesi verso la loro Patrona: il Reliquiario che contiene il Cuore della Santa[5].

La Macchina ripropone dunque per tre volte in successione il corpo centrale del reliquiario arricchendolo di numerose allegorie. Sotto i pinnacoli, al posto dei santi incastonati nel reliquiario trovano spazio delle candide figure angeliche che sembrano lasciare la loro sede per librarsi in aria. Ognuno di questi angeli porta in mano una pergamena, a simboleggiare l’intercessione dei messaggi che i fedeli rivolgono alla Santa durante l’anno e che vengono raccolti in una teca all’interno del Santuario prima di essere inseriti direttamente nella Macchina il giorno del trasporto. 

Un ulteriore elemento di novità è la comparsa di altre figure antropomorfe nella Macchina, oltre ai classici angeli, come non accadeva da moltissimo tempo. Si tratta di figure maschili che sorreggono le vasche su cui poggiano i primi tre moduli della struttura, come dei moderni Atlanti. Essi vogliono celebrare il sacrificio dei Facchini che da secoli sostengono il peso della loro responsabilità, una sorta di facchini ancestrali. Afferma l’ideatore:

“Sono dei portatori che non vestono i caratteristici abiti del trasporto… Sono facchini senza tempo, con dei turbanti in testa che ricordano il tipico fazzoletto e indumenti che lasciano intravedere alcune parti del fisico…Sono facchini angelici, poiché sono a immediato contatto con gli angeli. Nel quarto modulo scompaiono insieme all’architettura e la Macchina diventa solo un fatto spirituale”.

Le Macchine che erediteranno da Gloria oneri e onori della tradizione viterbese cercheranno misure stilistiche diverse, in accordo col passare dei tempi e delle tecnologie a disposizione, ma con ogni probabilità continueranno ad aver bisogno dell’ausilio di tutti quei simboli, come le mai troppo abusate figure angeliche, che potranno garantirne quel vincolo profondo con le radici umane e spirituali della “festa”.

Ancora ottima la conclusione che scaturisce dal saggio antropologico di Antonio Riccio:

Macchina e Santa (tra loro con-fuse) sono il genius loci, un emblema eccellente che diviene simbolo riassuntivo cittadino, formano un complesso artistico-architettonico che integra fontane, leoni, palme e scene di vita della Santa in una struttura in movimento, un teatro dinamico che ricapitola e assicura la trasmissione dell’ethos comunitario. [6]

 

Lo scrittore Orio Vergani, inviato del Corriere della Sera, di passaggio nel 1935 in una Viterbo lontana e provinciale, ebbe l’occasione di assistere al passaggio della Macchina e ne rimase colpito al punto da definirla di getto un “campanile che cammina”. Tale denominazione ovviamente si prestava puntuale all’aspetto che aveva all’epoca la macchina di Virgilio Papini, ma nonostante il passare degli anni, ancora oggi è così che la Macchina di S. Rosa viene esportata nel mondo.


[1] Sandro Vismara, “Cara Viterbo”. Aspetti, avvenimenti e personaggi nella Tuscia dal 1945 al 1985, Viterbo 2014.

[2] Quirino Galli, “I Facchini e il culto di Santa Rosa”, in “Santa Rosa: tradizione e culto”, a cura di Silvio Cappelli, VIterbo 1999.

[3] Antonio Riccio, “Santa Rosa e i Viterbesi”. Saggio antropologico, Viterbo 2018.

[4] Dall’angelo traspare una forte carica di emotività sensuale che rompe con gli schemi scultorei fino ad allora in voga: sebbene l’angelo regga con la mano destra la tromba del giudizio universale, la sua postura e il suo sguardo imperscrutabile hanno tutt’altro che un aspetto consolatorio, come ci si aspetterebbe da una figura angelica, facendolo apparire per contro lontano e distaccato rispetto all’evento di cui è muto testimone.

[5] Si tratta di un pezzo pregiatissimo in argento cesellato placcato in oro che venne donato al Monastero di S. Rosa nel 1929 dal papa Pio XI, il quale lo ebbe a sua volta in dono da un pellegrinaggio proveniente dal Santuario polacco della Madonna di Częstochowa. Nel 1984 Papa Giovanni Paolo II, in visita al Monastero, ne riconobbe la fattura.

[6] Antonio Riccio, “Santa Rosa e i Viterbesi”. Saggio Antropologico, Viterbo, 2018.

La forza di una fanciulla ordinaria

Filippo Sedda

1° settembre all’imbrunire, sagrato del Santuario di S. Rosa. Un giovane papà tiene in braccio il suo bimbo neonato vestito con la caratteristica divisa da facchino. Poche ore dopo i mini-facchini (ovvero circa 200 ragazzi tra i 6 e i 14 anni suddivisi in tre squadre) trasportano per le vie del Centro storico la mini-macchina di S. Rosa, con uno stop davanti alla chiesa. È vivo e palpitante, quasi tangibile, il senso di appartenenza dei viterbesi a santa Rosa. Si diventa facchini di santa Rosa ancora prima di imparare a camminare, ancora prima di saper pronunciare il nome della santa Patrona.

2 settembre, sagrato del Santuario di S. Rosa. Qualcuno impartisce ordini, perché la folta schiera di figuranti (oltre 300) del Corteo storico si disponga nel giusto ordine per raggiungere e poi accompagnare la solenne processione del cuore di santa Rosa, che dalla Cattedrale arriva al Santuario. Quello che colpisce anche in questa giornata è la presenza di una folta schiera di ragazzi a vestire i panni delle rosine e dei boccioli e di altri personaggi storici. Si tocca con mano nei volti di tutti il desiderio di esserci (soprattutto dopo due anni di fermo) per stare più vicino possibile al cuore della Santa.

3 settembre al tramonto, sagrato del Santuario di S. Rosa. Una folla di spettatori da qualche ora si accalca per conquistare uno spazio che consenta di vivere il trasporto della macchina. La speranza è di poter raccogliere uno sprazzo di luce che la macchina accende per le strade di Viterbo, squarciando il buio che intenzionalmente riempie le vie cittadine. In quel momento ogni singolo partecipante diventa facchino, non perché fisicamente si carica del peso della macchina, ma perché parte di una forza, un sentimento collettivo.

4 settembre all’alba, sagrato del Santuario di S. Rosa. Una processione incessante e continua di persone si inerpica sulla salita per andare a sostare qualche secondo davanti all’urna della Santa, per partecipare a una messa o semplicemente per avere anche quest’anno una rosa a ricordo di questa festa.

Si addice per Rosa la domanda che nei Fioretti frate Masseo rivolge a frate Francesco: «Dico, perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’obbedirti? Tu non sei un bell’uomo nel corpo, tu non sei di grande scienza, tu non sei nobile; onde dunque perché a te tutto il mondo viene dietro?».

La forza di Rosa è come quella di Francesco, è quella di scardinare tutte le logiche umane: la bellezza, la conoscenza, la posizione sociale… È la debolezza di Rosa a conquistare, il suo essere una come tante, non avvenente nel fisico, semplice, quasi anonima per la società. Tuttavia Rosa è riuscita a vivere in modo straordinario la sua ordinarietà.

Seguiamo anche noi l’esempio della nostra Patrona: non possiamo lamentarci di non avere questo e non avere quello, ma occorre che ci impegniamo a essere quello che siamo, fino in fondo.

Buona festa di santa Rosa a tutti!

Inaugurazione sala multimediale

Venerdì 26 agosto alle ore 17 si inaugurerà la sala multimediale presso il Salone del Quattrocento del Monastero S. Rosa allestita dal dal Centro studi S. Rosa da Viterbo e con il contributo della Fondazione CARIVIT.

La sala con una capienza di circa 60 posti a sedere è munita di impianto di audio diffusione, di videoproiettore digitale e schermo avvolgibile. È attrezzata per conferenze e presentazioni in modalità mista, esigenza sempre più attuale dopo l’esperienza vissuta sotto la pandemia.

All’inaugurazione saranno presenti Luigi Pasqualetti, presidente della Fondazione, e Attilio Bartoli Langeli, presidente del Centro Studi e sarà un’occasione per ricordare le iniziative culturali di carattere scientifico e divulgativo promosse dal Centro Studi grazie al finanziamento della CARIVIT in questi oltre dieci anni di collaborazione sinergica.

L’inaugurazione si unisce all’apertura degli spazi espositivi dell’evento “La forza della fede. Mostra storico-documentaria sulla festa di Santa Rosa”, infatti l’ultimo allestimento dedicato a bandi ed editti è ospitato proprio nel salone del Quattrocento.