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La rosa perseguitata

Seconda Parte: Sulle tracce di santa Rosa in Messico a cura di Stefano Aviani Barbacci

Vai alla prima parte.

Nell’immagine di copertina:

Santa Rosa da Viterbo che fu a Colón con le Rositas portata in processione a Querétaro

La storia delle Rositas inizia il 23 Aprile del 1670 con la decisione della vedova Antonia de la Encarnación de Herrera e delle figlie Francisca de los Ángeles, Clara de la Asunción e Gertrudis de Jesús y María di dedicarsi a una vita di preghiera e servizio, accogliendo bambine orfane nella propria abitazione. Nel 1702 il francescano José Díaz formalizza una regola per la vita comune e fa di Francisca de los Ángeles (1674-1744), mistica e veggente fin dall’età di 5 anni, la prima responsabile di un Beaterio destinato a diventare in breve tempo il Colegio e poi il Real Colegio di Querétaro, tra le più importanti istituzioni religiose nella storia del Messico. In grado di leggere e scrivere, Francisca ci ha lasciato una corrispondenza di centinaia di lettere (in parte ancora inedite) di straordinario interesse per chi voglia indagare la religiosità dell’epoca del Virreinato e la fede appassionata di una giovane creola che Ellen Gunnarsdottir, nel suo “Mexican Karismata” (2004), definisce un sorprendente “intreccio di ortodossia tridentina, spiritualità medievale e cultura popolare messicana”. Questo mondo sarebbe in larga misura scomparso con le “Leggi di Riforma” promulgate, tra il 1855 e il 1860, da governi determinati a recidere ogni elemento di continuità con l’epoca novohispana e a cancellare la persistente influenza della Chiesa cattolica nella vita del popolo messicano. L’applicazione intransigente di tali leggi alimenterà un conflitto latente tra élite e popolo, destinato ad esplodere nel 1926 con l’insurrezione cosiddetta dei cristeros.

Nel 1863 le Rositas sono espulse dal Colegio de Santa Rosa de Viterbo per effetto della Ley de Nacionalización de los Bienes Eclesiásticos (del 12 Giugno 1859). Ciò nonostante, si trattengono a Querétaro ancora per quattro anni, dapprima sistemate nel Convento de Santa Clara (ora confiscato, ma che era stato tra i più importanti del periodo novohispano) e poi riabitando alcuni locali caduti in rovina del Colegio de Santa Rosa de Viterbo. In questo periodo accolgono ancora 5 novizie. Nel 1867 i repubblicani di Benito Juarez espugnano Querétaro dopo un duro assedio e fucilano l’arciduca Massimiliano d’Asburgo (Imperatore del Messico dal 1864 al 1867). A tutti i religiosi è imposto di abbandonare la vita consacrata e disperdersi. Preparatesi da tempo a questa eventualità, le più giovani tra le Rositas si incamminano lungo il sentiero che attraversa la Sierra Gorda, determinate a ricominciare altrove la vita di comunità. Le guida Madre Teodosia (María Teodosia de la Conceptión). Sarà una vera epopea, attraverso una regione montuosa e selvaggia, dovendo evitare i luoghi più frequentati e le pattuglie dei militari, camminando scalze lungo le mulattiere sassose, dormendo all’addiaccio e talora sotto la pioggia, soffrendo la fame e la sete… Sfinite, giungono infine a Tolimanejo (oggi Colón) il 15 Settembre 1868 (la data è riportata in un manoscritto di Madre Teodosia del 1904) dove sono soccorse dalla popolazione. Tre di loro si ammalano e perdono la vita. Alcune altre proseguono per stabilirsi a Cadreyta, presso la locale Capilla de laInmaculada Conceptión.

Cacciata di Rosa da Viterbo, dalla “Vida de Santa Rosa da Viterbo” di José de Nava

In un periodo successivo è inviata loro da Querétaro una raffigurazione scultorea di Santa Rosa da Viterbo (come venne riferito da Madre Paz al giornalista José Manuel Escobedo, il 4 Maggio 1987), preziosa opera della fine del XVII secolo o dell’inizio del XVIII, vestita di un abito di broccato e con al collo un prezioso medaglione con l’immagine della Vergine Addolorata. Giungono anche alle Rositas una statua di San Francesco d’Assisi e un Bambin Gesù, della seconda metà del XIX secolo, lavoro di un ebanista di Città del Messico. Si svolge di nuovo il “capitolo” e la vita religiosa prudentemente riprende nell’epoca in cui Porfirio Diaz governa il Paese (1872-1911). Il suo governo non abroga le leggi anticlericali preesistenti, ma (essendo la moglie cattolica) si astiene dal richiederne una rigida applicazione. Tolimanejo (già missione francescana col nome di San Francisco di Tolimanejo) viene unita alla vicina Soriano (già missione domenicana col nome di San Domingo de Soriano) e alle haciendas di Zamorano e Ajuchitlán dando luogo a una medesima parrocchia dal 1825 e ad un medesimo municipio, col nome di Colón, dal 1885. Il convento delle Rositas è prossimo alla parrocchia, con un terreno riservato per le sepolture nel vicino cimitero di San Francesco. La regola torna quella dell’epoca di Querétaro che prevede la clausura (nei limiti delle concrete possibilità) e un tunnel permette loro di attraversare la strada per recarsi, non viste, nella chiesa parrocchiale di San Francesco. Tra le novizie che entrano nel periodo colonense: Maria de la Paz (Madre Paz), al secolo Pomposa Garduño (Orduño in alcune fonti), nata il 19 Settembre 1875 ad Amealco, professa nel 1893 (a 18 anni).

Si era già deciso di accogliere solo quelle giovani che consentissero di tener fermo il numero di 12-13. Dopo il 1913 la vita religiosa in Messico precipita ancora in una condizione di precarietà estrema. Una mostra allestita nel Marzo del 2019 a Querétaro ricorda le difficili circostanze di quel periodo e riferisce al 1918 l’ultimo ingresso di una novizia nella comunità (senza più alcuna possibilità di indossare l’abito). Una casseruola di rame e le paginette sgualcite di un ricettario documentano una produzione di dolci (tra i quali i canditi preparati con frutti selvatici raccolti sui monti di Zamorano) la cui vendita consentiva alle Rositas di sopravvivere. Di grande interesse storico il manoscritto titolato: “Copia de las Constituciones del Colegio de Santa Rosa de Viterbo”, iniziato, come si legge in calce, il 26 Maggio del 1867, poco prima dell’abbandono di Querétaro. Agli inizi degli anni ’20 la vicenda di quella comunità è ormai prossima a concludersi dato che, come rievoca Rosa María Cabrera Ruiz nel suo “El ciclo de vida de un espinoso rosal” (2017), la Guerra Cristeranon avrebbe risparmiato quel municipio e l’inasprirsi della persecuzione avrebbe causato infine l’estinguersi di quella secolare e significativa esperienza di vita religiosa.

La Guerra Cristera (1926-1929) inizia quando la politica anticattolica raggiunge il suo acme sotto la presidenza del massone Plutarco Elías Calles (1877-1945), uno dei generali che avevano contribuito alla sconfitta di Francisco “Pancho” Villa nel 1915. Dal 1924 Calles domina il Paese con pugno di ferro. Il suo partito si definisce dapprima “laburista” e poi “rivoluzionario istituzionale”. Intransigente fautore di una politica cosiddetta “modernizzatrice”, Calles guarda con simpatia alla neonata Unione Sovietica, ma al tempo stesso si procura l’appoggio degli Stati Uniti in cambio di concessioni sullo sfruttamento del petrolio di cui il Messico si scopre ricco. Di nuovo a rischio d’esser catturate, le ultime Rositas lasciano il convento (oggi in via Francisco I, Madero n. 122) il 19 Dicembre del 1926. Alcune tornano ai propri villaggi, altre trovano rifugio presso le famiglie del luogo. Due sacrestani sono già stati fucilati e chi le accoglie sa bene che i federales passano per le armi non solo i religiosi, ma chiunque li aiuti… Alessandro Finzi, nel suo Santa Rosa in Messico” (2006), riporta un episodio emblematico al riguardo (già riferito da Madre Paz alla signora María de la Luz Gutiérrez Zarazúa che le era stata vicina negli ultimi suoi anni di vita): “una volta le fermò un gruppo di soldati, ma quando questi videro Madre Guadalupe (María de Guadalupe Becerra, di Pinal de Zamorano, l’ultima priora della comunità) con il Bambin Gesù avvolto in uno scialle, il Capitano disse: ‘Lasciatele andare, hanno un bambino in braccio’ (ogni volta che uscivano portavano con loro il Bambin Gesù) e per questo si salvarono”.

Il 4 Febbraio 1928, Colón insorge. Un centinaio di miliziani, al seguito del comandante cristero Manuel Frías, si radunano presso il Rancho El Derramadero per filtrare poi tra le case imbracciando fucili máuser (come da una testimonianza). L’impresa riesce e i ribelli si impadroniscono del municipio. Al fianco di Frías vi sono eminenti colonensi coinvolti nella causa degli insorti. Percorrono insieme la via principale (che oggi è il Corso Michoacán) applauditi dalla popolazione e le campane di Colón suonano a festa per salutare la liberazione. Raggiungono infine la popolare Basilica de Soriano, nella parte della città conosciuta ancor oggi come Soriano de Colón. Il santuario accoglie un’immagine sacra assai venerata e cara alle stesse Rositas, quella di Nuestra Señora de los Dolores. I ribelli vi entrano per ringraziare e rendere omaggio a quella che popolarmente è conosciuta come “la Dolorosa”. I cristeros si considerano un esercito regolare, l’Esército Nacional Libertador, costituitosi in difesa della libertà religiosa e per la salvezza del Paese dalla tirannia. La loro bandiera si ispira a quella portata in battaglia da Emiliano Zapata negli anni ’10, con la Vergine di Guadalupe e i colori del Messico. Colón tornerà sotto il controllo dei governativi solo il 19 Luglio del 1929, un mese dopo la firma degli accordi (i cosiddetti “arreglos”) che mettono fine alla Guerra Cristera. Un gruppo di guardias blancas, sostenute dalla popolazione locale, continuerà ad operarvi contro i governativi fino al 1940.

Il “Niño Dios de las Rosas” che appartenne alle Rositas, oggi a Soriano de Colón

Dopo la guerra, espropriato il convento, Madre Paz e Madre Guadalupe devono recarsi a Città del Messico per lavorare e mettere insieme il denaro sufficiente a comprare una nuova casa. Troveranno una modesta sistemazione (tre stanze, una cucina e un orto) a Soriano di Colón e sarà dunque questo il luogo del loro ultimo esilio. Questa circostanza appare sorprendente, essendo stata Santa Rosa da Viterbo, nel 1251, esiliata lei stessa in un luogo di nome Soriano, oltre i monti Cimini del viterbese. Li si stabiliscono la Madre Guadalupe e la Madre Paz, con Madre Luz [Si tratta di Maria de la Luz de Olvera, di Ajuchitlán, morta a Colón in fama di santità e di cui Madre Paz testimoniò di aver ritrovato il corpo incorrotto e profumato al momento della sepoltura di Madre Guadalupe (Madre Luz era stata sepolta nel medesimo luogo 10 anni prima)], Madre Cholita e la signorina Celestina, che vive con loro pur non essendo professa. Qualcun’altra è tornata ai villaggi d’origine. Madre Paz è quell’ultima Rosa di cui narra il sociologo e giornalista queretano José Felix Zavala nel suo “La última Rosa: Pomposa Garduño” (2011). Rimasta sola, assistita da quella medesima famiglia Gutiérrez che l’aveva nascosta negli anni della Guerra Cristera, Madre Paz muore nel 1987 alla veneranda età di 112 anni: 317 anni dopo la nascita del Beaterio de Santa Rosa de Viterbo. Per sua volontà, la statua di Santa Rosa da Viterbo era già tornata a Querétaro nel 1985, quella del Bambin Gesù (con la quale Madre Paz amava confidarsi e parlare) si trova invece a Soriano de Colón, nella medesima Basilica de la Virgen Dolorosa dove restava esposta alla devozione dei colonensi nei giorni compresi tra il 24 Dicembre e il 6 Gennaio, inserita tra le altre figure del Presepe. Il Bambin Gesù grazie al quale Madre Guadalupe aveva avuto salva la vita lo si conosce oggi come “el Niño Dios de las Rosas” e gli si attribuiscono molti altri miracoli. Madre Paz è rimasta a Soriano di Colón, sepolta in una delle cappelle del Santuario de la Dolorosa, vicina dunque al “suo” bambino.

Seminario estivo: edizione statuto di Castro

Ecco una nuova occasione formativa per imparare a fare l’edizione di uno statuto.
Si tratta del manoscritto C. 26 della collezione della Biblioteca Provinciale “Anselmo Anselmi”, conservato oggi presso l’Archivio Storico della Biblioteca Consorziale di Viterbo (Biblioteca Comunale degli Ardenti). Il manoscritto contiene una redazione trecentesca dello statuto del Comune di Castro, utilizzata come testo di lavoro per l’approntamento di un nuovo statuto nel 1537, allorquando fu costituito il Ducato di Castro.

Destinatari: chi ha una buona conoscenza del latino e della paleografia

Date: 5-9 luglio 2021, ore 9.30-12.30 / 16.30-19.30

Modulo iscrizione: https://forms.gle/vjZAbxLFfQbCuqaw7

Scadenza: 21 giugno 2021

Come: online e/o in presenza

Di seguito il dettaglio del bando. 

Sulle tracce di santa Rosa in Messico

Parte I: La Rosa trionfante

a cura di Stefano Aviani Barbacci

Nell’epoca successiva alla caduta dell’impero degli Atzechi nel 1521, si realizza in Messico un sorprendente intreccio di aspetti culturali e religiosi autoctoni ed iberici che trova ben pochi termini di confronto nella storia del mondo, con frutti originali in molteplici campi comprese le arti figurative e la musica. Una sintesi audace che segna il sorgere di una civilizzazione che sarà detta “ibero-americana” e che in quel Paese trova il proprio simbolo peculiare nell’immagine della Virgen de Guadalupe e nel racconto delle sue apparizioni all’indio chichimeca Juan Diego Cuauhtlatoatzin, nel Dicembre del 1531. L’aspetto meticcio col quale la Morenita appare in un fascio di rose all’incredulo vescovo Juan de Zumarraga sembra alludere al sorgere di un popolo nuovo: il popolo messicano. Da allora è venerata come la “Rosa del Messico”. Di lì a poco, nel 1535, i territori spagnoli nell’America del Nord saranno riorganizzati a comporre il Virreinato de Nueva España con Città del Messico come capitale.

Trionfo di Santa Rosa da Viterbo (scultura napoletana del ‘700) a Querétaro

Juan de Zumarraga, vescovo di Città del Messico, apparteneva alla Orden Franciscana e proprio il ruolo preminente dei francescani nell’evangelizzazione del Nuovo Mondo spiega l’inserirsi della figura di Santa Rosa da Viterbo anche in questo Paese. Abbiamo documentato in precedenti articoli la sorprendente diffusione della Rosa viterbese nell’America meridionale e specificatamente nel Virreinato del Perú (nel mondo andino) interpretando il significato di questa presenza in relazione a tratti specifici della vicenda storica e della figura devozionale di questa santa. Qui ricorderemo appena che, ancora all’epoca delle indipendenze nazionali dell’Argentina e del Cile, ci si riferiva alla patrona di Viterbo come alla “Rosa delle Ande”, titolo che aveva avuto origine, evidentemente, in epoca coloniale ad indicare un patronato sulle popolazioni andine evangelizzate nei secoli XVII e XVIII. É dunque ben possibile che Rosa da Viterbo possa aver avuto un ruolo similare anche nell’evangelizzazione dei territori spagnoli dell’America del Nord. Qui le tracce sono in qualche modo ancor più sparse e confuse a causa della travagliatissima storia politica della República Federal de Mexico e del lungo predominio di una élite ben determinata a cancellare i segni della fede cattolica dalla vita del popolo messicano.

Rosa sfida l’eretica, dalla “Vida de Santa Rosa da Viterbo” di José de Nava

Molte evidenze indicano che la Rosa viterbese fosse conosciuta in Messico in epoca coloniale. Suoi ritratti furono commissionati ai grandi pittori del XVIII secolo, come nei casi di “Santa Rosa de Viterbo” di Carlos Clemente López, oggi nel Museo Nacional de Artes Plásticas di Città del Messico, e di “Santa Rosa de Viterbo predicando cuando era niña” di Francisco Eduardo Tresguerras, parte della Collección Andrés Blastein a Tlatelolco (Città del Messico). Quest’ultimo insiste sul tema della fanciullezza della santa caro al mondo ispanico ed ibero-americano, dove ci si riferiva affettuosamente a Rosa come alla Santa-Niña. Due raffigurazioni pittoriche entrambe titolate “Santa Rosa de Viterbo” si trovano a Tlaxacala: una è inserita in un retablo nella chiesa di San Francesco, l’altra consiste di una tela nel santuario di San Michele del Miracolo (edificato a memoria della conversione dei nativi Cacaxtlas). Entrambe rievocano il miracolo della prova del fuoco collocandolo tuttavia in un contesto rurale o montano. Il medesimo episodio è raffigurato anche a Guanajato, in un dipinto titolato “Santa Rosa de Viterbo franciscana de la Tercera Orden”, dove l’ordalia si risolve invece in un contesto urbano che compone uno sfondo audacemente surrealista. Committente dell’opera una fraternità dei terziari francescani, numerosi nel Messico novohispano. Queste ultime opere, di autori ignoti, sono da riferirsi ai secoli XVII e XVIII.

Il ricordo di una Mision Franciscana de Santa Rosa de Viterbo de los Nadadores (Coahuila de Zaragoza), attiva presso i Cotzales (dal 1675) e i Tlaxcaltecas (dal 1733), certifica il ruolo della Rosa viterbese nell’evangelizzazione dei nativi. Era stata fondata dai francescani Francisco Peñasco e Juan Barrera nel 1674 col semplice nome di “Mision de Santa Rosa”. Un contesto simile spiega la presenza di Santa Rosa da Viterbo nella Mision de San Xavier Del Bac, in Arizona (USA) dove è raffigurata nel tamburo della cupola del magnifico santuario d’epoca barocca. Nell’affresco, una pietra si solleva dal suolo consentendo a Rosa di farsi ascoltare anche dalle persone più distanti: memoria di un celebrato miracolo, ma anche evidente allusione al nuovo compito missionario assegnato alla Santa-Niña nelle lontane terre americane. La missione di San Saverio (San Xavier) fu stabilita per evangelizzare i cosiddetti Papagos (gli attuali Tohono O’odham) e si trova tutt’ora all’interno della loro riserva. Qui operarono sia i francescani (un cui vicino insediamento era stato distrutto dai bellicosi Apaches) che i gesuiti e qui pervenne, nel 1692, il celebre missionario della Compagnia di Gesù Eusebio Kino. Trascorsi pochi anni dall’indipendenza dalla Spagna, gli Stati Uniti sottrassero alla neocostituita República Federal de México i vasti e poco popolosi territori del Tejas, del Nuevo Mejico, dell’Alta California e dell’Arizona.

Ma Santa Rosa da Viterbo dovette esser popolare anche nel cuore del Virreinato, tra Veracruz e Città del Messico, dove si colloca la vicenda di Gertrudis Rosa de Ortiz De Cortés, conosciuta da tutti come “la Viterbo” anche per la concordanza di alcune circostanze della sua vita con noti episodi biografici attribuiti alla Rosa viterbese. Fu penitente e predicatrice di strada. Sostenne di vedere il Bambin Gesù (che le avrebbe parlato dall’età di 5 o 6 anni) la Vergine Maria e il Cristo sofferente. Le si attribuirono profezie e guarigioni miracolose. Sopportò avversità e malattie, invitando la popolazione e le pubbliche autorità a una fede sincera e a una vita di penitenza per evitare i castighi di Dio. Le fu rifiutato l’ingresso nei conventi della città cui aveva bussato (primo tra tutti quello di San Francesco) e, essendo illetterata e priva di una guida spirituale, attrasse su di se le attenzioni di una Santa Inquisizione sempre diffidente con mistici ed predicatori improvvisati. Fu giudicata una “debole di mente”, inviata a servizio presso un sanatorio e le fu interdetta ogni attività pubblica. Malgrado le radici “francescane”, Gertrudis Rosa indossò infine l’abito carmelitano che portò fino al giorno della morte, 11 Novembre del 1725.

La vicenda di Gertrudis Rosa certifica la popolarità della Rosa viterbese a Città del Messico, anche tra coloro che non sapevano leggere e scrivere. Interessante a questo riguardo la pubblicazione a Puebla di una “Vida de Santa Rosa de Viterbo” comprensiva di 33 tavole del celebre incisore José de Nava (1735-1817), un eloquente racconto per immagini della vita e dei miracoli della Patrona viterbese. Ma più di tutti furono la fondazione a Querétaro del Beaterio, poi Colegio e Real Colegio, di Santa Rosa da Viterbo e del connesso Templo ad offrire alla Patrona viterbese una straordinaria ribalta a cavallo dei secoli  XVII e XVIII. Di questo magnifico santuario ha trattato Alessandro Finzi in precedenti articoli e nel suo libro “Santa Rosa in Messico” (2006). Costruito sotto il patrocinio di Elisabetta Farnese (1692-1766), regina di Spagna, vi lavorarono i maggiori artisti dell’epoca e tuttora accoglie importanti opere d’arte ed un sontuoso arredo d’epoca barocca. Vi si trovano tre raffigurazioni scultoree della Rosa viterbese (una del ‘700 fatta venire da Napoli) all’interno, una quarta è inserita nella sontuosa decorazione esterna del portale d’ingresso. Il Real Colegio accolse nel periodo di massimo splendore una comunità femminile di quasi 100 giovani di varia provenienza ed estrazione sociale, chiamate Beatas Franciscanas, Madres Rosas o, più affettuosamente, Rositas.

Copia manoscritta del 1867 delle Costituzioni del Real Colegio di Querétaro

Invero, i cosiddetti Beateri furono tra le istituzioni maggiormente distintive della religiosità messicana dell’epoca del Virreinato. Si chiamarono Beatas quelle donne che intendevano vivere secondo uno status intermedio tra quello religioso propriamente detto e quello secolare, professando voti temporanei. Provenienti da ogni ceto sociale, erano dedite alla preghiera, allo studio e al lavoro manuale. Vestivano l’abito dei “terziari” del medesimo Ordine cui erano associate (più spesso i Francescani e i Domenicani, ma anche gli Agostiniani e i Carmelitani). Accoglievano bambine orfane, vedove e donne abbandonate. Offrivano penitenze e preghiere per le intenzioni di chiunque ne facesse loro richiesta. Queste istituzioni godevano di buona fama presso il popolo che le sosteneva con aiuti pratici ed elemosine, godevano anche della protezione di personaggi influenti della società del tempo. Beaterios e Colegios de Niñas titolati a Santa Rosa da Viterbo sono attestati in Messico non solo a Santiago de Querétaro, ma anche a Valladolid (Michoacán), a Veracruz (Veracruz de Ignacio de la Llave) e, probabilmente, a San Andrés de Cholula (Puebla). Delle Rositas di Querétaro e della loro vicenda eroica e drammatica diremo nella seconda parte di questo articolo.

Lezioni pubbliche

Nei mesi di aprile e maggio vi proponiamo tre lezioni pubbliche aperte a tutti.

In seno al laboratorio di edizioni di fonti giudiziarie si terranno:

23 aprile 2021 – ore 18

Attilio Bartoli LangeliLa confessione autografa di una strega: Bellezza Orsini, 1528

28 maggio 2021 – ore 18

Maria Grazia Nico, Stregoneria, processi, statuti. Un “racconto” perugino.

Per prenotarsi clicca su questo modulo


In seno al corso di paleografia pratica superiore : 

10 maggio 2021 – ore 16.00 (in inglese)

Margaret Connolly e Rachel Hart  (Università di St. Andrews) 

Panorama delle scritture in uso in Inghilterra e in Scozia dall’XI al XVI secolo

Per prenotarsi clicca sul seguente modulo

 

 

Costruire l’identità

Recensione de L’osservatore Romano al volume Memorie segrete

Tratto da L’osservatore romano del 10 aprile 2021 (a cura di Roberto Rosano)
 

Di Rosa di Viterbo, santa giovanissima, eroica, hanno detto e scritto Léon de Kerval, in un felice ritratto del 1896, e in tempi più vicini Frei Urbano Plens, Ernesto Piacentini, registi e sceneggiatori come Rosanna De Marchi, Luigi Avella… La statua della santa, innalzata sui tetti del più vasto centro storico d’Europa, per mezzo d’una gigantesca macchina a spalla, è ormai entrata nell’immaginario di molti, non solo nelle liste dei periti dell’Unesco. Insomma, Viterbo e la sua santa sono davvero unite in una intrecciatura inestricabile, come dimostra anche una recente pubblicazione, Memorie segrete. Una cronaca seicentesca del monastero di Santa Rosa di Viterbo (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2020, pagine XXVI -294, euro 31), a cura di Eleonora Rava.

Proprio a Viterbo, nelle immediate vicinanze della religiosità rosiana, un piccolo gruppo di studiosi ha riportato al nostro interesse un’antica cronaca monastica, risalente al XVII secolo, che costituisce, insieme ai suoi più illustri consimili, i memoriali di suor Arcangela Tarabotti, ad esempio, un esemplare specialissimo per la storia della Chiesa e della pietà. Memorie segrete è il risultato di una intensa ricognizione sul contesto dell’opera (la città, il monastero, le dinamiche interne alla comunità).

Pur rientrando in una tradizione che ha antecedenti nella Bella memoria anticha, la cronaca viterbese del Seicento si discosta dagli esempi di libri memoriali più noti. Non mancano alcuni degli elementi comuni ai diversi scritti narrativi delle famiglie monastiche, quali il numero e il nome delle professe, le vestizioni, l’elezione delle badesse e la descrizione dei beni monastici. Tuttavia le Memorie segrete sono interessate ad appuntare con scrupolo di verità gli eventi più notevoli, i mutamenti disciplinari ed economici che avvennero nella comunità tra la fine del secolo XVI e la prima metà del XVII . Non è, quindi, soltanto questione di nomi e cognomi, da ordo verborum, si tratta d’un pezzo di storia del nostro Paese e di un interessante sguardo psicologico e sociologico sulle dinamiche interne d’un gruppo di donne tra Cinquecento e Seicento.

Scritta tra il 1647 e il 1648, la cronaca di Santa Rosa ripercorre la storia precedente del monastero sulla base della documentazione, dei diversi libri memoriali e della testimonianza delle monache anziane. L’autrice inizia tuttavia nel 1591 a raccontare quanto ha visto personalmente. Nella storia si intrecciano notizie diverse, riguardanti la disciplina, la spiritualità, l’economia della famiglia monastica, che l’autrice racconta con grande senso di partecipazione, pur rimanendo nell’ombra. Alcune notizie sono davvero affascinanti.

Alludiamo in particolare alla narrazione del misterioso evento che tra il novembre 1617 e il maggio del 1618 sconvolse la vita del monastero di Santa Rosa: la presunta possessione diabolica di quindici monache, che ebbe tragiche conseguenze per cinque di esse. Di lì a poco, scoppiò una vera e propria epidemia europea di «possessioni diaboliche» in convento: dalle ben note Orsoline di Loudon, alle aristocratiche Clarisse di Carpi. Sappiamo oggi che simili concomitanze furono causate dalla claviceps purpurea, presente nella segale avariata del pane nero consumato nei conventi, invece che all’azione del demonio, come dimostrato da una doviziosa letteratura scientifica che non osiamo contestare.

In ogni caso, Memorie segrete colma un vuoto enorme, non soltanto «di ricerca», ma anche «di audacia»: basti pensare che il manoscritto finora non era mai stato oggetto di studio, perché ritenuto scandaloso, di cattivo esempio, riservato. La «segretezza», richiamata sin dal titolo, fu raccomandata vivamente da coloro che nei secoli successivi lessero e custodirono il manoscritto: «Lo tenga la M. Abb., segreto con li secolari e religiose».

Gabriella Zarri, storica, curatrice della serie Scritture nel chiostro, cui aderisce anche il testo in questione, spiega il motivo in una brillante premessa, che occupa lo spazio di ventidue pagine. Le scritture contabili e i libri di ricordi erano considerati da secoli prerogativa del Pater familias, basti ricordare il monito di Leon Battista Alberti ne I libri della famiglia (1. III ): «compili personalmente i libri e li custodisca nella sua stanza, lontani dagli occhi delle donne di casa». Con l’appropriarsi del compito di redigere le cronache, le monache non acquistavano soltanto l’occasione di mostrare la loro progressiva acculturazione, ma anche di costruire la propria identità e consegnare ai posteri la propria memoria, a cominciare dalle sorelle stesse del monastero. Nel 1990, Gianna Pomata scrisse un articolo assai fortunato, intitolato Storia particolare e storia universale: in margine ad alcuni manuali di storia delle donne («Quaderni Storici», nuova serie, XXV [1990], numero 74/2, pp. 341-385). Servirebbe leggerlo per rendersi conto dell’importanza storica di un testo come la cronaca del monastero di Santa Rosa (et similia). In quel celebre articolo Pomata distingueva tra «storia universale», scritta dagli uomini, e «storia particolare», scritta dalle donne. La ragione di questa definizione consisteva nel fatto che, specialmente nel passato, la condizione femminile addensava l’esperienza di vita e di conoscenza delle donne presso l’ambito domestico o altro luogo spazialmente e geograficamente circoscritto.

Lo stesso accesso ai libri era per lo più limitato alle biblioteche familiari e paterne o a quelle monastiche, così come la documentazione storica doveva essere conservata e resa consultabile nella sfera di vita delle stesse. Per secoli, dunque, la storia delle donne si espresse principalmente nell’ambito della storia familiare o di singole personalità o di istituzioni destinate alla vita religiosa o all’educazione femminile.

Le Cronache monastiche, perciò, possono considerarsi a pieno titolo espressione di quella “storia particolare” scritta nel passato dalle donne e in cui raggiunsero, in alcuni casi, risultati davvero eccellenti. La cronaca seicentesca di Santa Rosa è certamente uno di questi.

Rivedi il video della presentazione del volume

https://youtu.be/RgR71lbBOyM

Avviamento all’uso di CTE 2021

Classical Text Editor: modulo base e avanzato

Un applicativo comune come Word di Microsoft non soddisfa esigenze specifiche di filologi, paleografi, diplomatisti, che sovente incontrano problemi nel gestire i propri lavori o sono sottoposti a snervanti e meticolose correzioni di bozze. Diversamente, Classical Text Editor (CTE) può gestire diversi livelli di apparati e note critiche, gli indici e testi in scritture sinistrorse (come ebraico e arabo).

Classical Text Editor è un’iniziativa dell’Austrian Academy of Sciences e di CSEL, ideata da Stefan Hagel.

Obiettivo

Le lezioni mirano ad approfondire la conoscenza del programma CTE. La parte teorica si accompagnerà immediatamente con la pratica per permettere di prendere confidenza con l’applicativo. Verranno fatte esercitazioni mirate, da svolgere in classe e autonomamente. Finalità del corso è quella di costruire il modello di lavoro secondo le proprie esigenze testuali e critiche.

Visto il carattere fortemente individualizzato la partecipazione è a numero chiuso: massimo 15 persone. Per motivi organizzativi deve essere garantito un minimo di 6 iscritti.

Le lezioni si svolgeranno online sull’applicativo Zoom. Verrà approntata una classroom dedicata per la condivisione dei materiali didattici e la messa a disposizione delle lezioni registrate sulla piattaforma E-SPeS con un forum per facilitare l’interazione con il docente.

Programma

MODULO BASE

Lunedì 31 maggio dalle 16.30 alle 19.30 

Installazione (Win e Mac) – release – licenze – ambiente di prova – finestre di lavoro – visualizzazione di stampa – importazione file di testo – templates – salvataggio e formati

Martedì 1 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Layout pagina semplice, a colonne – margini e paragrafo – sezioni e capitoli – intestazione e piè di pagina 

Lunedì 7 giugno dalle 16.30 alle 19.30

 Apparati e note (setting) – Macro – sillabazione 

Martedì 8 giugno dalle 16.30 alle 19.30

file associati – sincronizzazione – inizio costruzione di un template personalizzato

MODULO AVANZATO 

Lunedì 21 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Funzioni di layout pagina – Setting apparati e note – File associati e sincronizzazione

Martedì 22 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Creazione indici – Lavorare con grafici e immagini – Bibliografia

Lunedì 28 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Sigle dei manoscritti – Finestra di collazione (new)

Martedì 29 giugno dalle 16.30 alle 19.30

Costruzione di un modello personalizzato avanzato in base al proprio testo da editare

Contributo

Il contributo per il corso è di 150 € per ciascun modulo, di 200 € per chi frequenta entrambe. Potrà essere versato attraverso bonifico bancario al seguente IBAN: IT18I0100514500000000001267 o tramite paypal.me/cssrv cliccando il bottone “invia” (o nel bottone “Donate” del sito), precisando sempre la causale: “Contributo CTE 2021 – Nome cognome”.

Iscrizioni

Le iscrizioni dovranno pervenire attraverso questo modulo entro il 24 maggio 2021. Prima dell’inizio delle lezioni gli iscritti saranno inseriti in una classroom dedicata sulla piattaforma e-SPeS, in cui avranno a disposizione i materiali didattici, le registrazioni e le esercitazioni.

È previsto un attestato di partecipazione se si è frequentato il 75% delle lezioni.

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Cento anni dalla prima ricognizione del corpo di Rosa

3 Aprile 1921 – 3 Aprile 2021

È nota ormai a tutti l’attenzione che la scienza ha rivolto al corpo di s. Rosa nel corso dell’ultimo secolo. Solo pochi anni fa, presso l’aula magna dell’Università degli Studi della Tuscia, si è tenuto un grande convegno che ha riunito i protagonisti dell’ultima ricognizione operata sulle sacre spoglie della Santa nel 1998, occasione in cui si è fatto il punto sullo stato dell’arte relativa all’indagine paleopatologica tuttora in esame. Sappiamo invece che i primissimi lavori documentati risalgono a cento anni fa esatti. Il tutto prese inizio, come sarebbe poi accaduto anche negli anni ’90, da una segnalazione, partita probabilmente dalle monache di S. Rosa, su alcuni segni di deperimento della Salma, che avrebbe messo in allarme il vescovo di allora Mons. Emidio Trenta.

Si pensò di agire subito informando finanche la Santa Sede di quanto stava accadendo, preoccupati che la situazione potesse addirittura precipitare rapidamente. Va detto che da secoli il Corpo si trovava in una condizione di perenne esposizione alla “contaminazione” con l’ambiente esterno causata dalla continua apertura dell’anta frontale dell’urna per permettere il bacio della mano ai fedeli (che aveva causato oltretutto una frattura del braccio con conseguente perdita di tessuti) o il lavaggio delle superfici cutanee per ricavarne l’acqua di lotura da destinare a coloro che impetravano grazie di natura fisica. Tali consuetudini plurisecolari si interruppero bruscamente nel 1921 allorquando il papa Benedetto XV dispose le necessarie facoltà per avviare un’accurata perizia scientifica sulla Reliquia. Tale Papa conosceva bene la Santa di Viterbo, avendola da poco eletta patrona della Gioventù Femminile di Azione Cattolica su espressa richiesta della coordinatrice nazionale Armida Barelli. Venne dunque incaricato del delicato compito il dott. Pietro Neri, medico chirurgo in Roma, il quale vi si dedicò immediatamente con la massima solerzia. Così cita l’Atto ufficiale della Ricognizione:

“Addì tre aprile millenovecentoventuno alle ore dieci. Per le speciali facoltà da S. E. Rev.ma Monsignor Emidio Trenta, Vescovo di Viterbo e Tuscania, precedentemente ottenute “vivae vocis oraculo” dalla medesima Santità Sua, sono presenti alla canonica ricognizione:

  1. Lo stesso Ecc.mo e Rev.mo Monsignor Vescovo Emidio Trenta,
  2. E. Rev.ma Monsignor Giacomo Sinibaldi, Vescovo Titolare di Tiberiade,
  3. Don Saverio Mastini, Canonico della Cattedrale di Viterbo e confessore del Monastero,
  4. D. Roberto Mordacchi, Parroco di S. Marco,
  5. Comm. Giulio Paganini, Sindaco di Viterbo
  6. Giuseppe Meta, Regio Sottoprefetto di Viterbo
  7. Comm. Pietro Neri, medico chirurgo, quale perito tecnico nominato da S. Santità Benedetto XV,
  8. Luigi Anselmi, Presidente della Giunta Diocesana,
  9. Signora Boninzella Paganini, consorte del Sindaco,
  10. Signora Maria Meta, consorte del Sottoprefetto,
  11. Signora Maria Neri, consorte del professor Neri,
  12. Signorina Rosa Paganini,
  13. da Suor Marianna Geltrude Mengoni, Abbadessa, con tutte le religiose,
  14. Sestilio Giulianelli, Arciprete della Cattedrale e Cancelliere Vescovile.

Inizia poi la descrizione dei fatti con l’apertura dell’urna e l’estrazione della salma prima della perizia vera e propria a cui assistettero anche la moglie del dott. Neri ed alcune monache autorizzate. Il medico dovette purtroppo constatare che la Reliquia si avviava al disfacimento. In realtà l’ultima ricognizione ha chiarito che la salma si trovava (e si trova ancor oggi) in uno stato di ottima conservazione, frutto di un processo di mummificazione naturale che ne aveva mantenuto intatta la connessione ossea e degli organi interni, attraverso la repentina disidratazione dei tessuti successiva alla prima inumazione della salma stessa.

La reazione dell’epoca tuttavia fu tale che, senza tergiversare oltre, il dott. Neri si apprestò nell’estate dello stesso anno a compiere un’opera di restauro conservativo non poco invasiva. Si registrarono peraltro voci di opposizione che si erano levate da parte di alcuni Viterbesi, i quali avevano criticato il ricorso ad un intervento medico-chirurgico quando, a loro detta, si sarebbe potuto semplicemente effettuare una disinfezione antisettica all’interno dell’urna con conseguente chiusura ermetica della stessa. L’intervento consistette invece in un utilizzo cospicuo di cere, lucidature e balsamo del Perù per integrare le parti di tessuti deperite e soprattutto per coprire tutta la superficie corporea, al fine di proteggerla dall’aggressione di parassiti e microrganismi. 

Preoccupato seriamente per la tenuta dell’intero corpo per il futuro e spinto dalla volontà di “salvare il salvabile”, il medico ebbe facoltà di asportare il cuore della Santa, attraverso un’apertura toracica condotta con estrema diligenza per le conoscenze del tempo. Il piccolissimo organo, che venne in seguito esposto in un primo reliquiario inviato da Benedetto XV e poi in quello attuale, prezioso dono di papa Pio XI, costituisce l’elemento peculiare al centro del dibattito sorto su quella sindrome sfuggente che ha accompagnato la vita di Rosa sin dalla nascita e che oggi la scienza tende ormai ad identificare come “Anomalia di s. Rosa”.

In una lettera pastorale del 29 ottobre 1921, a conclusione dei lavori, il vescovo Trenta comunicò ai fedeli che da quel momento il bacio della mano sarebbe stato sostituito col bacio di questa nuova preziosa reliquia e a coronamento di questi eventi una solenne processione religiosa col trasporto del corpo e del reliquiario con il cuore della Santa si sarebbe tenuta a Viterbo il 13 novembre 1921 con gran concorso di popolo.

Le nostre convenzioni

A cura di Luca Polidoro

A conferma del fondamentale legame con il territorio di Viterbo, il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo ha recentemente siglato importanti accordi con due importanti istituzioni della città.

Il primo è il protocollo di intesa per attività di collaborazione presso l’Archivio di Stato di Viterbo, sottoscritto tra il presidente del Centro, prof. Attilio Bartoli Langeli, e il direttore dell’Archivio, dott. Angelo Allegrini, con l’obiettivo di promuovere la valorizzazione del patrimonio archivistico conservato presso l’Istituto, nonché di realizzare attività didattiche nei settori della paleografia, della diplomatica, dell’archivistica e dell’edizione ed esegesi delle fonti. È altresì prevista la condivisione di iniziative scientifiche e progettuali, di ricerca e di consulenza, in particolare per l’elaborazione e la pubblicazione di ricerche, studi e dossier, anche multimediali, come pure la partecipazione congiunta a programmi di ricerca nazionali e internazionali.

Il secondo è la convenzione sottoscritta lo scorso 10 marzo dal presidente del Centro e dal presidente del Consorzio per la gestione delle biblioteche provinciale “Anselmo Anselmi” e comunale degli Ardenti, dott. Paolo Pelliccia, è relativo al patrimonio archivistico e bibliografico dell’istituto, che conserva, oltre a preziosi fondi librari (manoscritti, incunaboli, cinquecentine, seicentine), l’archivio storico del Comune di Viterbo, complesso documentario ricchissimo nonostante le distruzioni e le dispersioni subite nel corso dei secoli, comprendente esattamente 4.148 pergamene (la Biblioteca Consorziale ha recuperato, in questi anni, tre pergamene) eterogenee per forma e contenuto. Tale cospicuo fondo, sommariamente descritto nel Catalogo delle Pergamene Sciolte, compilato più di un secolo fa dalla Commissione appositamente istituita dal Municipio per il riordino dell’Archivio Storico Comunale, attende dunque la realizzazione di un nuovo inventario redatto secondo criteri scientifici e auspicabilmente la regestazione, nonché la digitalizzazione delle singole pergamene. La sinergia tra le competenze del Centro e quelle del Consorzio consentirà dunque in primo luogo quegli interventi di catalogazione del patrimonio librario e di inventariazione di quello archivistico che costituiscono imprescindibile punto di partenza per il successivo approfondimento, studio e divulgazione della documentazione, riconnettendo la comunità locale e poi il più ampio pubblico a tali fonti culturali nel senso più ampio, favorendo l’investigazione sulle identità e sulle relazioni tra persone e luoghi. A tale scopo è infatti prevista l’organizzazione di seminari, conferenze, incontri di studio, lezioni tematiche, presentazioni di libri e convegni, unitamente alla collaborazione nella redazione della rivista Biblioteca e Società e nell’allestimento di mostre.

Video della firma della convenzione con la Biblioteca Consorziale di Viterbo

Discorso tenuto in questa occasione da Attilio Bartoli Langeli

L’occasione è per me così importante che leggerò un testo scritto. Non la si prenda per pedanteria, ma come una forma di rispetto per i miei interlocutori e per chi ci ascolta. E’ un omaggio che faccio alle mie personalità di riferimento in questo campo, cioè Roberto Abbondanza, Pietro Scarpellini e Gherardo Ortalli.

Nella politica dei beni culturali oggi prevale una logica mercantile. Agli occhi di chi ci governa il patrimonio storico, artistico e naturale si propone sempre più come una realtà non da preservare e difendere ma da sfruttare. Ricordiamo come si è impiantata e diffusa, nella nostra classe politica, quest’idea.

Negli anni Settanta Mario Pedini, ministro della cultura, teorizzava che i beni culturali sono il nostro petrolio. Poi gli Ottanta e l’invenzione dei giacimenti culturali di Gianni De Michelis. Poi la cartolarizzazione, estesa (con tutte le cautele, ma estesa) ai beni culturali, per definizione inalienabili.

Un’idea che trovava ricetto anche nelle sedi istituzionali più alte. Aderendo nel 2012 al Manifesto per la cultura lanciato dal Sole 24 ore il presidente Giorgio Napolitano scrisse: «Se vogliamo più sviluppo economico, ma anche più occupazione, bisogna saper valorizzare, sfruttare fino in fondo la risorsa della cultura e del patrimonio storico-artistico». Ecco la bandiera dello sfruttamento fino in fondo. Un teorema perfetto, tra petrolio e giacimenti e sfruttamento.

Per carità: se Caravaggio porta un bel ristoro, come si dice oggi, al bilancio del Ministero, ben venga. Ma piegare a questa logica l’intera politica dei beni culturali sarebbe cosa assai negativa. Non voglio insistere, oggi che parliamo della Biblioteca degli Ardenti e degli archivi che essa conserva, in primis l’Archivio storico del Comune di Viterbo, sulla “povertà” dei beni archivistici e librari. Povertà, sia inteso, rispetto a quei beni culturali che attraggono le folle. Il vittimismo e i complessi d’inferiorità non portano da nessuna parte. La salvezza vera di questi beni è un altro modo di pensare i beni culturali nel loro complesso.

Dichiarava nel 1986 la Corte Costituzionale che la «primarietà del valore estetico-culturale (…) non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici» e anzi, horribile dictu, diceva che la stessa economia deve ispirarsi alla cultura. Dichiaravano quel modo di pensare due altri Presidenti della Repubblica. Carlo Azeglio Ciampi nel 2003: «La cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani, per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l’obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione». E Sergio Mattarella nel 2017: «Siamo custodi di un patrimonio straordinario, unico al mondo. Un tesoro che trae origine dalla nostra storia, dalla creatività, dalla cultura, dai territori, dalle comunità che l’hanno forgiato e incrementato nel tempo. (…) La fruizione dei beni e delle attività culturali è un valore e ha carattere pubblico».

In parole povere: i beni culturali non servono per far soldi. Sono i soldi che servono per un buon governo dei beni culturali. E le biblioteche e gli archivi sono lì per dimostrare, proprio in quanto beni “poveri”, la natura profonda, civile e nazionale, del patrimonio culturale. La non-economicità dei beni librari e archivistici ne fa i simboli più puri, meno condizionali dei beni culturali (al plurale) come bene comune (al singolare): come unico, totale, indivisibile bene comune. La consapevolezza dei beni culturali come bene comune si misura dal comportamento dello Stato non verso le punte di eccellenza, non verso le supreme evidenze archeologiche e artistiche, ma, per esempio, verso le biblioteche, verso gli archivi. Verso cioè quell’insieme enorme di libri e documenti che essi, biblioteche e archivi, conservano: libri e documenti alti e bassi, belli e brutti, importanti e umili. E’ questo insieme puntiforme, questi milioni di scritture a costituire quel tessuto continuo, quello spessore profondo, quel fondamento forte e diffuso sui quali si costruisce la cultura e la memoria di un Paese.

Se tutto questo è vero e condiviso, specialmente da chi ci governa, ben volentieri il Centro studi Santa Rosa da Viterbo si mette all’opera per rinforzare e valorizzare, cioè, quanto a noi, studiare e catalogare e pubblicare, quel patrimonio culturale cittadino e nazionale che è la Biblioteca degli Ardenti.

 

Avviamento allo studio del libro antico a stampa

Il corso, che ha ricevuto il patrocinio dell’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), intende fornire gli strumenti di base per la catalogazione specialistica del libro antico a stampa. Saranno analizzate le caratteristiche materiali che differenziano il libro antico da quello moderno in relazione alla tecnica di stampa a caratteri mobili, soffermandosi in particolare sugli elementi tipografico-editoriali. L’analisi e la definizione delle parti del libro saranno finalizzate all’acquisizione di una corretta terminologia e metodologia descrittiva. 

A partire da una introduzione agli standard nazionali e internazionali, il corso, della durata di 20 ore, illustrerà le fonti d’informazione prescritte per le diverse aree della descrizione bibliografica e fornirà inoltre una breve rassegna di cataloghi e repertori cartacei ed elettronici utili all’identificazione di autori, edizioni, tipografi e marche tipografiche. 

Docenti 

MONICA BOCCHETTA  (Università di Macerata) 

FLAVIA BRUNI  (ICCU – Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle  biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche)

CALENDARIO 

Martedì dalle 17 alle 19.30

06 aprile:  Il libro antico: stampa a caratteri mobili, estremi cronologici, caratteristiche generali. (M. Bocchetta) 

13 aprile: Parti del libro. Formato. Segnatura, registro, formula collazionale. (M. Bocchetta) 

20 aprile: Marche tipografiche. Apparato illustrativo. I concetti di edizione ed esemplare. (M. Bocchetta) 

27 aprile: Finalità della descrizione bibliografica. Copia ideale. Impronta (LOC/STCN) (F. Bruni). 

4 maggio: Standard, modelli e formati nazionali e internazionali per la catalogazione del materiale antico: ISBD e Aree della descrizione bibliografica, FRBR, LRM, MARC21, UNIMARC, SBNMARC, RDA, REICAT, nuova Guida SBN. (F. Bruni) 

11 maggio: Edizione, emissione, variante, stato. (F. Bruni) 

18 maggio: Punti d’accesso e archivi d’autorità. Descrizione dell’esemplare: legatura, annotazioni marginali, possessori e provenienza. (F. Bruni) 

25 maggio: Strumenti per lo studio e la catalogazione dell’edizione e dell’esemplare (cataloghi, repertori e risorse di riferimento online e a stampa) (M. Bocchetta)

Iscrizione

Il contributo per il corso è di 50 €. Potrà essere versato attraverso bonifico bancario al seguente IBAN: IT18I0100514500000000001267 intestato a a Centro Studi Santa Rosa da Viterbo onlus o tramite paypal.me/cssrv cliccando sul bottone “Invia” (o nel bottone “Donate” del sito), precisando sempre la causale: “Contributo Avviamento libro a stampa – Nome cognome”. 

Le iscrizioni dovranno pervenire attraverso questo modulo entro il 30 marzo 2021. All’atto dell’iscrizione sarà necessario allegare la ricevuta del versamento. Prima dell’inizio delle lezioni gli iscritti saranno inseriti sulla piattaforma e-spes dove sarà disponibile il materiale didattico. 

È previsto un attestato di partecipazione se si è frequentato il 75% delle lezioni e compilato il questionario finale. 

 

Per scoprire tutti  i corsi SPeS previsti
per il primo semestre 2021 clicca qui.